La cosiddetta pandemia ha messo in luce l’importanza di famiglia e legami familiari


IL LOCKDOWN STA CAUSANDO UNA DRAMMATICA FRAMMENTAZIONE SOCIALE CHE HA INTACCATO IN PARTICOLARE LE PERSONE SOLE, SENZA-FAMIGLIA, SENZA GENITORI. ABBIAMO CAPITO CHE NESSUNO PUÒ AFFRONTARE LA VITA SENZA LEGAMI?

Di Umberto Spiniello

Per comprendere come in un Paese come l’Italia nel quale esiste in teoria un diffuso consenso sulla centralità della famiglia si continuino invece a perdere occasioni per scelte concrete e coraggiose in favore di questa «cellula fondamentale della società» (Carta sociale europea, Strasburgo 3 maggio 1996, Parte I, n. 16), abbiamo rivolto alcune domande al dott. Giuseppe Brienza, giornalista e studioso delle politiche familiari.

L’irruzione della c.d. pandemia da Covid-19 ha messo in luce l’importanza della famiglia e dei legami familiari?

Sicuramente! Malgrado tutti noi in Occidente siamo super-tecnologici, iper-connessi, il confinamento (lockdown) ha causato una drammatica frammentazione sociale, una depressione e disperazione che ha intaccato in particolare le persone sole, senza-famiglia, senza genitori, insomma gli uomini, le donne ed i bambini sradicati e fragili sotto svariati punti di vista. Abbiamo capito di nuovo che nessuno può affrontare la vita senza legami, isolato anche dal punto di vista generazionale. C’è bisogno di una comunità che “passi il testimone” e sostenga nei momenti di sfida e di pericolo, che rassicuri dalle paure, che ammortizzi le crisi. E qual è la prima comunità che aiuta crescere, a vivere, a costruire e a guardare avanti? Indubbiamente quella che nasce con il matrimonio.

Quando nascono le politiche sociali per la famiglia?

Hanno una storia relativamente recente che può essere fatta iniziare, limitatamente ad alcuni Paesi europei, soltanto attorno agli anni 1930.

In Italia si riferisce alle politiche familiari del fascismo?

Sì, e vorrei quindi menzionare l’istituzione della “Cassa di maternità obbligatoria”, che avrebbe dovuto provvedere a garantire il sussidio per le lavoratrici tutelate dalla legge (Regio decreto n. 2157/1923), dell’imposta di successione nel nucleo familiare (Regio decreto-legge n. 1802/1923) e, nel 1925, dell’“Opera Nazionale Maternità e Infanzia”. Tra il 1929 e il 1934 fu poi riordinata tutta la materia della tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli. Fra le novità previste: l’assicurazione per la maternità a carico del datore di lavoro obbligatoria per tutte le donne dai 15 ai 50 anni, il periodo di astensione obbligatoria esteso dall’ultimo mese di gravidanza ad un mese e mezzo dopo il parto, l’obbligo per i datori di lavoro di allestire “camere di allattamento” o di concedere alle donne la possibilità di allontanarsi dal luogo di lavoro per allattare. Ancora più specificatamente legata alla famiglia fu però l’istituzione della “Cassa nazionale per gli assegni familiari”, che provvedeva a corrispondere un extra salariale agli operai bisognosi, con famiglia a carico. Sul terreno fiscale ed amministrativo, si possono citare invece le esenzioni d’imposta e i privilegi di carriera per gli “ammogliati” (e parallela “tassa sui celibi” del 1926) e per i padri di famiglie numerose (legge n. 1024/1929), l’istituzione dell’“aggiunta di famiglia” (gli odierni “assegni familiari”), i sistemi di congedi pagati legati alle vicende tipiche del nucleo familiare e, con Regio decreto legge n. 1492/1937, i “premi di nuzialità e natalità”.

Venendo alla Repubblica Italiana?

A partire dall’avvento della Costituzione repubblicana, si ha una inversione di tendenza rispetto alla “pubblicizzazione” operata dal fascismo, con una progressiva accentuazione della “privatizzazione” di matrimonio e famiglia ad opera del legislatore, ma anche della giurisprudenza e della dottrina giuridica. Ciò è avvenuto soprattutto per l’alleanza e l’affermazione di culture politiche se non contrapposte, quantomeno estranee o poco sensibili ai principi tradizionali sulla famiglia.

Cosa ha comportato questo in termini di politiche familiari?

