“Frutto del lavoro dell’uomo”, le riflessioni di don Anthony Cekada


IL TEOLOGO AMERICANO DON ANTHONY CEKADA, RECENTEMENTE SCOMPARSO, SI È DISTINTO PER I SUOI STUDI SUI RITI LITURGICI

Di Matteo Castagna

“In liturgia ogni parola, ogni gesto traduce un’idea teologica”, scriveva l’Arcivescovo Ferdinando Antonelli, O.F.M..

Non è da escludere che l’Arcivescovo pensasse al Salmo 73,3 “Leva manus tuas in superbias eorum in finem: quanta malignatus est inimicus in sancto!” (“Alza le tue mani sulle superbie loro per sempre: quanti danni ha fatto il nemico nel santuario!”) quando pronunciò tali parole, quale firmatario del Decreto di promulgazione della Messa di Paolo VI dell’Aprile 1969.

E’ il rito che, da allora, si celebra ordinariamente in tutte le parrocchie del mondo.

Il teologo americano don Anthony Cekada, recentemente scomparso, si è distinto per i suoi studi ed osservazioni critiche relativi a tutti i riti riformati nel periodo post-conciliare.

Poiché la questione inerente la liturgia è fondamentale, capire i motivi principali di una disputa che dura dagli anni sessanta può essere utile a chiunque.

Innanzitutto, non è un problema di lingua, il latino, né è vera l’affermazione di coloro che dicono coscientemente che l’attuale Messa sia la mera traduzione in lingua volgare della precedente.

L’autoproclamatasi “resistenza tradizionalista”, fin dagli anni sessanta, portò motivi di carattere dottrinale. Ciò che disse l’Arcivescovo Antonelli, venne ripreso da Mons. Marcel Lefebvre il 21/11/1974: “non è possibile modificare profondamente la lex ordandi (legge della preghiera) senza modificare la lex credendi (legge della Fede). Alla nuova Messa corrisponde un nuovo catechismo, un nuovo sacerdozio, nuovi seminari, nuove università, la chiesa carismatica e pentecostale – tutte opposte all’ortodossia e all’antico magistero della Chiesa”.

La fedeltà alla vecchia Messa era legata al rifiuto categorico della messa di Paolo VI, come nemica della Fede, sacrilega e potenzialmente invalida.

D’altro canto, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha sempre replicato che le motivazioni fossero solo di carattere sentimentale, soggettive, di gradimento, estetiche. Non ci sarebbe alcun problema dottrinale, ma è una questione di scelta e di opzioni.

Secondo don Anthony Cekada e, con lui, tutto il mondo cosiddetto tradizionalista “la messa di Paolo VI distrugge la dottrina cattolica nella mente dei fedeli e, in particolare, la dottrina cattolica riguardante il Santo Sacrificio della Messa, il sacerdozio e la Presenza Reale; e permette o prescrive delle irriverenze gravi”.

Don Cekada si soffermava, in particolare sull’Istruzione Generale del 1969 che fu il documento preliminare per esporre i principi teologici dietro la messa di Paolo VI. Citiamo liberamente dal suo testo “Frutto del lavoro dell’uomo” (Centro Librario Sodalitium, 15 ottobre 2019, pp. 420): 1) La definizione della messa come “assemblea”, piuttosto che sacrificio. 2) “Presenze reali” inventate di sana pianta per svalutare la transustanziazione. 3) L’errore che la Messa ripresenti l’Ultima Cena, piuttosto che il Sacrificio della Croce. 4) L’assemblea come “offerente” della Messa, e il prete come “presidente”. 5) La deregolamentazione della Messa.

Quanto alla preghiera eucaristica, secondo Cekada, i revisori hanno “alterato il venerabile Canone Romano, abolito la sua recitazione silenziosa, falsificato la traduzione delle Parole di Consacrazione, ridotto i gesti sacerdotali rituali, introdotto tredici nuove ‘preghiere eucaristiche’ inventate, contenenti intercessioni ecumeniche e la teologia superficiale degli anni ’60, e cambiato la Consacrazione in una ‘narrazione dell’istituzione’ di stile protestante”.

“Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontari, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo”, scrisse Sua Santità Papa S. Pio V, nella Bolla Quo Primum Tempore del 1570, in merito al rito della Santa Messa da Lui promulgato.

Noi invitiamo a studiare tutte le fonti. E poi provare a trovare liberamente delle risposte documentate alla domanda: le varie modificazioni al rito della messa cosa producono?

 


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