L’irrisolto paradosso della tolleranza ed il buonismo censorio nei confronti delle fake-news


FAKE NEWS & TOLLERANZA

Di Giuseppe Degradi

Ci stanno raccontando che per tutelarci dalla falsa informazione servirebbe un maggiore controllo delle fake-news.

È chiaro che la soluzione è peggiore del male perché si giustifica in modo edulcorato un’aggressione alla libertà di parola, che è la base della democrazia e della convivenza civile.

Si paventa addirittura l’istituzione di strutture per il controllo delle fake-news con la relativa discriminazione e repressione di alcune idee a favore di altre. Come mai siamo arrivati a tanto?

Ci sono delle idee, che sono sedimentate nella nostra cultura sebbene siano erronee o confuse, su quelle è necessario lavorare.

Una di queste idee è quella del Paradosso della tolleranza del grande filosofo Karl Popper.

Daremo una risposta in questo articolo alle seguenti domande:

Cosa si intende per tolleranza?

Come si risolve il paradosso della tolleranza?

Cosa ha senso tollerare e cosa no?

La censura delle fake-news è un segno di democrazia o di deriva autoritaria?

Sfogliando Telegram ci si può imbattere in un video di Diego Fusaro dove le sue riflessioni interessanti sottolineano che il paradosso della tolleranza viene usato per giustificare azioni e politiche autoritarie ed intolleranti, sebbene sia nato in difesa di tolleranza e democrazia.

Facciamo un passo indietro: Popper parte dall’osservazione che “se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”.

Arriva quindi a formulare il cosiddetto paradosso della tolleranza: “Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti”. Effettivamente appare proprio paradossale la sua conclusione: “Dovremmo insomma proclamare che ogni movimento che predica l’intolleranza si pone fuori legge e dovremmo considerare come crimini l’incitamento all’intolleranza e alla persecuzione, allo stesso modo che consideriamo un crimine l’incitamento all’assassinio, al ratto o al ripristino del commercio degli schiavi.”

Pur nutrendo profonda stima nei confronti del grande filosofo austriaco, bisogna ammettere che il paradosso sulla tolleranza non solo non convince, anzi riteniamo che sia una delle radici che concorrono all’accettazione culturale della balzana idea del contrasto delle fake news. Infatti, i nuovi censori stanno propagandando il contrasto alle fake news, come necessario proprio in un’ottica popperiana di difesa della democrazia e della civile convivenza da intolleranti portatori di idee criminali.

Cominciamo a fare un po’ di ordine: il paradosso della tolleranza in realtà non è una contraddizione solo apparente (come vuole la definizione di paradosso), ma è un vero e proprio controsenso. Asserire infatti che bisogna essere intolleranti con gli intolleranti, non è la difesa della tolleranza ma proprio del suo contrario.

Chiunque tacciando i propri avversari di intolleranza può in modo violento e quindi intollerante contrastarli o addirittura attaccarli, diventando lui stesso intollerante e quindi passibile di aggressione.

Il “paradosso della tolleranza” del grande Popper non aiuta a garantirci le basi della convivenza civile ma ottiene proprio l’effetto contrario, andando ad alimentare le spirali di violenza. Proprio nella politica sulle fake-news, ne stiamo vedendo una delle più nefaste applicazioni conosciute, che sta mettendo a repentaglio addirittura la libertà di parola nell’intero mondo occidentale.

Prima ci sbarazziamo di questo concetto contradditorio e prima recupereremo le basi per ricostruire e rinforzare la convivenza civile e democratica, che trova fondamento sulla libertà di parola e sulla libera informazione.

Per convivere pacificamente siamo tutti intuitivamente d’accordo che, la tolleranza è una qualità ineludibile, infatti è la facoltà di supportare cose spiacevoli, fastidiose o dannose senza riceverne danno. Per la convivenza, lo conosciamo dalle nostre esperienze in famiglia a scuola o in qualsiasi altro gruppo, dobbiamo sopportare e quindi accettare i difetti degli altri.

