Il matrimonio è fondamento della vita e della famiglia


OGGI VARIE COPPIE, PER MOTIVAZIONI PSICOLOGICHE, SOCIALI ED ECONOMICHE, GUARDANDO CON ANGOSCIA AL FUTURO E ALL’IMPREVEDIBILE CHE ACCOMPAGNA OGNI PASSAGGIO EPOCALE, TEMONO NEL GENERARE UN FIGLIO…

Di Don Gian Maria Comolli*

Il “valore” del matrimonio è ben riassunto in un punto del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: “La famiglia ha il suo fondamento nella libera volontà dei coniugi di unirsi in matrimonio […]. L’istituto del matrimonio non è dunque una creazione dovuta a convenzioni umane e ad imposizioni legislative, ma deve la sua stabilità all’ordinamento divino” (n. 215).

Dunque la famiglia fondata sul vincolo matrimoniale tra un uomo e una donna, oltre che trovare origine nella legge naturale, è un’“istituzione divina”, essendo Dio stesso l’ideatore di questa unione. L’Assoluto, dopo creato l’universo, istituisce la famiglia e ciò sta a indicare che il nucleo familiare è l’opera maggiore dell’Onnipotente e il capolavoro della creazione.

Inoltre, Dio, inviando il Suo Figlio sulla terra ha privilegiato la famiglia come il luogo più degno e più idoneo per accoglierlo. A Betlemme tutto è povero; l’unica ricchezza è quella famiglia composta da Maria e Giuseppe. Pure il Signore Gesù, il primo miracolo lo compirà per la gioia di una nuova famiglia a Cana di Galilea.

Le caratteristiche della famiglia progettata da Dio sono la fedeltà, l’indissolubilità e l’apertura alla vita, cioè la cooperazione alla generazione come prolungamento dell’azione creatrice e la rigenerazione dei figli nella fede, chiedendo per loro il Battesimo che li costituisce “figli adottivi” di Dio e componenti della Chiesa, inserendoli quindi nella comunità cristiana.

Il Compendio DSC, al numero 216, prosegue con una affermazione di principio: “Nessun potere può abolire il diritto naturale al matrimonio né modificarne i caratteri e la finalità. Il matrimonio, infatti, è dotato di caratteristiche proprie, originarie e permanentiQuali sono dunque le caratteristiche: proprie, originarie e permanenti del patto coniugale? Quelle che abbiamo citato precedentemente e che ora riprendiamo e commentiamo seguendo i numeri 217-218 del Compendio.

Anzitutto la totalità, per cui i coniugi “si donano reciprocamente in tutte le componenti della persona, fisiche e spirituali; l’unità che li rende ‘una sola carne’ (Gen 2,24)” (Compendio DSC, n. 217).

Quindi l’indissolubilità, poiché il Signore Gesù ha affermato chiaramente: “Chiunque ripudia la propria sposa e ne prende un’altra, commette adulterio” (Mt. 19,9). La Chiesa cattolica, da sempre, difende questa caratteristica e, quindi, non potrà mai “aprirsi” al divorzio. Inoltre, a chi ha abbandonato l’unità familiare impone di astenersi dalla santa Comunione, essendo una contraddizione ricevere il sacramento della “fedeltà di Dio”.

Ecco quindi la fedeltà, che è una caratteristica dell’amore e che si concretizza mediante il rispetto della dignità degli sposi e dei figli. Che cosa insidia questo rispetto familiare? L’infedeltà coniugale, presentata dalla Bibbia come un peccato gravissimo. Di conseguenza, il marito e la moglie, non devono assumere comportamenti imprudenti, avventati o esibizionisti. Ciò è particolarmente difficoltoso nella società contemporanea nella quale l’amore è spesso “romantizzato” e i tradimenti sono suggeriti e proposti con disinvoltura dai mass media.

La procreazione e l’educazione dei figli costituiscono ulteriori caratteristiche del patto matrimoniale, poiché Dio desidera che la donna e l’uomo siano suoi collaboratori nel donare la vita. Oggi, invece, varie coppie per motivazioni psicologiche, sociali ed economiche, guardando con angoscia al futuro e all’imprevedibile che accompagna ogni passaggio epocale, temono nel generare un figlio, perciò adottano metodologie ed escamotage per evitare la gravidanza. Invece, altre coppie che si caratterizzano per il loro “puerismo narcisistico”, proiettano nel figlio la loro necessità d’identificazione. Di conseguenza lo “ricercano” con affanno e inquietudine, reputandolo un loro “diritto”.

