I famigerati “standard della community” sono branditi come clava ideologica


TWITTER BLOCCA TRUMP, MA NON FIATA SE L’AYATOLLAH IRANIANO KHAMENEI SCRIVE SULLO STESSO SOCIAL NETWORK CHE “ISRAELE È UN CANCRO MALIGNO IN MEDIO ORIENTE CHE VA RIMOSSO E SRADICATO”

Di Umberto Spiniello

Chi controlla i controllori?” si domandava il retore romano Giovenale nel secondo secolo.

La domanda risuona quanto mai attuale, dato lo scandaloso comportamento censorio a danno dell’attuale presidente degli USA, tenuto dalle grandi piattaforme social e i colossi mondiali della comunicazione sul web. Dopo gli eventi di Washington il dibattito verte a chiarire una volta per tutte l’inquadramento giuridico delle grandi piattaforme social, in breve: sono delle libere piattaforme di messaggistica o degli editori?

Twitter blocca Trump, ma non fiata se l’ayatollah iraniano Khamenei scrive sullo stesso social network che “Israele è un cancro maligno in Medio Oriente che va rimosso e sradicato”, Instagram plaude il “cattolico” abortista Biden, ma si scandalizza del ciuffo presidenziale. Per non parlare di Facebook che arbitrariamente bloccato l’account di Trump. Tuttavia  nel resto del mondo autorevoli leader politici, si sono schierati contro la censura subita da Trump ad opera di Facebook, Twitter e gli altri giganti del web. Tanto più dopo la chiusura, anche di Parler, la piattaforma social utilizzata in prevalenza dai fan di Trump e dai militanti di destra.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel si dissocia da quanto fatto dai social nei confronti di Trump. Nel corso di una conferenza stampa il suo portavoce, Steffen Seibertha dichiarato: “È possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale. Questo è il motivo per cui il Cancelliere ritiene problematico che gli account del presidente americano sui social network siano stati chiusi in maniera definitiva”.

Ma la politica messa in atto dai giganti del web non è stata propriamente un buon affare già la seduta di borsa del 10 gennaio, per Twitter era iniziata con una flessione del 9%, dato precipitato poi a oltre l’11%.  In calo anche Facebook, che cede il 3,30%.  Ma come se non bastasse, Twitter ha “limitato temporaneamente” anche l’account di Libero, il quotidiano fondato da Vittorio Feltri e diretto da Pietro Sinaldi.

Per arrivarci bisogna leggere una grottesca avvertenza: “Attenzione: questo account è temporaneamente limitato. L’avviso qui presente ti viene mostrato poiché l’account in questione ha eseguito delle attività sospette. Vuoi davvero proseguire?”.

Quali siano le attività sospette imputate al quotidiano non è dato sapere . Twitter ha cominciato così anche con Trump e alla fine lo ha bannato per sempre. Tuttavia, a pesare sull’andamento delle società digitali in borsa sono le numerose proteste esplose in rete nei giorni scorsi, all’indomani della decisione di Twitter di sospendere a tempo indeterminato il profilo del presidente americano uscente, da notare che le proteste sono state messe in atto non solo dai sostenitori di Trump, ma da quanti ritengono “censorio” l’operazione portata avanti dai social.

Il problema della responsabilità giuridica delle piattaforme sta emergendo prepotentemente. I social media continuano rifiutare il ruolo di editori, ma allora non possono e non devono neppure censurare le opinioni o chiudere gli account sulla base di una valutazione dei contenuti postati dagli utenti.

I famigerati “standard della community” spesso branditi come clava ideologica dalle piattaforme e fortemente di parte, rimangono un ambiguo strumento di vigilanza a cui appigliarsi. Ed è proprio questa ambiguità che va risolta, visto  che i concetti di fake news, di incitamento all’odio e alla violenza, sono suscettibili di interpretazione e di strumentalizzazione politica e andrebbero applicati in una logica di “caso per caso” e non gestito da un ignoto algoritmo che nessuno può valutare o da zelanti censori che nessuno può controllare.

 


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