I cristiani resistono eroicamente, nonostante persecuzioni e silenzi dell’Occidente


CONTINUA LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI IN PAKISTAN: DOPO ASIA BIBI SCOPPIA IL CASO TABITA

Di Umberto Spiniello

Non è un mistero che i cristiani in Pakistan siano continuamente discriminati e perseguitati, ma di certo colpisce l’atteggiamento della classe dirigente occidentale, che invece di intervenire compatta, facendo valere energicamente i famosi “diritti umani”, preferisce, ignorare le persecuzioni.

In parte questo immobilismo avviene perché il problema delle persecuzioni nel mondo non è inquadrato nel contesto dell’islam radicale, l’altra ragione risiede nello scarso interesse che l’occidente nutre per i cristiani perseguitati.

L’Islam, nel contesto relativista occidentale in cui viviamo, viene percepito come una religione di pace e di tolleranza per niente accomunabile ai fenomeni di violenza e terrorismo di matrice jihadista in Europa.

Abbandonati dalla comunità internazionale, i cristiani pakistani continuano a resistere eroicamente ma si moltiplicano i casi di violenza specie ai danni delle donne, e dopo il famoso caso di Asia Bibi un’altra donna rischia di rivivere lo stesso orrore.

Tabita Nazir Gill, è una cristiana di 36 anni, pakistana due figli, infermiera al Sobrajh Maternity Hospital di Karachi. Rischia di essere l’ennesima vittima della famigerata legge contro la blasfemia del paese.

Il 28 gennaio Tabita è accusata falsamente di avere offeso Maometto dai suoi colleghi infermieri al fianco dei quali ha lavorato per 9 anni, ed è stata aggredita e insultata. La tragica vicenda è stata riportata dal portale pakistanchristianpost.com: “Le fonti riferiscono che [quel giorno] è avvenuta una piccola lite perché Tabita Gill aveva detto a una collega di non essere d’accordo che quest’ultima raccogliesse soldi dai pazienti. L’altra a quel punto ha cominciato a sostenere che Tabita Gill avesse commesso blasfemia e l’ha accusata di avere pronunciato commenti dispregiativi sui profeti dell’islam, compreso Maometto. Dopo questa accusa terribile i colleghi musulmani l’hanno aggredita, l’hanno legata con una corda, rinchiusa una stanza dell’ospedale e torturata per costringerla ad ammettere il reato, sebbene lei insistesse a dirsi innocente”.

In realtà sembrerebbe essere confermata l’ipotesi di un agguato premeditato ai danni della donna cristiana, organizzato in anticipo dai suoi colleghi e mossi dalla volontà di esprimere la loro incompatibilità religiosa.

Questa ipotesi sembra confermata dalla ricostruzione di un altro prestigioso organo di informazione il britannico catholicherald.co.uk: “Secondo alcune ricostruzioni, Tabita è stata legata e rinchiusa in una stanza prima che fosse chiamata sulla scena la polizia. Gli agenti l’hanno presa in custodia e portata alla stazione di polizia Aram Bagh a Karachi. Le loro indagini hanno concluso che le accuse portate contro la donna erano infondate. In mancanza di precedenti reclami contro di lei, le accuse sono state ritenute la conseguenza di un diverbio fra colleghi”.

Tabita è stata scarcerata dopo poche ore ma il giorno seguente una folla si è radunata davanti all’ufficio di polizia protestando per il rilascio della donna e facendo pressioni per la sua incriminazione: i funzionari di polizia hanno dunque registrato la denuncia a carico della donna .

Si comprende il motivo per cui Tabita si sarebbe rifugiata con la sua famiglia in un luogo segreto e protetto. La speranza adesso è riposta sulle azioni diplomatiche delle Nazioni Unite, sperando che non si incorra in inutili trafile burocratiche e si possano così evitare gli errori commessi nel caso Asia Bibi.

 


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I Pakistani che protestano contro la scarcerazione di questa donna sono come quei gruppi che in Italia e in Occidente manifestano contro chi cerca di difendere il diritto alla vita dei nascituri. C’è di che riflettere…