Spesso siamo messi a conoscenza che donne con età oltre ai 50 anni, a volte all’approssimarsi dei 60, hanno generato dei figli. E, negli ultimi anni, il fenomeno delle cosiddette “mamme-nonne” è in costante crescita. Ciò preoccupa, poiché queste situazioni anomale si tramutano in tendenza culturali. Nei confronti delle due situazioni il giudizio della Dottrina Sociale della Chiesa è totalmente negativo. Nei primi si intravvede una strana carenza di voglia di futuro: “I figli, che sono il futuro, vengono visti come una minaccia per il presente. Ci portano via qualcosa della nostra vita, così si pensa. Non vengono sentiti come speranza, bensì come limitazione. Il confronto con l’Impero Romano al tramonto si impone: esso funzionava ancora come grande cornice storica, ma in pratica viveva già di quei modelli che dovevano dissolverlo poiché aveva esaurito la sua energia vitale” (M. Pera-J. Ratzinger, Senza radici, Mondadori, p. 60). I secondi pongono a rischio il futuro dei figli poiché in età biologicamente avanzata il padre e la madre non saranno idonei a esercitare il ruolo di genitori, soprattutto a livello educativo, per l’ampio divario generazionale e a causa delle forze fisiche e psicologiche sempre minori.

I vescovi italiani nel Messaggio per la XXXVII Giornata Nazionale per la Vita (1° febbraio 2015) si ponevano una domanda che diviene di giorno in giorno sempre più attuale e che anche noi non possiamo eludere: “I bambini che nascono oggi, sempre meno, si ritroveranno ad essere come la punta di una piramide sociale rovesciata, portando su di loro il peso schiacciante delle generazioni precedenti. Incalzante, dunque, diventa la domanda: che mondo lasceremo ai figli, ma anche a quali figli lasceremo il mondo?”.

Tra i molteplici compiti attribuiti alla famiglia assume un’importanza primaria quello educativo. E’ una delle sfide maggiori per i nuclei famigliari che, però, a volte, sono impreparati a trasmettere certezze e valori. Molti genitori, infatti, essendo condizionati e strumentalizzati da “una mentalità e da una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della ‘bontà della vita’” (Benedetto XVI, Lettera alla diocesi di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008), vengono meno nella loro capacità educativa.

Si ha l’impressione, inoltre, che in alcune situazioni, padri e madri siano percepiti più come “amici” che come “educatori”, essendo faticoso mostrarsi autorevoli quando è carente la presenza, la competenza, il coinvolgimento personale e la credibilità. Nessun ragazzo, adolescente o giovane, accetterà norme prive di un volto e di una storia.

Scriveva l’insegnante e consulente familiare Dorothy Law Nolte (1924-2005) nel libro I bambini imparano ciò che vedono: “Se un bambino vive con la critica impara a condannare, se un bambino vive con l’ostilità impara ad essere violento, se un bambino vive con la gelosia impara ad invidiare. Se un bambino vive con la tolleranza impara ad essere paziente,  se un bambino vive con la giustizia impara ad essere onesto, se un bambino vive con la serenità impara ad aver fede, se un bambino vive con l’accettazione e l’amicizia impara a scoprire l’amore presente nel mondo. Se un bambino è educato al sacrificio sarà in grado di affrontare quelli che la vita gli riserverà” (p. 47).

L’assenza della pedagogia del sudore, della correzione e del sacrificio e la prevalenza dell’avere sull’essere, cioè il proporre come ideale prioritario “la ricerca della propria felicità” mediante il perseguimento di una supremazia da esprimersi svincolata da ogni tipo di obbligo, sta formando flotte di ragazzi e di adolescenti fragilissimi che vivono un pericoloso malessere esistenziale. Un malessere che li porta, a volte, a sfidare la vita.

Privilegiare l’essere significa invece assumere come prassi uno stile quotidiano basato sul rispetto, sulla solidarietà, sul valore della giustizia, sulla difesa dei diritti di autonomia e di libertà dell’altro. Alla base della cultura dell’essere stanno l’amore e la solidarietà, intesi non come tecniche da imparare ma come comportamenti da assumere innanzitutto nella famiglia, prendendosi cura dei figli e sentendosi responsabili non solo della propria felicità ma anche di quella altrui.

Le nuove generazioni, sognando di divenire adulte in senso “completo”, implorano educatori preparati e motivati; genitori educatori, insegnanti educatori, sacerdoti educatori, che costituiscano una rete di “complicità educativa” nella quale, ogni adulto, si ritenga responsabile della crescita dei propri figli e dei figli di tutti, nella formazione alla “vita buona” e alla “bontà della vita”.

 

*Don Gian Maria Comolli, ordinato sacerdote nel 1986, da trent’anni è cappellano ospedaliero. Dopo aver conseguito un dottorato in Teologia, una laurea in Sociologia ed aver frequentato diversi master e corsi di perfezionamento universitari, attualmente collabora con l’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano ed è segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia.

Testo pubblicato per gentile concessione dell’autore (tratto dal blogwww.gianmariacomolli.it).


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