Il Verbo non si è cambiato in Uomo: è la natura umana ad essere stata assunta


L’INCARNAZIONE DEL VERBO ED IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE: LA LEZIONE «PERENNE» DI SAN TOMMASO D’AQUINO

Di Daniele Trabucco*

Il capitolo 39 del libro IV della Summa contra gentiles, celebre opera di san Tommaso d’Aquino (1224 o 1225/1274), è intitolato «Quid catholica fides sentiat de Incarnatione Christi» (Che cosa pensa la fede cattolica dell’Incarnazione di Cristo).

A seguito del Concilio di Calcedonia del 451 d.C. la Chiesa ha chiarito, contro le eresie di Eutiche e Nestorio, come la natura divina e la natura umana di Cristo siano unite nell’unica Persona del Verbo (la c.d. unione ipostatica).

L’unione, dunque, non viene fatta nella natura, come se una natura unita all’altra fosse sostenuta da una terza natura, ma avviene nella Persona (dalla lingua greca antica ipostasis), o meglio nel Sussistente distinto nella natura divina (cfr. Tommaso D’Aquino, I Sent. 25, q. 2., a. 1) cosicché nessuna delle due nature venga diminuita o distrutta.

Pertanto, non è il Verbo che si è cambiato in un Uomo, o una natura divina che è divenuta natura umana, ma è quest’ultima ad essere stata assunta (senza mutamento nella Trinità) dalla Persona del Verbo il quale possiede ab aeterno quella divina.

Infatti, se la natura umana fosse stata unita non alla Persona, bensì alla natura del Verbo, allora dovremmo concludere che anche il Padre e lo Spirito Santo si sono incarnati. Non si tratta, però, di una semplice unione accidentale o morale, ma fisico-sostanziale, dal momento che la natura umana viene assunta dal Verbo in modo da appartenere alla stessa Persona e sostanzialmente così che, una volta avvenuta, resta per sempre.

Ora, poiché le proprietà divine (non può patire, non può morire) e le proprietà umane (ha patito, è morto sulla croce) di Cristo stanno tra loro in opposizione, cioè sono degli opposti, dovremmo concludere che il mistero dell’Incarnazione costituisce un assurdo?

Il principium firmissimum dell’episteme, di tutto il sapere, è il principio di non contraddizione. Per Aristotele è negazione del principium da parte della ragione naturale che gli opposti (tanantia in greco) convengano «allo stesso secondo lo stesso rispetto».

È assurdo affermare che una casa (la stessa casa) sia grande ed insieme piccola (il suo essere grande ed il suo essere piccola sono degli opposti) rispetto o relativamente allo stesso termine, per esempio in relazione ad un certo albero considerato ad un certo punto della sua crescita.

Tommaso risolve il problema proprio nel rapporto del principio di non contraddizione in riferimento all’unione ipostatica, affermando che «necesse est quod secundum aliud et aliud divina et humana predicentur de Christo». È dunque necessario che le proprietà divine siano affermate di Cristo secondo un riferimento (la natura divina) e le proprietà umane secondo un altro riferimento (la natura umana).

La distinzione non è inerente a ciò di cui si predicano gli opposti (id de quo), che anzi costituisce e deve costituire una unità, ma concerne l’id secundum quod, cioè il riferimento, il rispetto. Le proprietà, dunque, si predicano non della Persona, ma della natura (l’essenza) cui esse si riferiscono.

Scrive Agostino: «l’Incarnazione è il collirio che Dio ha usato per ripulire i nostri occhi, per guarirli dalla cataratta del peccato originale che impediva all’uomo di entrare in relazione col Dio vivo (cfr. Commento al Vangelo di Giovanni, 2,15)». Non è un Natale diverso, come spesso si ripete, perché Cristo, secondo quanto riporta l’apostolo Paolo nella Lettera agli abitanti di Colossi, «è immagine del Dio invisibile» ieri, oggi, sempre.

 

* Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato
e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona
(Svizzera/Centro Studi Superiore INDEF).
Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.


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