Ma è proprio vero che dobbiamo tollerare tutto? C’è qualcosa che possiamo non tollerare? Esiste qualcosa che addirittura non dobbiamo tollerare?

Probabilmente per gli egualitaristi, bisognerebbe tollerare tutto, così come per tante altre correnti filosofiche illuministe, che vogliono andare al di là del bene e del male. Cioè se si nega l’esistenza del male, nel mondo esisterebbero solamente differenze moralmente equivalenti. Se non ci fosse il male, tutto andrebbe non solo tollerato ma anche valorizzato ed accettato. 

Per Popper invece ci sarebbe solo una cosa da non tollerare: gli intolleranti. Come abbiamo visto, questo schema logico legittima l’intolleranza a tutti i livelli. Per comportarsi in modo intollerante ma socialmente accettato, basta infatti etichettare come intollerante, chi si vuole discriminare o attaccare. Lo osserviamo quotidianamente, le etichette le conosciamo, dall’intramontabile “fascista” al neologismo “omofobo”, ma vengono usate comunemente molte altre (“razzista”, “nazista”, “talebano”, “integralista”, “terrorista”, “sciovinista”, “estremista” ecc). Il meccanismo è conosciuto e ben oliato. Per giustificare la violenza contro una parte basta etichettarla di intolleranza ed il gioco è fatto.

Procedendo per etichette però i processi democratici e la convivenza civile vengono depauperati. Inoltre, si rischia di scardinare il rispetto delle minoranze e di permettere a dei burocrati statali di instaurare un ministero della verità di orwelliana memoria (ovviamente avrà un altro nome), che avrà il potere di far chiudere tutte le testate giornalistiche fastidiose al governo in carica.

Questo verrà ovviamente fatto in nome della difesa dei cittadini dalle fake news di minoranze intolleranti. Ribadisco nuovamente, che se abbiamo a cuore la nostra democrazia, dobbiamo emanciparci al più presto dalla contraddizione del “paradosso della tolleranza”

Comunque, cosa va tollerato e cosa non tollerato?

Per riuscire a districare l’intricata matassa della tolleranza dobbiamo recuperare e mettere ben a fuoco, le categorie di bene e male. Se il bene fa bene ed il male fa male, siamo in grado di valutare cose diverse in base al benessere od al malessere che generano nei singoli o nelle comunità.

Popper implicitamente dice che una democrazia liberale è preferibile ad una dittatura autoritaria. Secondo lui il bene democrazia va difeso anche con la forza dal male dittatura. Nessuno tollera la dittatura, l’omicidio, il furto, la pedofilia, la strage, i gulag, il genocidio e una serie di altri abomini. Ci sono tantissime cose intollerabili nel mondo.

Generalizzando possiamo asserire che il male non va tollerato, anzi il male va sempre combattuto, contrastato ed ostacolato. Anche con la forza. 

Lo strumento che ci permette di risolvere la questione e aiutarci nel definire come reagire ad una azione malvagia è la legge del taglione (Levitico 24:17-22 e Deuteronomio 19:21). Questa determina lo spartiacque tra bene e male e ci evita di cadere nell’errore del paradosso della tolleranza. Quindi, chi ha subito un’azione violenta, è giustificato fino a reagire in modo esattamente uguale e contrario, cioè con una isoreazione.

Questo comportamento al limite normalmente non interrompe la spirale della violenza. Mosè impone agli israeliti la legge del taglione perché erano usi ad avere delle iperreazioni.

Un’iperreazione al male, fomenta l’escalation della violenza e del male, è un comportamento ingiustificato e spropositato rispetto all’azione malvagia subita. Questo comportamento è tipico degli intolleranti, dei violenti e dei malvagi in genere, che, come tutti i premosaici, eccedono nella violenza ed innescano o fomentano la spirale della violenza. 

Preferibile per i giusti è tenere un’iporeazione dopo aver subito un’azione malvagia, cioè l’intensità della forza impiegata nella reazione è, in questo caso inferiore a quella subita. Gesù dice chiaramente (Matteo 5:17) “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”.

