Il Cardinale e il labirinto di Dedalo


La Sicilia del mito o il mito della Sicilia 

Di Alessandro Puma

Come nella migliore tradizione di Borges e, in parte, del realismo magico sudamericano (che in questo caso diventa siciliano, alla Giuseppe Borgese), il romanzo di Francesco Bellanti, “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” (Kimerik edizioni), si rivela non solo una perla letteraria artistica ma anche una miniera di citazioni filologiche, letterarie, artistiche, storiche e archeologiche, la cui profonda erudizione, la cui ricchezza e sovrabbondanza – a tratti quasi eccessiva – lascia piacevolmente frastornati.

Il paese immaginario di Almeda (che è in realtà il paese di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, dove è nato e vive tuttora lo scrittore) può ricordare alla lontana la Vigata di Camilleri, ma è all’interno di un intreccio stile “Pendolo di Foucault” o “Il nome della rosa” di Umberto Eco che ci muoviamo.

Ed é qui che, in seguito alla scomparsa di un libro, trafugato alla biblioteca di un monastero, inizia la vicenda, un vero e proprio giallo i cui protagonisti principali sono il donchisciottesco professor Bondone, detto Brando, e il suo fido assistente Paco (Pasqualino)/Sancio Panza.

Tra i documenti del prete del monastero troviamo una serie di carteggi che fanno riferimento a Cicerone in Sicilia, all’epoca del processo a Verre, alla corrispondenza apocrifa tra Seneca e San Paolo e soprattutto allo stesso libro scomparso del famoso Cardinale Filangieri di Almeda che, anticamente, aveva deciso di ritirarsi presso il leggendario monte Cacalù, dove da tempo immemorabile si dice sia nascosto un tesoro e dove, dall’inizio dell’era cristiana, una pletora innumerevole di santoni, mistici e predicatori ne hanno sempre frequentato gli oscuri recessi.

Il fatto si complica perché ci sono in gioco i soliti, meschini, interessi siciliani collegati alla sospirata realizzazione del piano regolatore del paese (per il quale il precedente sindaco è stato ammazzato), a un progetto utopistico del Brando che vorrebbe vedere la conca di Almeda come una meravigliosa concretizzazione di parchi archeo-agro turistici, costellati di giardini di aranci e limoni, mentre una profumata brezza spira dal mare in mezzo a statue della Magno Grecia, e infine all’opposizione a entrambi i progetti da parte della Sovrintendenza ai Beni Culturali.

Perché, si sa, questo (di Almeda, ma potrebbe essere qualunque altro paese siciliano o del Sud Italia) “è un paese ridicolo e tragico, di mattacchioni e mafiosi”, dove è bene farsi i fatti propri se non si vuol finire male.

Almeda rivendica anche, come almeno altri sei paesini dell’area di Gandara, la sua appartenenza all’antica Camico e qui troviamo uno dei miti più belli e più oscuri della Sicilia magnogreca, quello del re Minosse che, alla ricerca di Dedalo, arriva nella leggendaria Camico città del re Cocalo (Kokalos).

Qui viene ospitato con tutti gli onori ma le figlie di Cocalo, in accordo col geniale costruttore-inventore Dedalo (lo stesso che aveva fatto edificare il famoso labirinto cretese che imprigionava il Minotauro), lo fanno uccidere facendogli versare dallo stesso Dedalo, della pece bollente attraverso un condotto nascosto nel soffitto della sala da bagno.

Mito oscuro perché connesso con la civiltà minoica, con l’uccisione tramite bruciatura (come quella delle vittime del tiranno Falaride di Agrigento, calate all’interno di un toro di bronzo arroventato, e il toro è simbolo per eccellenza della civiltà cretese) e perché, appunto, la posizione geografica di Camico non è mai stata identificata con precisione.

Notevole anche, e varia, la galleria dei personaggi per la maggior parte maschili e chi più chi meno tendenti ai titoli nobiliari o detentori di essi, come se l’appartenenza a una nobiltà decaduta, rutilante e stracciona, tipicamente paesana, fosse l’unica ragione di vita. Tutti si comportano e vivono un po’ come nobili d’altri tempi, dallo stesso Brando, creatore di una comunità agro rurale e culturale autosufficiente dedicata a un fantomatico e messianico ‘Uomo Nuovo’, al suo famoso zio che quasi come un imperatore, padre della patria, ha gestito gli ultimi cinquant’anni della politica del paese e che vive in un mausoleo ottocentesco pieno di ogni ben di Dio storico e archeologico, sognando un Ur-fascismo romantico (che è forse quello autentico) con tanto di cavalieri templari a difesa di agricoltori e capitani d’industria, ma che ha anche cambiato tutte le bandiere politiche e ideologiche, come si cambiano i vestiti, e che dispone fin da bambino addirittura di un maggiordomo, Don Fofò, fedele e leale ai limiti della minchioneria.

Molteplici i riferimenti religiosi, il più geniale dei quali riguarda il profeta visionario del posto, tale Peppi Adamo, misteriosamente ucciso e anche lui collegato col monte Cacalú, il quale millantava la scoperta di un libro (segnalatogli da una visione dell’Arcangelo Gabriele, come per Maometto) che sarebbe nientemeno che il quinto vangelo in cui si racconta che Gesù non sarebbe morto sulla croce e si sarebbe messo alla testa di una potente migrazione di ebrei in terra di Sicilia, nello specifico ad Almeda, nel 32 d. C. (!) sposandosi poi con una siciliana di Gandara e avendo molti figli, l’ultimo discendente dei quali (alla Dan Brown) sarebbe stato il nuovo Messia della fine dei tempi, forse nella stessa persona di Peppi Adamo.

Mi fermo qui perché mi rendo conto che ci sarebbe ancora molto da scrivere; volevo solo in ultimo segnalare che, in un libro di più di 500 pagine, tra una citazione del “Gorgia” di Platone, nella versione di Euripide, e un’altra frase riportata dalla lettera ai Corinti sulla saggezza di Dio come stoltezza del mondo, la qualità del romanzo è realmente elevatissima, quasi sprecata se comparata con un circuito nazionale che sforna libri come quelli di Moccia e Fabio Volo.


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