I giornalisti che estrapolano le parole del Papa studino la Dottrina Sociale della Chiesa


LEONE XIII FU IL PAPA CHE SI PROPOSE DI FAR USCIRE LA CHIESA DALLE SECCHE IN CUI L’AVEVA CACCIATA LA REAZIONE DIFENSIVA ALLA RIVOLUZIONE. EGLI ALLA PARS DESTRUENS VOLLE FAR SEGUIRE UNA PARS COSTRUENS.

Di Anna Tortora

La Dottrina Sociale della Chiesa è ancora oggetto di critiche che, in alcune loro forme estreme, ne sostengono il superamento.

La Dottrina sociale viene spesso attaccata, affermandone la natura di strumento della Chiesa per entrare in politica. Non è così. Il chiarimento va fatto perché questa strada errata la percorrono anche molti colleghi giornalisti che estrapolano parole e discorsi di Papa Francesco, usandoli a loro piacimento.

 – La DSC non è ideologia socio-politica, ma teologia collocata nell’ambito della teologia morale, ossia lettura della storia alla luce del Vangelo.

– La DSC non si propone come un corpus statico e compiuto, ma come un organismo in crescita, che coniuga alcuni elementi costanti che ne sono l’ossatura, e sono immutabili perché radicati nella rivelazione stessa, con una serie di applicazioni e di mediazioni, che risentono necessariamente del contesto storico. Queste precisazioni sono state fatte dalla Sollecitudo rei Socialis.

E con questa considerazione ultima voglio parlare della Rerum Novarum di Leone XIII che fu “attaccata” da varie parti politiche.

Non mancarono dei consensi, soprattutto nell’area del liberalismo, impaurito dai moti socialisti: ma anche qui apparve ad alcuni troppo socialisteggiante.

Dall’altro lato, sull’enciclica spararono a zero i socialisti. La “Critica” di Turati non si risparmiò critiche a carico “dell’anfanante tiritera papale”, giudicata “vuota”, venuta a soccorrere i ricchi.

La RN – 15 Maggio 1991- cade a metà del lungo pontificato di Leone XIII ed ebbe un impatto storico molto incisivo.

Essa si colloca all’interno del vasto disegno leoniano, che la storiografia chiama “della riconquista cristiana” (così S. Tramontin, Un secolo di storia della Chiesa, da Leone XIII al C.V. II).

Leone XIII fu il papa che si propose di far uscire la Chiesa dalle secche in cui l’aveva cacciata la reazione difensiva alla rivoluzione, emblematicamente espressa nel Sillabo. Egli alla pars destruens volle far seguire una pars costruens.

Alla base del suo progetto c’era una convinzione: la Chiesa è l’anima della civiltà. Lo è stata nel passato, è destinata ad esserlo anche nella società contemporanea.

E questo progetto che sta alla base della Rerum Novarum. È sintomatico, infatti, che l’intonazione dell’enciclica sia data da un’affermazione sulla quale spesso si sorvola: Leone XIII addita, alla base della “questione sociale”, l’ardente “brama di novità” che, una volta andata sul piano politico, è poi passata a quello economico. È così già indicato lo schema leoniano di interpretazione della società contemporanea: sullo sfondo c’è il rifiuto della “rivoluzione francese” e del tipo di democrazia da essa introdotto, e la convinzione che essa abbia portato effetti dissolutori, che lascia gli uomini isolati e deboli di fronte ad uno Stato accentratore e di fronte ad un capitalismo spietato.

La “questione sociale”, come è vista dell’enciclica, non è solo un problema di rapporti tra ricchi e poveri, ma investe tutto il sistema sociale. Di qui il richiamo di Leone XIII alle sue precedenti encicliche sull’autorità politica (Diuturnum,1881), la costituzione degli stati (Immortale Dei, 1885), la libertà umana (Libertà,1888). In questo rapido richiamo c’è il senso di un nesso organico, senza di cui la RN non sarebbe comprensibile.

“E che Leone XIII intendesse proprio questo, è chiaro anche dall’ordito dell’enciclica, che chiama alla soluzione della questione che tutti i fattori dell’ordine sociale, a partire naturalmente dalla Chiesa” (G. Antonazzi).

Chi in Italia comprese fino in fondo questo aspetto organico e globale del progetto leoniano, diventandone il maggiore interprete, fu Giuseppe Toniolo, la cui linea operativa fu determinante in quegli anni nel cattolicesimo italiano.

Nelle sue numerose iniziative, egli volle sempre coniugare fortemente il versante dell’impegno socio-economico, con quello ecclesiale e culturale.

“Questo delicatissimo equilibrio, che intendeva riproporre la Chiesa come elemento centrale e coagulante dell’ordine sociale, come alternativa adeguata allo sfascio della modernità, doveva entrare in crisi alla fine del secolo, a mano a mano che dal generale si passava al particolare, dai principi alle mediazioni storico-politiche, e si doveva constatare come l’unità sui grandi principi non bastasse ad assicurare la compattezza operativa tra le diverse anime del mondo cattolico”, ha ricordato monsignor Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi.

 


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