Comprensibilmente Gesù si esprime in questo modo perché la legge del taglione continua a demarcare quali reazioni al male siano giustificabili a quali no.

Ovviamente l’insegnamento di Gesù è tutto volto a mostrarci quanto le nostre reazioni possano essere ad intensità inferiore rispetto all’azione, fino ad essere ridotte a zero come nei famosissimi versetti (Matteo 5:39-40) “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti da uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.”.

Mentre Mosè conduce gli israeliti fuori dal male delle iperreazioni, Gesù fa entrare i cristiani nel bene delle iporeazioni. 

La non violenza, non vuole essere passiva al male, vuole essere sempre un’arma di contrasto del male. Gandhi lo ha mostrato molto bene e con lo strumento della non violenza è riuscito a condurre una nazione enorme sulla strada dell’indipendenza dal dominio inglese.

La non violenza è in grado si mostrare palesemente chi è il prepotente, e questo è sufficiente per far evolvere la situazione, in altri casi è l’unico comportamento sensato da tenere se chi compie il male non è in grado di intendere e di volere.

All’interno delle famiglie abbiamo conosciuto sicuramente comportamenti amorevoli e rispettosi, in grado di preservarci dalle spirali di violenza. I genitori educando i figli contrastano il male e favoriscono il bene. Lo fanno con modi commisurati alle capacità dei figli. Più i figli sono piccoli e più i modi delicati. Se i figli litigano, l’intervento dei genitori si limita ad un richiamo e non eccede in punizioni corporali spropositate.

Nello stesso modo, deve comportarsi lo stato coi propri cittadini, come dei buoni genitori, che cercano di contrastare il male e favorire il bene, usando metodi cristiani e non premosaici, cioè delle iporeazioni e non delle iperreazioni ad eventuali azioni malvage di alcuni cittadini.

Silenziare dei siti web, delle pagine twitter o facebook, rimuovere video su youtube, sono tutti comportamenti da stato autoritario, perché sono decisamente delle iperreazioni a delle parole.

A delle parole si risponde con altre parole.

A degli argomenti si risponde con altri argomenti.

A delle fake-news si risponde con la verità. 

Se ci fosse un gruppo che silenzia con la forza un altro gruppo, allora si potrebbe intervenire in egual misura silenziando il primo che si è comportato in modo violento.

Ma se è una piattaforma social che silenzia in modo violento dei gruppi iperreagendo alla presunta violenza di un video o altro contenuto pubblicato, è la piattaforma social che è dalla parte del torto. Sarebbe la piattaforma social il soggetto “intollerante” o più correttamente il soggetto “malvagio”.

C’è un vuoto normativo enorme per poter perseguire legalmente piattaforma social, e garantire i cittadini da comportamenti scorretti di queste.

Nell’ambito della libertà di parola, ci sono sempre state poche limitazioni, perché più si lascia parlare un violento e più si auto squalifica nei confronti della maggioranza dei cittadini. Stesso dicasi delle fake-news.

Se un cittadino o un gruppo di cittadini raccontano fake-news, si fanno la fama di inaffidabili e perderanno consensi tra il pubblico. Questo è il principale motivo a sostegno di una grande tolleranza nei confronti della libertà di parola.

A parte le limitazioni della libertà di espressione, in vigore nelle attuali leggi, non si vede alcuna necessità di incrementare i limiti in nome di una presunta difesa dei cittadini da delle altrettanto presunte fake-news.

Le espressioni di libero pensiero vanno tollerate. La libera stampa va tollerata. Lasciate parlare i presunti malvagi, in modo che tutti conoscano chi essi siano, o scoprano che erano solo “presunti” malvagi.

Tutti i liberal democratici moderati sia di destra che di sinistra dovrebbero contrastare energicamente la deriva democratica in atto volta a ridimensionare enormemente la libertà di parola in nome di una fantomatica necessità di controllare la circolazione di fake-news.

Infatti, l’aver aperto il pubblico dibattito sulla censura delle fake-news è un segno che è in atto una deriva autoritaria.


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