La dinamicità dei Magi, la staticità e durezza di cuore di Erode


«ALL’UDIRE QUESTE PAROLE, IL RE ERODE RESTÒ TURBATO E CON LUI TUTTA GERUSALEMME». IL MESSAGGIO CHE CI ARRIVA DALL’EPIFANIA È CHE GESÙ COSTITUISCE IL DONO DIVINO ALL’UMANITÀ MA, A DIFFERENZA DI QUANTO FECE ERODE, PER POTERLO DAVVERO INCONTRARE È NECESSARIO PORSI IN ASCOLTO, AGENDO DI CONSEGUENZA, ALL’INCROCIO DI DUE FORZE CONCOMITANTI: L’INIZIATIVA DIVINA E LA RISPOSTA DELL’UOMO

Di Sara Deodati*

LEGGI QUI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO PUBBLICATA IERI SU INFORMAZIONE CATTOLICA

«All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme».

Il versetto 3 del secondo capitolo, quello dedicato alla visita dei Magi per intenderci, del Vangelo di Matteo, utilizza il verbo tarassein (si turbò) per riferirsi ad Erode.

Con ciò l’evangelista richiama la vicenda di Gesù che cammina sulle acque, provocando i suoi discepoli e inducendoli a riconoscerlo come «Figlio di Dio» (Mt 14,33). In entrambi i casi, infatti, si descrive il timore che caratterizza l’uomo al cospetto delle manifestazioni del Divino, naturalmente di diversa natura nel caso del Re perverso (minaccia per la sovranità) o degli apostoli (maestà e grandezza).

Il successivo versetto 4 è introdotto da un verbo, synagein (radunati), utilizzato anche altrove nel Vangelo di Matteo (racconto della Passione), per descrivere i nemici di Gesù che si riuniscono per deliberare contro di lui.

In questo caso si tratta dei «capi dei sacerdoti», traducendosi così il greco archierèis, da non confondersi con la traduzione spesso usata di «sommi sacerdoti». Questo per evitare la confusione tra il sommo sacerdote in carica, quindi soltanto uno, con i membri più influenti delle famiglie sacerdotali, ai quali si applicava un titolo simile, con una accezione però differente.

Il versetto 5 di Matteo 2 è particolarmente importante in quanto attinge in modo diretto a due testi veterotestamentari come Michea 5,1 (Betlemme e il principe messianico) e 2 Samuele 5,2 (Davide consacrato re di tutto Israele), non citati però esplicitamente dall’evangelista. Nel primo il rimando al testo profetico sottolinea che, secondo il responso unanime degli scribi, il capo che uscirà da Betlemme di Giudea «pascerà» il popolo di Israele.

Nel versetto 6 l’espressione nella terra di Giuda sembra essere una apposizione per identificare la regione precisa di Betlemme di cui si sta parlando.

Nel v. 7 il verbo akriboun (volle sapere…, minutamente) va sottolineato in quanto si tratta di un termine tecnico tratto dal gergo delle osservazioni astronomiche che San Matteo utilizza per preparare il lettore allo scenario che si determinerà con l’ordine del re Erode di uccidere tutti i bambini di Betlemme «inferiori ai due anni» (Mt 2,16).

Nel versetto 8 Matteo utilizza per la prima volta il diminutivo paidion (fanciullo) riferito a Gesù, un termine che si ritroverà complessivamente nove volte nello stesso Vangelo. A differenza del pais e teknon impiegato per i bambini uccisi di Betlemme e di Rachele (Mt 2,16,18), questo termine greco racchiude anche il significato di un ragazzino che, per età e ruolo, è all’ultimo posto nella società. In tal senso paidion, ultimo e servo di tutti, è il modello della sequela.

Nello stesso Mt 2,8 il verbo utilizzato per “fatemelo sapere” è generico e significa riferire, annunciare. Sebbene non faccia comprendere immediatamente se sono i Magi a dover riferire di persona ad Erode o se possono fargli pervenire l’informazione, il verso successivo 2,12 permette chiaramente di optare per la prima ipotesi.

In ogni caso il turbamento che Erode manifesta di fronte all’informazione della nascita di Gesù (v. 3) manifesta una paura tutta mondana di poter essere destituito da un nuovo re, che minaccia un precario trono. Questo meschino sentimento non turba solo Erode ma tutta la Città santa, in quanto l’evangelista mette in rilievo come quello che doveva essere il popolo delle promesse, invece di accogliere con gioia la Notizia che attendeva da secoli, reagisce con paura e turbamento alla venuta messianica.

Nel versetto 9 si rileva la differenza della parola utilizzata per la destinazione dei Magi: mentre qui si parla di un luogo, nel successivo v. 11 Matteo indica una casa, probabilmente quella che serviva da dimora a Giuseppe e Maria che erano abitanti di Betlemme.

Nel versetto10 è significativa l’espressione furono ripieni di una grande gioia, in quanto l’aggettivo qualificativo (letteralmente grande gaudio) e l’avverbio (moltissimo) impiegati hanno lo specifico obiettivo di conferire la massima intensità all’incontro con Gesù (è l’unica nota di gioia in tutto il Vangelo dell’infanzia).