Ha comportato che durante tutta la “prima Repubblica” interventi presentati come d’interesse familiare hanno risposto più alle esigenze di una politica per individui facenti parte del gruppo familiare, specie nei casi di crisi per motivi relazionali (si pensi alle problematiche del rapporto coniugale), o per condizioni personali (si pensi agli handicappati, ai malati, agli anziani), che non alle logiche di una politica per la famiglia, volta a promuovere essa come tale ed il fisiologico adempimento delle sue funzioni sociali. La famiglia, per questo, anche a causa dell’influenza sindacale che si è avuta nelle politiche sociali, è sempre stata concepita come fonte di utilità personali. In alcuni casi interventi normativi diretti a rimuovere delle situazioni di bisogno o di emarginazione individuale hanno prodotto effetti contrari e negativi per la famiglia come tale. Così ad esempio gli interventi a favore delle “ragazze madri” (cioè nubili) hanno ingiustamente penalizzato la maternità nel matrimonio (si pensi a certi criteri per la formazione delle graduatorie per l’accesso a determinati servizi sociali o educativi).

Quindi si è applicata per oltre un cinquantennio solo una “sussidiarietà negativa” nell’ambito delle politiche familiari?

Esattamente, laddove vi sono stati interventi a favore della famiglia, essi sono stati concepiti più come forme di sostituzione dell’istituzione pubblica in definite funzioni familiari, che non come interventi diretti a precostituire le condizioni (giuridiche, culturali, economiche, fiscali, ecc.) grazie alle quali la famiglia può essere in grado di provvedere autonomamente al perseguimento delle sue proprie finalità (quella che io chiamo “sussidiarietà familiare positiva”). Questo è derivato anche dal fatto che nella Costituzione il principio di sussidiarietà è stato in maniera poco lungimirante sotteso e non esplicitamente affermato.

Nelle Conclusioni del suo libro “Famiglia e politiche familiari in Italia” (Carocci editore, Roma 2001) lei individua una tendenza ricorrente nelle politiche sociali del dopoguerra, che critica, e che definisce di “politica indiretta verso la famiglia”. Di cosa si tratta?

Le politiche “indirette” verso la famiglia sono quelle focalizzate sulla casa, sul lavoro, sul reddito e sui servizi, che non tengono conto invece della struttura e delle esigenze specifiche del nucleo familiare, o con scarso riguardo ad esse. Durante la “prima Repubblica” si è insomma utilizzata la famiglia come “strumento di lotta alla povertà” o per altri problemi sociali. Ben vengano naturalmente politiche efficaci contro la povertà, ma esse non devono essere confuse con la politica della famiglia e, oltretutto, da sole non possono risolvere i problemi né del Paese né delle famiglie, molti dei quali sono riconducibili a fattori strutturali che penalizzano tutte le famiglie, non solo quelle con redditi e risorse insufficienti. Guardi, si tratta di una conquista riportata anche da Papa Francesco nella sua ultima enciclica “Fratelli tutti”. Mi riferisco in particolare a quel passaggio nel quale il Santo Padre riconosce che le politiche sociali, da una parte esigono «di sviluppare l’economia, facendo fruttare le potenzialità di ogni regione e assicurando così un’equità sostenibile», dall’altra devono evitare e l’assistenzialismo. Infatti, afferma Bergoglio con una visione anti-pauperista che ben pochi gli riconoscerebbero (basta comunque approfondirne il magistero sociale…),«i piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie» (Papa Francesco, Lettera Enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale, 4 ottobre 2020, n. 161).

In cosa sono consistite le politiche economiche familiari durante la “prima Repubblica”?

Nei due trasferimenti monetari che oggi in Italia sono rivolti alle famiglie con figli: l’assegno al nucleo familiare per le famiglie di lavoratori dipendenti a reddito modesto e l’assegno per il terzo figlio per le famiglie a basso reddito e con almeno tre figli minori, entrambi inadeguati.

A partire dagli anni Duemila si può parlare di una “nuova fase” delle politiche familiari, nella quale protagonista non è tanto lo Stato ma le autonomie territoriali?

Direi di sì, il nuovo protagonismo degli enti locali in questa materia si è già reso evidente da almeno due decenni, attraverso interventi di singoli legislatori regionali e di Comuni che hanno introdotto misure di sostegno e forme di aiuto in ambiti di sicuro interesse della famiglia, quali l’istruzione, l’assistenza sociale, il sostegno alla maternità ecc. (considerando come destinataria solo la famiglia fondata sul matrimonio penso soprattutto alle legislazioni della Lombardia e del Lazio). Il fatto è che, al di là delle più recenti riforme, i sistemi di governo locale stanno già usufruendo dei vantaggi derivanti dai nuovi sistemi elettorali in termini di maggiore stabilità degli organi di governo.

Quali provvedimenti statali invece si possono citare in questa nuova fase?

