Ecco cos’è il principio della destinazione universale dei beni per la Chiesa


DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA? BUTTIAMOLA IN POLITICA: “D” COME DESTINAZIONE UNIVERSALE DEI BENI

A cura di Giuseppe Brienza*

Il principio della destinazione universale dei beni è da sempre dottrina della Chiesa. Già nei primi secoli della fede cristiana è stato insegnato da grandi Padri come San Basilio, San Pietro Crisologo, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino.

Come ribadito dal Concilio Vaticano II la destinazione comune vale non solo per il superfluo, ma anche in certi casi per il necessario: «Si deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni. L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri» (costituzione pastorale Gaudium et spes, promulgata da Papa Paolo VI il 7 dicembre 1965, n. 69).

Recentemente Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti (2020) ha applicato il principio della destinazione universale all’affermazione di quello internazionalistico dei diritti dei popoli, non unicamente da vedere nei confronti dei popoli indigeni ma anche quelli espropriati economicamente o culturalmente dalle multinazionali, dal potere predominante delle superpotenze statali o da quei fenomeni che possiamo riassumere genericamente nel “globalismo”.

Leggiamo infatti nel n. 124: «La certezza della destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse. […]. Infatti, come hanno insegnato i Vescovi degli Stati Uniti, vi sono diritti fondamentali che “precedono qualunque società perché derivano dalla dignità conferita ad ogni persona in quanto creata da Dio”».

Altra applicazione pratica può riguardare il c.d. digital divide che, però, bisogna avvertire che non è un problema sociale che penalizza i soli Paesi poveri o “in via di sviluppo”, dato che impatta anche la vita e le opportunità di centinaia di migliaia di cittadini italiani che abitano in molti piccoli o “periferici” Comuni o sono economicamente deprivati.

Come ribadito dal Rapporto Annuale dell’Istat 2020, ad esempio, la chiusura delle scuole imposta dall’emergenza epidemica ha prodotto un aumento delle diseguaglianze più odiose, ovvero quelle tra i bambini. Se già nel biennio 2018-2019 il 12,3% dei minori di 6-17 anni (pari a 850mila) non aveva un pc né un tablet, e la quota sale al 19% nel Mezzogiorno (7,5% nel Nord e 10,9% nel Centro), il 45,4% degli studenti di 6-17 anni (pari a 3 milioni 100mila) ha avuto difficoltà nella Dad-didattica a distanza imposta per ben due anni scolastici a causa della carenza di strumenti informatici in famiglia.

Per cercare di risolvere questo digital divide nazionale, oltre che stanziare a livello centrale gli opportuni finanziamenti pubblici, sarebbe necessario che le autonomie territoriali, singolarmente o consorziate, si attivassero promuovendo progetti di eccellenza come ad esempio la connessione a banda ultra-larga laser o ricorrendo alle più avanzate tecnologie della comunicazione e dell’informazione, per rendere possibile o velocizzare il processo di connessione, anche eventualmente senza la banda larga.

 

* Vedi il canale YouTube curato dall’Autore Temi di Dottrina sociale della Chiesa: https://www.youtube.com/channel/UC1So1iXwqJ6TJk0eP0XmZ_w.


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