La spiritualità del Medioevo e le aberrazioni di oggi, tempo del transumanesimo


SI É COMPLETAMENTE ALLO SBANDO, PRIVI DI PUNTI DI RIFERIMENTO COME SIAMO, E LA COSA PIÙ TRISTE È CHE DI QUESTA SITUAZIONE NE SOFFRONO SOPRATTUTTO I PIÙ GIOVANI, MOLTI DEI QUALI, ANCHE CONSAPEVOLMENTE, SI RIFUGIANO NEI DEBOLI MITI DELLE ROCK BAND ANNACQUATE E DEGLI PSEUDO MESSIA TRANSUMANI CHE TRIONFANO A SANREMO.

Di Alessandro Puma

Che un’indiscussa spiritualità, al tempo stesso iniziatica e tribale, abbia proliferato lungo tutto il corso del Medioevo e anche oltre fino alla Rinascenza, in Europa, è un fatto ormai assodato da tutti quegli studiosi che si pretendono seri nell’ambito accademico sia nazionale  che internazionale.

Una spiritualità per certi versi maggiore persino di quella antica e tardo-antica perché, oltre a riprendere logicamente quest’ultima, si presenta arricchita dagli archetipi non solo cristiani, ma anche ebraici e soprattutto musulmani.

Il passaggio, come direbbe Elèmire Zolla, dall’archetipo augusteo o romuleo, tipico della Roma imperiale (con le ovvie contaminazioni di stampo siriaco-femmineo alla Eliogabalo; solare-divino, di matrice egizia o mithriaca, e infine filosofico-greco apollineo o antoniniano), a quello biblico vetero-testamentario, ossia davidico, era già stato assicurato dall’imperatore Costantino, tramite Eusebio da Cesarea.

A lui si deve, infatti, la nuova escatologia della storia che, se in epoca augustea, principiava con il regno di Saturno, in quella costantinianea comincia con l’epoca dei patriarchi. Infatti, “dopo l’inaugurale fratricidio, con Caino al posto di Romolo, incominciava il lungo e tribolato percorso al cui culmine stava la restaurazione dell’origine con Costantino, nuovo Abramo. […] L’imperatore costantinianeo disegnato da Eusebio è l’icona, il vicario del Cristo, l’apostolo finale, il tredicesimo. E’ il Kosmokrator come Dio è il Pantokrator” (E.Zolla, Archetipi, edizioni Marsilio, p. 90). E così che assistiamo alla sincretizzazione di elementi biblici con i miti greco-romani e addirittura nordici.

Se Romolo e Remo si trasfigurano in Caino e Abele e Costantino, nuovo Mosè o Davide, prelude già a Maometto, Odino-Wotan risulta essere nato all’interno dell’Arca di Noè durante il diluvio, così come la mitica Avalon, dove aveva trovato riposo Re Artù, si situa, secondo un’altra leggenda, alle pendici dell’Etna (in quell’isola-triskelyon che è la Sicilia) e così via.

Anche da ciò possiamo desumere una stretta linea di continuità tra la rappresentazione del Cristo guerriero nelle vesti dell’Arcangelo Michele – con tanto di spada e bilancia –, così come veniva venerato presso alcune tra le prime comunità cristiane, e il culto ossessivo che veniva tributato alle reliquie dei santi martiri, in quanto guerrieri anch’essi.

Lungo tutto il corso del’Alto Medioevo, infatti, l’ostentazione per il culto dei santi e soprattutto per i loro resti mortali, manifesta non soltanto l’aderenza dei fedeli alla loro funzione salvifica, ma anche l’esaltazione della testimonianza più alta e virile che essi – come i santi – potevano realizzare nel nome del Signore, e cioè quella martyria che, scomparsa all’interno dell’orizzonte axiologico di noi occidentali, presenta alcuni  preoccupanti ma logici addentellati nel sacrificio, di sé e degli altri, tipico dei kamikaze giapponesi della Seconda Guerra Mondiale o dei famigerati integralisti islamici.

Molte chiese cristiane sorsero, dunque, non soltanto nello stesso luogo dove si celebravano, in precedenza, antichi culti di origine pagana, ma ancor più dove si credeva che il santo, come un novello semidio, avesse subìto il suo martirio o si pensava avessero trovato riposo le sue spoglie mortali.

E tutti i fedeli facevano a gara per garantirsi, dopo la dipartita, il seppellimento proprio nelle immediate vicinanze del corpo del santo, tant’è che la Chiesa ufficiale dovette darsi molto da fare per ‘spostare’ il culto da quel santo particolare alla canonica venerazione del Cristo, della Madonna, e di tutti gli altri santi.

Come afferma Schmitt (in Medioevo “superstizioso”, Editrice Laterza) “la storia del culto delle reliquie in modo particolare mostra ampiamente fino a qual punto fosse labile il limite fra ciò che la Chiesa tollerava, o addirittura incoraggiava, e ciò che condannava come ‘superstizioso’. Gregorio di Tours non esita a lodare la virtù miracolosa della borraccina che spuntava sulla tomba di San Tranquillo di Digione, dei frutti e della scorza del gelso della tomba di san Baudrille di Nîmes, delle pere della tomba di san Nazario ecc…non era permesso dubitarne perché questi vegetali avevano il merito di spuntare in prossimità immediata di corpi santi riconosciuti come tali dalla Chiesa” (pag. 46).

