Uno sciame di cavallette infesta le istituzioni democratiche…


MENTRE LORO ALIMENTANO L’INVIDIA SOCIALE, SGUAZZANDO NELL’IGNORANZA DI CHI LI HA ELETTI, I MEDIA GLI OFFRONO QUELLA VISIBILITÀ NECESSARIA E SUFFICIENTE AFFINCHÉ LA LORO (NON)CULTURA, IN MODO SURRETTIZIO E STRISCIANTE, PRENDA PIEDE NELLA SOCIETÀ, DISTRUGGENDO CIÒ CHE DI BUONO È RIMASTO…

Di Dalila di Dio

Noi ridiamo e scherziamo. Ci siamo quasi abituati.

Ci siamo quasi abituati alle Taverna, ai Bonafede, ai Di Stefano.

Abbiamo fatto l’occhio a questo sciame di cavallette che infesta le istituzioni democratiche.

Non facciamo quasi più caso ai “se avrebbe”, a Beirut che sta in Libia, alla vendita di climatizzatori che alza il Pil, a Matera capitale “pugliese” della cultura, al dolo che se non è dolo si trasforma in colpa.

Siamo assuefatti, quasi rassegnati, alla presenza di costoro nelle stanze dei bottoni.

Tanto più che loro, dalla stanza dei bottoni, non vogliono andar via nemmeno con le bombe.

Così, quando, dalla Camera Alta del Parlamento, sentiamo il senatore Cioffi ciarlare di carbonio e ossigeno, di foglia e glucosio e delle persone di buona volontà che vogliono Conte Presidente, ci scappa un sorrisetto, forse una fragorosa risata, proviamo un leggero imbarazzo ma nulla più.

E quando Ciampolillo sparisce e riappare costringendo il Presidente a riaprire una votazione chiusa, scherziamo evocando Var e zona Cesarini, postiamo divertiti la foto su Facebook e ci dilettiamo a condividere i meme.

Totalmente rassegnati alla loro pochezza, stiamo dimenticando che costoro sono il Legislatore e, purtroppo, anche l’Esecutivo. Alcuni di loro si annidano, con ampi poteri, persino nel potere Giudiziario.

Piante infestanti, per dirla alla Cioffi, della peggiore specie. Ostinate, tenaci, radicate.

Erbacce apparentemente inestirpabili, che stanno consumando le istituzioni dall’interno. Parassiti che stanno bacando irreparabilmente il frutto.

Noi ridiamo di fronte alla pochezza di questa gente, di fronte alla loro ignoranza, alla bassezza dei loro (s)ragionamenti: li vediamo ridicoli e per questo dimentichiamo quanto siano pericolosi.

Perché mentre loro alimentano l’invidia sociale, sguazzando nell’ignoranza di chi li ha eletti, i media gli offrono quella visibilità necessaria e sufficiente affinché la loro (non)cultura, in modo surrettizio e strisciante, prenda piede nella società, distruggendo ciò che di buono è rimasto.

Così, da giorni frotte di poveracci dell’intelletto giubilano per le perquisizioni in danno di Cesa, dimentichi del fatto che si trattasse dello stesso Cesa che fino al giorno prima corteggiavano come brufolosi adolescenti vogliosi.

Portando in trionfo il loro feticcio Gratteri, ciarlano di manette, di chiavi da buttare, di mele marce da estirpare. Onesti solo loro. Delinquenti tutti gli altri (salvi i casi di contratti di Governo che purificano da tutti i peccati, a destra e a sinistra).

Sono gli stessi che, tubando con Davigo, hanno risolto il problema della (IR)ragionevole durata del processo abolendo (de facto) l’istituto della prescrizione.

‘Che gli avvocati sono complici dei loro assistiti, ‘che se hai i soldi puoi pagare gli azzeccagarbugli che imbrogliano per te, ‘che i difensori usano i cavilli per allungare il brodo e garantire l’impunità.

Sono gli stessi che considerano il processo un inutile orpello, una perdita di tempo, un ostacolo alla (loro malsana idea di) giustizia.

Quelli che ritengono che il garantismo sia un retaggio da superare, un principio volto solo a favorire i colpevoli perché, ricordiamolo, “non esistono innocenti, solo colpevoli che l’hanno fatta franca” (così Davigo, nella massima espressione del suo scellerato giustizialismo).

Allora viene da chiedersi cosa avrebbero detto costoro se in Senato Cesa e l’UDC avessero detto sì alla loro proposta indecente.

A pensar male, per la verità, ci dovremmo anche chiedere se tutto questo sarebbe successo nel caso che Cesa e Conte, come carbonio ed ossigeno, avessero danzato insieme martedì notte.

“Non poteva attendere almeno la soluzione della quasi-crisi di governo? Cesa e l’Udc sono entrati nel gioco dei «responsabili» in soccorso del premier Conte…” domandava Giovanni Bianconi a Gratteri, per il Corriere della Sera, venerdì mattina.

«Io fino all’altra sera gli ho sentito dire in tv che lui e l’Udc non sarebbero entrati nella maggioranza, quindi questo problema non si è posto. Se ora qualcuno vuole sostenere il contrario lo faccia, ma io l’ho sentito con le me orecchie» risponde l’integerrimo Procuratore.

Nessun problema perché Cesa e l’UDC non sarebbero entrati in maggioranza. A pensar male, si potrebbe pensare che il problema, per Cesa, sia stato proprio non essere entrato in maggioranza.

Ma noi non siamo malpensanti e ci ostiniamo a credere nella giustizia. Meno, molto meno, nel giustizialismo.

Ad una cosa, però, non siamo pronti: a rinunciare allo stato di diritto, alla presunzione non colpevolezza, al giusto processo regolato dalla legge, alla inviolabilità del diritto difesa.

A baluardo di questi principi, di fronte ai Cioffi, ai Ciampolillo, alle Taverna ed ai Bonafede dovremmo smettere di ridere e cominciare ad alzare le barricate.

Perché non meritiamo la punizione di vivere in un Paese in cui il Ministro della Giustizia pensa che il procedimento “Inizia con le indagini, prosegue col processo e termina con la CONDANNA”.


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