Shemà. Commento al Vangelo del 5 febbraio della teologa Giuliva Di Berardino


Shemà (in ebraico “Ascolta”), un commento al Vangelo del Giorno di Giuliva Di Berardino.

Anche a noi, uomini e donne del terzo millennio, Nostro Signore Gesù Cristo dice: “Shemà”. Ascoltiamolo!

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IL COMMENTO TESTUALE

IL VANGELO DEL GIORNO: Mc 6, 14-29

 venerdì 5 febbraio 2021

Sant’Agata vergine e martire -memoria 

Oggi la liturgia ci fa celebrare la memoria di Sant’Agata, una giovane ragazza cristiana, vissuta nel III secolo, che ha saputo testimoniare la sua fede fino al  martirio. Il Vangelo di oggi ci presenta la vicenda del martirio del Battista, e inizia raccontando come la fama di Gesù avesse suscitato la curiosità del Re Erode, tanto che egli credeva che Gesù fosse il Battista risuscitato morti. Ecco, questo particolare ci fa percepire il rimorso di questo re che, come si legge nel testo, aveva fatto decapitare lui stesso il profeta Giovanni, pensando così di aver messo fine al malessere che gli provocava la popolarità dei profeti. Nel testo si capisce che Erode in realtà aveva paura della folla, dell’opinione degli altri al punto di non essere libero neppure di decidere delle proprie azioni. La situazione del martirio di Giovanni, così come quella di Gesù e di tutti i martiri, anche dei processi e delle torture subite dalla giovane Agata che ricordiamo oggi, è una situazione assurda: la morte dell’innocente è sempre la denuncia dell’assurdità del male e del modo in cui  la paura, che è l’arma misteriosa del male, sia capace di paralizzare il cuore delle persone. Eppure questa situazione assurda lascia emergere la forza misteriosa che sorregge, fino alla fine, l’esistenza di una persona credente. Così l’assurdità del male diventa ironia nel Vangelo, perché smaschera la verità: il re Erode Antipa è uno schiavo, invece  il vero uomo libero è il profeta Giovanni. C’è un re schiavo e un profeta libero. E di fronte a questo stravolgimento ci viene quasi da sorridere, perché il vangelo annuncia una novità di fede che apre il cuore alla speranza: il Signore Dio è fedele a chi non cede a compromessi e sceglie di vivere nella luce. Ma questo possiamo sperimentarlo anche noi nella nostra vita: quante volte abbiamo passato dolori, sopportato ingiustizie o portato il peso di situazioni assurde, come quella che stiamo vivendo della pandemia, per esempio, e non sappiamo da dove abbiamo preso la forza, ci chiediamo: “Ma come ho fatto? Chi mi ha dato la forza?”. San Giuseppe Moscati, un santo medico, diceva queste parole: “Quali che siano gli eventi, ricordatevi di due cose: Dio non abbandona nessuno. Quanto più vi sentite soli, trascurati, vilipesi, incompresi, e quanto più vi sentirete oppressi nel soccombere sotto il peso di una grave ingiustizia, avrete la sensazione di un’infinita forza arcana, che vi sorregge, che vi rende capaci di propositi buoni e virili, della cui possanza vi meraviglierete, quando tornerete sereni. E questa forza è Dio!” Preghiamo allora oggi il Signore che ci doni la grazia di questa forza che venga misteriosamente a sostenerci se ci sentiamo tristi e oppressi da situazioni assurde e incomprensibili, perché ciascuno di noi, oggi, per intercessione di Santa Agata e per l’annuncio di questo Vangeo, può rinnovare profondamente il dono della fede. Buona giornata!

Mc 6, 14-29

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

IL COMMENTO IN VIDEOhttps://www.youtube.com/channel/UCE_5qoPuQY7HPFA-gS9ad1g/videos


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