Il teologo Curtaz: “l’Occidente vive solo il presente, come se fosse padrone assoluto di sé stesso”


INTERVISTA ALL’AUTORE DEL SAGGIO “SUL DOLORE, PAROLE CHE NON TI ASPETTI”

Di Bruno Volpe

“Sul dolore, parole che non ti aspetti” è il titolo dell’ultimo saggio del teologo Paolo Curtaz. All’autore del libro abbiamo chiesto alcune riflessioni sul rapporto tra dolore, lutto e Coronavirus.

Curtaz, non è facile metabolizzare quello che accade per le persone colpite dalla morte dei propri cari…

“Purtroppo il mondo occidentale ha messo da parte, o quanto meno oscurato, la morte. Un tema volutamente dimenticato perché fa paura. Non vogliamo sentirne parlare”.

Perché?

“Per la ragione che in Occidente si vive solo il presente, talvolta come se fosse padrone assoluto di sé stesso. Arrivano circostanze come quelle prodotte dal virus e ci sentiamo spiazzati, smarriti. Tanto dipende, naturalmente, dalla secolarizzazione dell’Occidente”.

Tuttavia, almeno a sentire quello che descrivono gli addetti ai lavori, spaventa il modo in cui il Coronavirus porta via i  cari: da soli e probabilmente lucidi…

“Tutti noi nasciamo e moriamo soli. Questi fatti della vita avvengono in perfetta solitudine. Le dico che in Messico, per esempio, con Los altares  de los muertos (gli altari dei morti) il due Novembre sono riusciti quasi a rendere la morte come un personaggio buffo. Forse è una cosa che alcune volte scivola nel cattivo gusto, ma in America Latina hanno un rapporto più sano con morte e dolore”.

A che cosa ci porta tutto questo?

“A saper ridefinire la scala delle priorità. A domandarci con saggezza: che ci sto a fare qui?. Dobbiamo prendere atto con maturità che la morte fa parte della natura e non lo possiamo eliminare. Mi piace aggiungere che esiste una distinzione tra dolore necessario e dolore inutile. Quello necessario è per esempio quello del parto, l’inutile è quello che talvolta ci procuriamo senza motivo”.

 


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