E del resto il Medioevo è tutto un pullulare di miracoli, guarigioni, possessioni e visioni all’interno di un contesto razziale e culturale solo apparentemente statico e che, specialmente in Spagna e nella cristianità slava ed orientale, si presenta invece estremamente vario e composito. Tradizioni ebraiche e musulmane si innestano nel solco delle prove iniziatiche per raggiungere l’aldilà o l’ideale di bellezza femminile tipico del neoplatonismo dell’“amor cortese”, prima, e di quello ficiniano-rinascimentale, poi.

Maometto, “vas d’elezione” come san Paolo, così come il mitico imperatore persiano Cosroe (Kershaw), offrono già lo schema del viaggio nell’Oltretomba, che sarà poi ripreso e rielaborato dal grande iniziato del Trecento italiano, Dante Alighieri.

E gli apostoli (dodici come le tribù d’Israele e i cavalieri della tavola rotonda), che non a caso erano stati ribattezzati da Gesù come boanerges, cioè figli del tuono, in che modo sono stati ‘sincretizzati’ con il dio del tuono della mitologia nordica? E come entrambi gli aspetti hanno influito sulla superstizione magico-religiosa dei cosiddetti tempestari, stregoni e sciamani che secondo alcune tradizioni popolari avevano il potere di dirigere e far confluire tempeste e fulmini in apposite regioni e campagne? L’uomo dell’antichità, del resto, era molto più moderno di quanto si possa pensare, anche più di noi cosiddetti uomini “civilizzati”, per il semplice motivo che l’ideale del superamento dei limiti delle nostre spoglie mortali tendeva, almeno negli strati più elevati della popolazione, ad assumere forme eroiche e spirituali che, perfettamente visibili nelle opere d’arte della pittura e della scultura, potremmo definire simbologicamente “ermetiche” o alchemiche.

La stessa trasfigurazione cristica, infatti, era già stata presagita nella “pneumatizzazione” dei corpi dei fauni, degli imperatori che si vestivano della pelle del leone ucciso per assimilarsi ad Ercole – come Commodo – e nell’exemplum continuamente offerto in ogni angolo di Roma (ancor oggi, dai Musei Capitolini a Piazza del Popolo) dalle figure di angeli guerrieri, dee alate della Vittoria e ‘criptici’ giovinetti incoronati e piumati. Tutto ciò esprime, agli occhi degli iniziati di ogni tempo e luogo, quella tra-sfigurazione (che va oltre, cioè, l’immagine umana sfigurata dal peccato o dalla semplice materialità), quella trasmutazione radicale del metallo vile del nostro corpo in oro che, presente fin dai primordi nell’antica Roma, è stata poi ripresa dall’Al kemija araba per diventare infine l’alchimia esoterica dei cabalisti e dei neoplatonici rinascimentali.

Questo dovrebbe farci riflettere sulla sostanziale identità tradizionale della ricerca simbolica ed esoterica tanto del Vello d’Oro quanto del Graal e sull’unità ricavata dalla coincidentia oppositorum di tradizioni diverse, rappresentata mirabilmente dal simbolo alchemico – che legava i Templari ad alcune sette esoteriche musulmane – del Bafometto; quest’ultimo simbolo, infatti, una sorta di satiro-demonio dall’espressione benevola, dagli attributi maschili e femminili insieme, lungi dall’essere una figura negativa non è che l’espressione di quella tolleranza verso le più diverse religioni e costumanze che soltanto l’Impero persiano, quello romano e quello arabo sono riusciti a realizzare nella storia.

Cosa è rimasto, oggi, di questa indiscussa epoca luminosa (e non oscura, come volevano gli illuministi)? Effettivamente poco o nulla, in seguito alle tristi involuzioni di relativismo, nichilismo, globalizzazione, secolarizzazione e mercificazione del mondo.

Si é completamente allo sbando, privi di punti di riferimento come siamo, e la cosa più triste è che di questa situazione ne soffrono soprattutto i più giovani, molti dei quali anche consapevolmente. Alcuni di loro sanno di vivere in una delle epoche più effimere e vuote della storia del mondo e non possono farci niente a causa, anche, delle generazioni precedenti che hanno decretato la fine di tutte le ideologie.

E allora si rifugiano nei deboli miti delle rock band annacquate e degli pseudo messia trans gender che trionfano a Sanremo.

L’ultima crassa, e veramente infame, idiozia è di quelle donne che ancora si professano ‘femministe’, che fondono, in uno dei deliranti pastiches tipicamente postmoderni, la vagina con l’immagine della Madonna.

Forse Dio avrà pietà di loro perché davvero queste donne, oltre a infangare il nome e il ruolo del genere femminile, ‘non sanno quello che fanno’.

 


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