I danni attuali del Sessantotto, il frutto più maturo della Rivoluzione


CON LA “CONTESTAZIONE” LA DISSOLUZIONE DELL’INDIVIDUO E DELLA SOCIETA’ GIUNGE AD UN PUNTO DI NON RITORNO, ATTACCANDO ANCHE LA CHIESA

Di Pietro Licciardi

Il Sessantotto è il prodotto più maturo della Rivoluzione, che come abbiamo visto ha iniziato a manifestarsi con la rivolta luterana, per proseguire con la Rivoluzione Francese e l’ideologia comunista, in quanto con esso il processo rivoluzionario è giunto ad un punto di non ritorno, non solo portando alle estreme conseguenze il soggettivismo in ambito religioso, politico e sociale ma arrivando a decostruire la persona umana, con l’ideologia del gender, al fine di realizzare un individuo totalmente nuovo, totalmente sradicato dal passato e dalla realtà, nonché completamente solo, avendo distrutto ogni legame sociale personale e familiare.

Il Sessantotto, quando è ricordato, è descritto come una rivolta studentesca o come l’anno in cui ha avuto inizio il movimento sindacale. Ma il Sessantotto fu anche e soprattutto una rivoluzione di tipo sessuale. Fu inoltre una rivoluzione culturale ed antropologica, determinando l’esplosione del sentimento, dell’emotività, degli istinti, come ben rappresentano gli slogan allora in voga: “facciamo l’amore e non la guerra”, “la fantasia al potere”, “prendete i vostri desideri per realtà”. “vietato vietare”. Infatti cos’è il divieto che ci impone la morale e la legge? E’ un ordine, uno stop all’istinto, così il “vietato vietare” è un invito a godere senza freni.

Questo assoluto movimento di liberazione lo descrive bene Carlo Casini, fondatore del Movimento per la vita, in un libretto che ha scritto nel 2007 in opposizione ai primi progetti di regolamentazione delle unioni civili,: «Nella stagione del ’68 le componenti radicali della cultura marxista e di quella laicizzante si sono saldate nel tentativo serio e organico di demolire le basi della famiglia. La rivoluzione sessuale e un femminismo esasperato hanno gettato benzina sul fuoco. La categoria interpretativa principale era quella di “repressione” e il progetto era quello di liberare gli individui dalla soggezione alla famiglia borghese, patriarcale e autoritaria. Abbattere la famiglia tradizionale era considerato obiettivo indispensabile per liberare le due vittime tipiche della repressione: la donna e i giovani, entrambi oppressi dalla figura del padre-padrone. Solo il superamento della famiglia, in quanto struttura intrinsecamente repressiva, avrebbe consentito la piena liberazione degli individui e insieme della società. Le battaglie per la libertà sessuale, per il libero accesso agli anticoncezionali, per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali, per il diritto all’aborto si collocavano in questa linea, come aspetti di una liberazione delle persone che doveva necessariamente passare attraverso la dissoluzione della famiglia».

Da questa “stagione” sono usciti diversi filoni di dissoluzione, il principale dei quali è quello omosessuale, cui ha accennato Casini, che ha portato a considerare l’omosessualità un comportamento sociale normale. Con esso il femminismo, le cui rivendicazioni non sono che grimaldelli per far saltare la famiglia; e infine quello probabilmente più devastante: il concetto di “genere”, che viene distinto dal concetto di “sesso”, col quale si intende la conformazione biologica della persona; ovvero come una persona nasce. Con “genere” si è cominciato a intendere invece la costruzione culturale della persona, cioè come una persona si atteggia, come si comporta, come si veste, cosa fa nella vita; che può coincidere col sesso oppure no. In altre parole il “genere” è la percezione che si può avere della identità, maschile o femminile, indipendentemente dall’esser nato maschio o femmina.

