Caro Ministro Bianchi, quella con la didattica a distanza non sarà «una scuola nuova»


NON PUÒ ESISTERE ALTRA DIDATTICA SE NON QUELLA IN PRESENZA

Di Sara Deodati

Intervistato martedì scorso sul quotidiano La Stampa, il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha assicurato che quanto prima a scuola «si tornerà in presenza» ma, allo stesso tempo, ha precisato: «Faremo tesoro insieme dell’esperienza maturata durante il periodo della didattica a distanza, in particolare con riferimento ad un uso consapevole delle nuove tecnologie» (Patrizio Bianchi: “La variante ci ha costretti a chiudere, la Dad come arricchimento per una scuola nuova, intervista a cura di Flavia Amabile, in La Stampa, 4 marzo 2021).

L’obiettivo dichiarato dal prof. Bianchi del ritorno in presenza, a distanza di oltre un anno solare e due scolastici di tira e molla nell’apertura/chiusura delle aule, in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei (pensiamo solo alla vicina Francia, nella quale ad eccezione del lockdown tra marzo e maggio 2020 le scuole sono rimaste sempre aperte), si è accavallato con la notizia incredibile del nuovo Dpcm del presidente de Consiglio Mario Draghi che, dal 6 marzo al 6 aprile, lascia ai presidenti delle Regioni la possibilità di disporre la sospensione, anche nelle zone arancioni e gialle, dell’attività didattica in presenza, compresa quella delle scuole d’infanzia ed elementari!

A questo proposito se vogliamo davvero “fare tesoro” dell’esperienza maturata durante questa c.d. pandemia, dovremmo a mio avviso ascoltare la voce degli insegnanti e, fra questi, proprio di quelli che, sul campo, hanno cercato tramite le “nuove tecnologie” di continuare a fare scuola con i bambini ed i ragazzi più piccoli. Citerò al proposito la voce di un insegnante di sinistra o, comunque, affine alla stessa area culturale di provenienza del Ministro Bianchi. Alla fine del 2020 ho infatti letto il libro, pubblicato ad agosto, di Pietro De Angelis dal titolo La scuola a scuola – Contro la didattica a distanza (Castelvecchi Editore, Roma 2020, pp. 61, € 9).

In questo scorrevole e illuminante saggio, che si conclude con un Breve manifesto contro la Dad che personalmente condivido in tutti i suoi 10 punti (v. pp. 57-58), l’Autore distilla i suoi primi venti anni di esperienza come insegnante, messi a confronto con l’ultimo periodo funestato dal Covid-19.

Secondo questo giovane docente (almeno per la media nazionale – è nato ad Ascoli Piceno nel 1973 -), ogni didattica non può che nutrirsi di comunità e di presenze, ovvero di corpi che interagiscono insieme, in uno stesso spazio, in uno stesso tempo. Ogni tentativo di rompere questa unità è destinato a produrre effetti distruttivi su qualsiasi processo di insegnamento e apprendimento, rendendolo di fatto impossibile. La scuola quindi non può esistere altrove: «la scuola si può fare solo a scuola» (p. 32).

Secondo De Angelis, quando a marzo 2020 la didattica a distanza è stata imposta di colpo al mondo scolastico e alle famiglie italiane, ha avuto come «l’effetto di una rivoluzione copernicana» (p. 13). In pratica «nell’arco di pochi giorni e senza alcuna possibilità di preparazione» (p. 13), la scuola si è trovata ad affrontare una delle sfide maggiori che le siano mai state poste.

A fronte dello sforzo generoso di molti genitori e docenti, questa didattica emergenziale ha svelato da subito tutti i suoi limiti, le sue mancanze e le sue contraddizioni, dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, che non può esistere altra didattica se non quella in presenza. Che non si può separare il corpo del docente da quello del discente, senza con ciò creare un vuoto che nessuna tecnologia potrà mai colmare.

La Dad non solo è una non-didattica ma, soprattutto, per alcuni è «un’idea di futuro» (p. 53) o, direi, un’ideologia di futuro, la “scuola ibrida permanente” come la definisce l’Autore, immersa in una dimensione di digitalizzazione forzata e pervasiva, diretta a un domani che non dovremmo proprio aver fretta di sognare…

Per questo rende perplessi un’intervista come quella citata del Ministro Bianchi che, dall’esperienza della Dad, vorrebbe persino trarre «una scuola nuova». Come leggiamo nel libro, piuttosto, occorrerebbe fare tesoro di una verità confermata “sul campo” in questi e nei prossimi mesi: senza una relazione non si può avere insegnamento, ma al massimo trasmissione di mere conoscenze e, soprattutto, la Dad ha “lasciato indietro” «gli alunni disabili, con disturbi dell’apprendimento, bisogni educativi speciali, o che vivono in situazioni di disagio economico, deprivazione culturale o abuso domestico» (p. 57). In definitiva, «la distanza è la negazione di ogni didattica, e la didattica è la negazione di ogni distanza» (p. 39).

 


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