Una grande donna che ad Auschwitz testimoniò la fede cattolica e la “Scientia Crucis”


LA VICENDA DI EDITH STEIN (SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE) CI RICORDA CHE LO STERMINIO DEGLI EBREI È STATO, OLTRE CHE L’UCCISIONE DI MILIONI DI CORPI, ANCHE LA CROCIFISSIONE DI MILIONI DI INTELLIGENZE E DI ALTRETTANTE ANIME.

Di Matteo Orlando

Edith Stein nacque a Breslavia, allora capitale della Slesia prussiana, la sera del 12 ottobre del 1891. In quell’anno era Yom Kippur, giorno dell’Espiazione, di penitenza per gli ebrei. Augusta Courant «vide nella data di nascita di sua figlia un segno della predilezione del Signore» (Elisabeth De Miribel, Edith Stein. Dall’università al lager di Auschwitz, Milano, Paoline 1987, p. 18).

La famiglia di Edith era una famiglia ebrea ortodossa molto praticante, la fede «veniva vissuta in modo autentico e profondo» (Bouflet, Edith Stein. Filosofa crocifissa, Cinisello Balsamo, Paoline 2014, p. 21).

La vita giovanile di Edith Stein trascorse «sul ritmo della pratica religiosa: si celebrano le feste liturgiche, si rispetta il sabato, ai pasti si recitano le benedizioni e azioni di grazie in ebraico» e, pur vivendo una crisi adolescenziale di fede, «per deferenza e affetto accompagnava [la madre] alla sinagoga nelle grandi occasioni. Da parte sua, aveva rinunciato da tempo a ogni pratica religiosa». Infatti, più che i «precetti della Legge è stato l’esempio materno a segnare la sua personalità e a guidare il suo comportamento morale» (Ibid., p. 37.39.91).

Dopo avere conseguito il Baccalaureato nel 1911, nel biennio successivo studiò filologia e letteratura tedesca presso l’Università di Breslavia. Folgorata dalla lettura delle Ricerche Logiche del filosofo Edmund Husserl, decise di andare a studiare presso l’Università “del maestro”, a Gottinga.

Nel 1915 sostenne l’esame di Stato per il conseguimento dell’aggregazione in filosofia, germanistica e storia e si staccò volontariamente dagli studi per svolgere un servizio di volontariato come infermiera presso un lazzaretto sul fronte austriaco, aiutando i malati di dissenteria, tifo e colera. Tra i giovani che frequentava a Gottinga, confidò in seguitò Edith, «ce ne fu uno che mi piacque molto, tanto da vedere in lui il futuro compagno di vita» (Ib., pp. 96-97). Fu questo, probabilmente, il motivo della sua fuga al fronte.

Il 3 agosto 1916 affrontò la dissertazione della tesi Il problema dell’empatia”. Edith fu l’«unica donna a passare il dottorato quell’anno in Germania» e ottenne «la menzione più alta: summa cum laude» (Ib., 108). Nel triennio 1917-1919 fu assistente di Edmund Husserl a Friburgo e a Brisgovia (filosofo dal quale aveva appreso molto ma di fronte al quale non mancava di esprimere le proprie idee, talvolta in disaccordo col maestro).

Negli anni Edith ebbe la “rivelazione di un mondo”, quello cattolico, grazie all’incontro con un altro grande filosofo, Max Scheler. Ricordando l’impressione che le fece Scheler, ebreo convertito, scrisse: «egli traboccava di idee cristiane e sapeva esporle in modo brillante, con forza e persuasione. Per me questa fu la rivelazione di un universo fin allora totalmente sconosciuto e, anche se questa rivelazione non riuscì ancora a condurmi alla fede, mi aprì tutto un ambito di fenomeni che non potevo più ignorare. […] Caddero così le barriere del razionalismo in cui senza saperlo ero stata educata e mi ritrovai d’un tratto di fronte al mondo della fede» (De Miribel, Edith Stein, cit., pp. 43-44).

Nel novembre del 1917 Edith ebbe il primo “incontro con la Croce”, a casa dell’amica vedova Anna Reinach. Da quella donna, che soffriva profondamente per la morte del marito, «emanava una pace radiosa, alimentata dalla speranza […] accettazione del mistero della Croce, alla luce della fede» (Bouflet, Edith Stein, cit. p. 25).

Dal 1920 al 1923 svolse lavori personali a Breslavia e tentò di conseguire l’abilitazione per insegnare in facoltà (rifiutata la prima volta nell’ottobre del 1919). Il ritorno a Breslavia si rilevò propizio per la riflessione spirituale. Abbracciò «la fede cattolica, nella quale ha riconosciuto “la vera fede” al termine di una “lunga ricerca”» (Ib., 18).

Nell’estate del 1921, ospite a Bergzabern, presso i coniugi Conrad-Martius, Edith prese a caso un libro «portava il titolo Vita di santa Teresa narrata da lei stessa» (De Miribel, Edith Stein, cit. p. 50). Chiuse il libro solo quando lo finì di leggere esclamando: «questa è la verità» (Ibid.). L’indomani si recò ad acquistare un messale e un catechismo cattolico e, qualche giorno dopo, assistette per la prima volta alla messa a Bergzabern, nella chiesa di San Martino, dove il 1° gennaio del 1922, all’età di trent’anni, venne battezzata. Lo stesso giorno ricevette per la prima volta l’eucaristia e il 2 febbraio successivo la cresima.