Per fare solo due esempi il riconoscimento istituzionale del ruolo dell’associazionismo familiare e il ritorno dell’assegno di natalità. Per quanto riguarda il primo punto mi riferisco in primo luogo alla legge di riforma dei servizi sociali n. 328/2000 che, all’ art. 16, ne prevede il coinvolgimento nel grande capitolo della Valorizzazione e sostegno delle responsabilità familiari. Tra le indicazioni specifiche più innovative presenti in questa riforma, infatti, vi è stata la promozione, purtroppo in gran parte rimasta solo teorica, della partecipazione delle famiglie e del loro associazionismo come elemento cruciale dello stesso sistema dei servizi. Poi per quanto riguarda l’assegno di natalità (anche detto “Bonus Bebè“), si tratta come noti di un assegno mensile destinato alle famiglie per ogni figlio nato, adottato o in affido preadottivo. Il primo a riprenderlo in questa “nuova fase” è stato il governo Berlusconi con la legge finanziaria del dicembre 2005. Prevedeva mille euro una tantum alla nascita del figlio ed aveva anche efficacia retroattiva, perché spettava anche a tutti i figli nati nel corso del 2005. L’assegno di natalità, che è stato confermato con importi molto minori nella legge di bilancio 2021 (da 80 a 160 euro al mese a seconda del reddito ISEE del nucleo familiare con primo figlio), è annuale e viene corrisposto ogni mese fino al compimento del primo anno di età o del primo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito di adozione o affidamento preadottivo. Si tratta, certamente, di un contributo modesto e temporaneo destinato solo a poche famiglie a basso reddito. Lo stesso però può essere nonostante tutto considerato positivamente sia dal punto di vista culturale sia nel senso di offrire un sostegno agli alti costi di fare un figlio in più che, come dicono le statistiche, rappresenta l’aspirazione di molte donne italiane, madri di figli unici.

Cos’è cambiato con l’introduzione nel 2016 della legge Cirinnà sulle unioni civili omosessuali?

Molto, ma mi lasci premettere che la tendenza all’equiparazione del matrimonio alle unioni civili omosessuali va fatto risalire ad una delle principali carenze riscontrate dagli studiosi seri delle politiche familiari in ambito nazionale: ovvero la confusione fra “analogia” e “metafora” quando si parla di relazioni familiari. Le convivenze o unioni libere sono assimilabili solo per analogia a quelle fondate sul matrimonio, ma non ne presentano affatto tutte le caratteristiche; diventano evidenti, quindi, le difficoltà, da parte del politico e del legislatore, di gestire relazioni e scelte che vogliono essere integralmente private ma nello stesso tempo socialmente rilevanti. I conviventi, infatti, rifiutano il matrimonio, ma chiedono nonostante questo l’accesso a specifiche tutele in quanto famiglia. Eccettuate le convivenze omosessuali, tutte le altre possono però essere considerate famiglie solamente in senso metaforico. Come se si dicesse a qualcuno “sei fresco come una rosa” sapendo benissimo però di non stare affatto davanti ad una rosa!

Nonostante anche alcune “anime belle” del mondo cattolico (e persino ecclesiale!) abbiano assicurato se non spergiurato che con la legge numero 76 del 20 maggio 2016 non si sarebbe equiparato il matrimonio all’unione civile, siamo ormai arrivati, come nel caso del Tribunale di Pordenone nel marzo 2019 per due donne unite civilmente, a riconoscere l’assegno di divorzio in caso di scioglimento dell’unione civile! Oltretutto per uno di quei paradossi che non di rado si verificano nella storia, i conviventi eterosessuali, dai quali si è originato quel processo che ha condotto anche alla legge Cirinnà, sono finiti per essere discriminati dalle unioni gay! Le unioni civili, infatti, per espressa disposizione della legge 76, possono essere costituite solo tra persone maggiorenni dello stesso sesso…

Cosa possono fare secondo lei, a livello politico-sociale, le famiglie italiane per invertire la rotta in questa situazione?

Anzitutto formarsi e informarsi e, per chi può, formare e informare gli altri, specialmente le giovani coppie. Poi, naturalmente, partecipare. Nell’ambito delle politiche socio-educative, ad esempio, la progettualità riconosciuta alle associazioni delle famiglie (non solo però nel settore materno-infantile) ha fatto passi avanti soprattutto da parte del legislatore regionale.  Poi come contributo alla riaffermazione della rappresentanza politica degli interessi delle famiglie si può collaborare con le tante forme di rappresentanze organizzate ai fini del perseguimento di diritti, in particolare con il Forum nazionale delle associazioni familiari o con le sue “emanazioni” regionali e locali. Anche in questo caso, nessuna famiglia sola o isolata ce la può fare! È ancora una volta Papa Francesco ad aver colto questo aspetto nell’enciclica “Fratelli tutti”. Ad un certo punto, infatti, secondo me pensando anche alla necessità di aprirsi alla partecipazione civica ed all’associazionismo sociale e familiare, afferma: «non posso ridurre la mia vita alla relazione con un piccolo gruppo e nemmeno alla mia famiglia, perché è impossibile capire me stesso senza un tessuto più ampio di relazioni: non solo quello attuale ma anche quello che mi precede e che è andato configurandomi nel corso della mia vita» (Papa Francesco, Lettera Enciclica Fratelli tutti cit., n. 89).

 


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