Shemà. Commento al Vangelo del 9 marzo della teologa Giuliva Di Berardino


Shemà (in ebraico “Ascolta”), un commento al Vangelo del Giorno di Giuliva Di Berardino.

Anche a noi, uomini e donne del terzo millennio, Nostro Signore Gesù Cristo dice: “Shemà”. Ascoltiamolo!

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IL COMMENTO TESTUALE

IL VANGELO DEL GIORNO: Mt 18, 21-35

martedì 9 marzo 2021 

Il vangelo di oggi ci consegna un insegnamento sul perdono, così come lo intende Gesù. Il testo inizia con la questione di Pietro che cerca di quantificare il perdono: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? Questa domanda che Pietro porge a Gesù è una domanda intelligente, perché la quantità di perdono che Pietro suppone sia quella giusta, equivale al numero sette, che, nella cultura biblica, è il simbolo della compiutezza e della perfezione di Dio, infatti in tutta la Bibbia ricorre questo numero in riferimento a Dio: dalla Genesi, in cui compare il settimo giorno, cioè il santo giorno di Shabbat in cui Dio ammira la sua creazione, fino all’Apocalisse, in cui tutto si conta di sette in sette: ci sono le sette chiese, i sette candelabri, i sette sigilli, le sette trombe, le sette coppe, le sette stelle, i sette spiriti. Ecco, il sette è simbolicamente il segno che Dio opera e che si manifesta. Quindi, ciò che afferma Pietro è che il perdono è la caratteristica divina che si realizza nella vita umana. Questo è profondamente saggio, però Gesù risponde: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. La risposta di Gesù non elimina il numero sette, non dice:“devi perdonare sempre”, ma, utilizzando il numero sette, crea un’esagerazione di sette, che comunque non permette di quantificare il perdono. Da questo comprendiamo che per Gesù il perdono non è solo l’azione di Dio e la sua perfezione, ma anche la moltiplicazione della sua azione, l’espandersi della sua opera nel mondo. Ecco perché ci consegna una storia, che è evidentemente una parabola, cioè permette una scelta libera da parte nostra. Protagonisti della storia sono un re e due servi debitori. Uno dei due servitori è debitore verso il re di una cifra esagerata, impossibile da risarcire per un servo, ma la supplica del servo provoca la pietà del re. Ed è interessante il verbo utilizzato nel testo, perché è splanchnizo, quello che indica nella Bibbia il sentimento di Dio per il suo popolo e di Gesù di fronte alle sofferenze umane. Questo re allora conosce la misericordia, sa avvertire in sé il sentimento di Dio e si lascia coinvolgere dalla sofferenza del servo, così che il sentimento di Dio stesso possa continuare l’azione di Dio, in qualche modo entrare nella perfezione, nel completamento del suo agire a favore dell’umanità, per mettere in pratica quell’esagerazione che Gesù richiede sul tema del perdono. La storia continua: il servo perdonato incontra un altro servo debitore nei suoi confronti, ma lui pretende con la forza il risarcimento del debito. Notiamo però che la situazione si ripete: il servo debitore supplica, e se ci facciamo caso usa le stesse parole del servo che ha sperimentato il perdono, ma il servo perdonato non dona ciò che a lui è stato donato, quindi rompe la possibilità di lasciar agire Dio e di espandere il perdono di Dio, il “sentire” di Dio davanti alla sofferenza umana. Ecco perché il re, venuto a sapere di questa mancanza di pietà che il servo aveva mostrato nei confronti di un suo pari, Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?, ritira il suo perdono nei confronti del servo che aveva perdonato. Allora oggi la liturgia ci fa prendere coscienza che possiamo facilmente diventare strumenti del male quando non siamo più capaci di ascoltare o percepire la sofferenza altrui , quando ci dimentichiamo di essere stati noi per primi risparmiati dal male e dalla morte, che giustamente sarebbe dovuta ricadere su di noi, se non ci fosse stato dato il perdono. Per Gesù è importante spiegare a Pietro e quindi a noi, la sua Chiesa, che il perdono non è una questione di quantità, non è una questione di meriti che ci portano a raggiungere la perfezione di  Dio, simboleggiata nel numero sette. Gesù vuole chiarire a Pietro che quando qualcuno si sente perdonato davvero, quando sa che la sua vita è salva grazie al dono di Dio che è la pietà e la misericordia, non sta lì a contare le volte che perdona, ma al contrario si preoccupa di donare questa salvezza senza nessun limite. Il Signore, allora, oggi ci faccia comprendere che, se vogliamo seguirlo davvero, abbiamo il compito di diffondere nell’umanità il suo perdono, altrimenti, come ha fatto con quel servo, potrebbe ritirare anche verso di noi il suo perdono e allora saremo davvero perduti per sempre. Non rischiamo di perdere la grazia di Dio oggi, imploriamo il Signore che ci converta fino a renderci tutti ministri della Sua misericordia, capaci di donare e accogliere il perdono che è azione di Dio. Ricordiamoci che, sempre, dove c’è perdono tra gli uomini e le donne, lì c’è Dio. Buona giornata! 

 

Mt 18, 21-35


In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

IL COMMENTO IN VIDEOhttps://www.youtube.com/channel/UCE_5qoPuQY7HPFA-gS9ad1g/videos


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