La Stein si affidò al direttore spirituale (prima il canonico Schwind poi l’abate Walzer) e rimase fedele alla comunione quotidiana fino al termine della vita.

Poco dopo, nell’estate del 1923, a Spira diventò insegnante presso le domenicane di Santa Maddalena. Otto anni dopo lasciò l’Istituto e si dedicò a conferenze e lavori filosofici.

La Stein fu colpita dallo stupore che le procurava la scoperta del pensiero e delle opere di san Tommaso d’Aquino e scrisse che con la lettura di san Tommaso le era parso per la prima volta possibile mettere la conoscenza al servizio di Dio.

Così il 14 Ottobre del 1933 entrò come monaca nel Carmelo di Colonia. Il 1° maggio del 1938 arrivarono i voti perpetui, assumendo il nome di Teresa Benedetta dalla Croce.

A causa delle persecuzioni naziste si trasferì a Echt, in Olanda, dove continuò a scrivere opere scientifiche e dove la raggiunse la sorella Rosa, anche lei convertitasi al cattolicesimo.

Il due agosto del 1942 venne deportata assieme alla sorella dalla Gestapo che, «come reazione per le proteste dei vescovi dei Paesi Bassi contro le deportazioni degli ebrei» (Gerolamo Fazzini, Scritte con il sangue. Vita e parole di testimoni della fede del XX e XXI secolo, Cinisello Balsamo: San Paolo 2014, p. 34) irruppe nel monastero e catturò le due donne.

Sette giorni dopo entrambe vennero uccise nelle camere a gas del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Nel campo di concentramento accettò così «di lasciarsi crocifiggere insieme con il Signore Gesù: sentiva di appartenergli non solo con legami spirituali ma anche di sangue» (Carla Bettinelli, «Prefazione», in Bouflet, Edith Stein, cit., p. 11). La Stein, che è stata proclamata santa da San Giovanni Paolo II l’11 ottobre del 1998, morì «a causa della sua appartenenza al popolo ebraico» (Bouflet, Edith Stein, cit. p. 14).

La vicenda della Stein ci ricorda che lo sterminio degli ebrei è stato, oltre che l’uccisione di milioni di corpi, anche la crocifissione di milioni di intelligenze e di altrettante anime.

Scientia Crucis è stata l’ultima opera di Edith Stein. Cominciò a lavorarci nel 1941, quando si trovava nel Carmelo di Echt. In quell’anno la Germania aveva già invaso l’Olanda e la minaccia dei nazisti andava crescendo, quelli sarebbero stati gli ultimi mesi della sua vita. Suor Antonia, la nuova priora eletta, le aveva assegnato di meditare su Giovanni della Croce, in occasione del quarto centenario della nascita del Santo spagnolo.

Edith Stein, narrando il suo cammino verso il Carmelo di Colonia (1933), scrisse: «È ai piedi della Croce che ho capito il destino del popolo di Dio, che già si stava delineando. Ho pensato che chi lo comprende deve prendere su di se la Croce di Cristo per tutti. Adesso so molto di più che cosa significa essere la sposa del Signore sotto il segno della Croce. E chiaro che non lo si può facilmente capire perché è un mistero» (Teresia a Matre dei, Edith Stein- Auf der Suche nach Gott, Kevelaer: Butzon & Bercker 1965, p. 196).

Per la Stein la croce e la risurrezione sono inscindibili. La croce di Cristo la possono portare «soltanto i redenti», «i figli della grazia». Infatti, la «sofferenza umana trae la sua potenza riparatrice soltanto dall’unione con il Capo divino» (Giovanna della Croce, Stare davanti a Dio per tutti Vita, antologia e scritti, Roma: O.C.D. 1991, pp. 280-281).

La Stein ha lavorato a Scientia Crucis fino al momento del suo arresto. Il libro, infatti, termina bruscamente con il racconto della morte di Giovanni della Croce e non riporta conclusioni. Pertanto l’opera è considerata non completa, frammentaria.  È difficile immaginare cosa potesse aggiungere al testo la Stein. Ci piace pensare che la conclusione del libro non è stata scritta perché la Stein l’ha voluta portare a compimento con il suo proprio sangue.

«Vuoi restare fedele al Crocefisso? Rifletti bene. Il mondo è in fiamme… Scegliere Cristo può costarti la vita. […] Il fuoco può anche bruciare la nostra casa. Ma al di sopra di tutte le fiamme si innalza la croce che nulla può consumare. Essa è il cammino che conduce dalla terra al cielo. Colui che l’abbraccia con fede, con amore e con speranza, viene condotto per mezzo suo in braccio alla Trinità» (Robert Rojal, I martiri del XX secolo. Il volto dimenticato della storia del mondo, Milano, Ancora 2002, p. 30).

 


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