La “panico-demia” e quel delirio collettivo in attesa di qualcosa che ci salvi


ANCHE SE DOMANI DICHIARASSERO CHE LA PANDEMIA È DEBELLATA NULLA TORNERÀ COME PRIMA

Gian Piero Bonfanti

Difficile oggi non parlare di Covid 19, delle sue varianti, dei vaccini, dei tamponi e delle mascherine. Sembra che tutto il mondo si sia fermato, tutto tranne il Covid-19. Paradossalmente si potrebbe pensare che questo virus ci abbia curato da tutto il resto, ma sappiamo bene che non è così.

Lo sanno le persone che hanno malati in casa con altre patologie e che hanno visto rimandare cure e terapie. La priorità è sempre e solo il Covid-19. Lo hanno visto gli imprenditori e tutto il mondo del lavoro, messo in ginocchio dagli innumerevoli provvedimenti attuati sino ad oggi. La priorità sono le misure anti Covid-19.

Lo sanno gli studenti e tutto il mondo della scuola che con estrema difficoltà stanno cercando di continuare un percorso educativo, seppure a distanza e con tutte le conseguenze del caso che si presenteranno a breve-medio termine; il pericolo non è l’aspetto psico-sociale, il nemico è ancora il Covid-19.

Lo sanno le famiglie, rinchiuse nelle loro prigioni domestiche, che osservano dalle finestre l’arrivo di una primavera, a distanza di un anno dall’inizio di questa sciagura epidemica. Questo perché “gli altri” potrebbero essere pericolosi e contagiosi.

Prigioni senza sbarre, come prevedeva Aldous Huxley in un discorso tenuto nel 1961 alla California Medical School di San Francisco quando disse che “ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”.

È chiaro che lo scrittore in questione si riferiva alla dissolutezza ed ai vizi della società, ma il principio di amare la propria prigione si può applicare anche a quanto sta accadendo oggigiorno con questa panico-demia, una sorta di delirio collettivo in attesa di qualcosa che ci salverà.

Ci avviamo dunque a dover rinunciare per la seconda volta in oltre duemila anni di storia alla celebrazione liturgica che è il cuore della nostra fede.

E purtroppo potrebbe non essere l’ultima volta.

Siamo disposti a sacrificare tutto per la paura del contagio, abbandonando la visione verticale, come se tutto si fermasse domani e dovessimo vivere alla giornata.

Oramai questo modus vivendi è diventato parte di noi e a nulla possono servire le controinformazioni: dire che il covid non è per forza letale e va curato coi giusti farmaci e non con la tachipirina e la vigile attesa, che le mascherine fanno male se indossate troppo a lungo e necessitiamo di aria pura, che il vaccino può essere dannoso e che prima di inocularselo andrebbero letti tutti i bugiardini, ecco il perché della firma sulla liberatoria, etc.etc.

Niente, in questo paese di zombie, lobotomizzato da una faziosa informazione, si guarda al composto sperimentale come se fosse il nuovo Messia, ovvero quello che ci salverà tutti.

Tutti in fila per ricevere il vaccino pensando che, qualora questo funzionasse, torneremmo tutti alla normalità.

Ma ne siete davvero convinti?

Cioè davvero pensate che nell’ipotesi che il virus venga dichiarato debellato la gente si toglierà le mascherine? Smetterà di farsi inoculare sostanze sperimentali? Tornerà a salutarsi con baci e abbracci o una semplice stretta di mano? Smetterà di utilizzare in quantità industriale prodotti disinfettanti? Tornerà a guardare il prossimo senza scrutare con diffidenza il “potenziale untore”?

Stiamo vivendo un disastro sociale senza precedenti, con l’amara consapevolezza che i nostri figli e i nostri nipoti non hanno la possibilità e la fortuna di vivere la gioventù con serenità.

Va considerato che l’attuale Governo ha ereditato un disastro che dava priorità a monopattini, banchi a rotelle e lustrini arcobalenati, ma per uscire da questa impasse siamo convinti che sia necessario cambiare il passo e tornare a parlare di aspetti valoriali, che possano riportare anche al rispetto della nostra cultura e della nostra fede.

 


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