All’inizio del versetto 11, San Matteo riporta la frase “il bambino con Maria, sua madre”, ripetuta nel capitolo altre 4 volte per far risaltare la nascita verginale di Gesù. Mentre di norma si dovrebbe menzionare prima la madre e poi il figlio, la circostanza che il bambino occupi il primo posto non è casuale, perché sta ad indicarne il suo “essere speciale”.

Successivamente il gesto di prostrarsi in adorazione serve per richiamare quel segno di riconoscimento altissimo che, presso i Greci, era riservato agli dèi. In considerazione di ciò, l’evangelista utilizza il termine thēsauros che non fa solo riferimento al tesoro in sé stesso (come in Mt 6,21), bensì ad uno scrigno, che contiene un tesoro, riservato chiaramente ad un destinatario della massima dignità. I Magi adorarono naturalmente solo Gesù e non Maria e Giuseppe, il quale peraltro nel racconto non è neppure menzionato e presto scomparirà dal resoconto evangelico.

Riguardo infine ai doni offerti dai Magi, si tratta dei tesori considerati più preziosi per l’Oriente, interpretati come un omaggio a Gesù che è Re, Dio e uomo chiamato a soffrire e, quindi: oro, incenso e mirra (unguento usato per profumare le salme dei defunti). Dal numero dei doni, che evocano i tesori destinati ad affluire a Gerusalemme secondo Is 60,5-6 (Splendore di Gerusalemme), la tradizione ha dedotto che i Magi fossero tre, sebbene il Vangelo non dica nulla al proposito.

Il verbo chrēmatizein (avvertiti) del versetto 12 è quello solitamente utilizzato per le rivelazioni e gli avvertimenti provenienti da Dio. Secondo la tradizione l’avviso ai Magi giunse da un angelo, e questo sulla base di una deduzione tratta da altri episodi del racconto dell’infanzia di Matteo, nei quali appaiono appunto degli angeli in sogno. Infine, i Magi fecero ritorno al loro paese e scompaiono dal racconto evangelico. Il loro incontro con Gesù, evidentemente, ha trasformato tutta la loro vita.

La «prostrazione dei Magi» preannuncia l’adorazione di colui che, attraverso la sua risurrezione, otterrà da Dio autorità su tutte le nazioni (Mt 28,17). Ci si può chiedere se il ritorno dei Magi per un’altra strada abbia o meno un valore simbolico, indicando in questo secondo caso la conversione dei protagonisti. In effetti, essi sono diventati “altri”, poiché tutti coloro che con cuore sincero incontrano Cristo non tornano mai “per la stessa via”. La dinamicità di questi uomini si contrappone alla staticità e durezza di cuore di Erode e della sua corte. I Magi quindi, uomini in ricerca, assumono un valore ante litteram di missionarietà, di apertura all’incontro, di messa in discussione di fronte all’avvento di Dio e del suo Regno. Anche l’immagine di questi sapienti orientali che cercano il Re-Messia ha fecondato quindi l’impegno di evangelizzazione di tutti i popoli da parte della Chiesa.

Il racconto dei Magi è ricco di una serie di messaggi teologici che, volendo, possono essere così riassunti:

a) ricerca, nel senso che il loro cammino prefigura la risposta del credente di tutti i tempi dinanzi al bisogno di Dio che porta a cercare e seguire la volontà del Signore (la stella);

b) fiducia, perché il Vangelo di Matteo conferma che, sempre, Colui che cerchiamo già l’aspettiamo;

c) infanzia spirituale, perché dimostra come la vera gioia, anche da parte dei “saggi”, s’incontra prima di tutto nel cuore e davanti alla semplicità di un volto (quello del Dio-bambino) e di un luogo (quello dove Lui è nato);

d) adorazione, come espressione della fede in Dio che si è fatto bambino per la nostra salvezza;

e) donazione, i loro doni riassumono i segni della fede e implicano l’offerta di sé stessi per il Regno dei cieli.

Quanto sintetizzato mostra come sia riduttivo circoscrivere il messaggio teologico del brano in questione al solo tempo del Natale, sebbene la scena dell’adorazione non sia un elemento secondario nel Vangelo di Matteo. Essa acquista un valore di apertura alla storia, in quanto prepara il dramma futuro, ma al momento è comprensibile solo a chi conosce il seguito del racconto. Ad ogni modo il brano invita il lettore a mettersi personalmente in cammino per incontrare il bambino con Maria sua madre. E lo fa mostrando come i primi a rendere omaggio al neonato Re dei Giudei siano proprio dei Gentili provenienti dall’Oriente.

Nonostante l’essenzialità dei dati e della narrazione, Matteo riesce ad esprimere efficacemente la profondità teologica dei protagonisti: dai Magi ad Erode, dal Santo Bambino a Sua Madre. Il racconto della vicenda di questi personaggi è un invito alla fede e all’adorazione di un Dio che si è incarnato ed è vissuto sulla terra.

 

* Laureata in Scienze Religiose
nella Facoltà di Teologia della
Pontificia Università della Santa Croce (Roma)

 


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