Vittima principale della disarticolazione della società causata dal Sessantotto è stata la famiglia: nel 1970 in Italia ogni anno c’erano 397mila matrimoni, oggi sono esattamente la metà; negli anni Sessanta in Italia il 99% dei matrimoni era celebrato con rito religioso, oggi solo il 57%. Ancora nel 1995 le separazioni ogni 1000 matrimoni erano 158 e i divorzi 80. Venti anni dopo siamo a 311 separazioni e i divorzi più che raddoppiati. Non solo: l’età media di matrimonio della donna è passata dai 24 anni scarsi degli anni Sessanta ai 31 del 2014; questo significa che il decennio d’oro per concepire figli non è più utilizzato, causando una drastica diminuzione della popolazione. Del resto essendo la famiglia “cellula fondamentale della società” è facile capire dove si vuole andare a parare puntando alla sua dissoluzione: un individuo sradicato e solo, in balia di qualsiasi potere (economico o politico), ridotto a mero consumatore.

Zygmund Bauman, sociologo di fama internazionale ha così descritto la modernità liquida: «Legami e unioni tendono ad essere considerati e trattati come cose da esser consumate», il che è la mentalità gender: io faccio quello che mi viene in mente, oggi sono donna, domani uomo, dopodomani bisessuale… «Legami e unioni sono soggetti agli stessi criteri di valutazione di tutti gli altri oggetti di consumo. Nel mercato dei consumatori, se ci pensate, i prodotti di lunga durata vengono generalmente offerti in prova con la clausola “soddisfatti o rimborsati”. Se il partner di una relazione sentimentale viene visto in tali termini allora non è più compito di entrambi far funzionare il rapporto sinché duri nel bene e nel male, in ricchezza e in povertà, nella salute e nella malattia, che indica ad aiutarsi nei momenti buoni e in quelli cattivi e se necessario ad accettare compromessi e sacrifici pur di preservarne la solidità. Diventa invece questione di ottenere soddisfazione da un prodotto di pronto consumo; se il piacere che se ne trae non è quello promesso e atteso o se la novità viene meno e con essa la gioia allora si può chiedere il divorzio, citando i diritti del consumatore e la legge sulla trasparenza del commercio. Non c’è alcun motivo di restar fedeli ad un prodotto inferiore e ormai stantio e non cercarne uno nuovo e migliore nei negozi».

In conclusione un accenno alle gravi responsabilità di un certo mondo cattolico che non ha saputo reagire all’ateismo e al secolarismo sessantottino, tratto da una intervista al professore Daniele Mattiussi, cultore di Etica sociale e di Filosofia del diritto, in occasione di un convegno sul ’68 che si è svolto il 23 agosto 2018:

«I cattolici, accettando il liberalismo (si veda, per esempio, il Partito Popolare Italiano di Sturzo) e soprattutto la democrazia moderna (la DC di De Gasperi), avevano già optato per le “suggestioni rivoluzionarie”. La “scelta religiosa” dell’Azione cattolica è una reazione al fallimento del “trionfalismo politico” che il mondo cattolico italiano praticò dopo (e in seguito) al 18 aprile 1948. La “scelta religiosa” non rimedia al cedimento dei cattolici alla Rivoluzione (avvenuto principalmente nel secondo dopoguerra con il successo elettorale della DC). Anzi la favorisce e la irrobustisce. Essa, da una parte, è certificazione di una sconfitta. Dall’altra è segno di una rinuncia al doveroso impegno nel temporale per la regalità di Gesù Cristo. Nell’uno e nell’altro caso è rinnovato il cedimento alla Rivoluzione, non importa sotto quale aspetto essa viene praticata e affermata.»

E’ però Karl Rahner, a rendere sistematica la svolta antropologica (come propriamente definita da Cornelio Fabro): Chiesa e umanità sarebbero la stessa cosa e la religione sarebbe quella dell’umanità. Teoria, questa, che ha aiutato la contestazione sessantottina e soprattutto ha introdotto i suoi paradigmi nella Chiesa, anch’essa oggi alle prese con elementi di sovversione e dissoluzione.

 


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