L’ultima follia: vogliono eliminare la memoria storica dell’antica (e grande) Roma


SIAMO ORMAI ALLA FRUTTA, ANCHE SE QUALCUNO SI OSTINA A DIRE CHE IL NOSTRO È IL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILE…

Di Alessandro Puma

La decisione del Museo Carnavalet di sostituire i numeri romani dalle didascalie delle opere con numeri arabi per non creare un “ostacolo alla comprensione”, è stata aspramente criticata negli ambienti intellettuali sia in Italia che in Francia.

L’iniziativa del Museo della Storia di Parigi, il Carnavalet, che per altro fa seguito a una iniziativa simile dell’ancor più noto Louvre, è stata giustificata dalla curatrice Noémie Giard con il desiderio di “essere più vicini alla comprensione dei visitatori, che spesso non hanno nozione dei numeri romani”.

In questo modo il XVII secolo verrà scritto 17° e Luigi XIV diverrà Luigi 14, come intitolato da Massimo Gramellini sul Corriere della Sera nella sua rubrica ‘Il caffè’.

“Questa storia dei numeri romani è la sintesi perfetta della catastrofe culturale in corso: prima non si insegnano le cose, e poi le si eliminano per non far sentire a disagio chi non le sa”, scrive Gramellini sostenendo che “un’educazione pianeggiante”, senza quindi quegli ‘ostacoli’ di cui parla la Giard, “non è un traguardo ma una sventura”.

Anche il filologo e storico classico Luciano Canfora, sulle pagine dello stesso giornale, bolla semplicemente come “stupidità” la decisione di abrogare i numeri romani, che, secondo lui, non è altro che il riflesso di un flagello più generalizzato, quello del “politicamente corretto”.

Anche il professore di storia romana Giusto Traina ha criticato la scomparsa dei numeri romani a Parigi. Questa “sfortunata iniziativa ha suscitato reazioni feroci e vibranti da parte degli appassionati italiani dell’era classica”, ha notato sul suo account Facebook ricordando per altro una storia simile che aveva rischiato di verificarsi proprio a Roma, quando l’allora sindaco Ignazio Marino aveva proposto di abolire i numeri romani dalle strade della capitale, facendo inorridire tutti gli studiosi ma anche gran parte dei cittadini.

Tutto questo perché non solo siamo ormai alla frutta – anche se qualcuno si ostina a dire che il nostro è il migliore dei mondi possibile – con il finto buonismo ipocrita che ci circonda, ma perché si vuole scientemente eliminare ogni riferimento a quel nostro immenso e glorioso impero che fu Roma; cioè deve scomparire persino la memoria storica della sua grandezza. Dimenticando che l’ideale dell’antica tradizione dell’unità imperiale (come “Specchio del mondo” o “Occhio di Dio”) è sempre rimasto vivo in tutta Europa dall’Alto al Basso Medioevo e anche oltre. Diversamente non si spiegherebbe la fiera autonomia dei Comuni – tutti facenti riferimento a Roma antica – così come la mistica socio-politica di certi rivoluzionari illuminati come il Savonarola, il Campanella, Gioacchino da Fiore, Cola di Rienzo (che ebbe l’ardire di presentarsi pubblicamente come il nuovo dittatore di Roma, il restauratore messianico proclamante, nella sua scintillante armatura, la ‘romanità’ di tutte le città italiane), e non da ultimo l’imperatore Federico I, detto il Barbarossa, il quale mirava ad una renovatio imperii che unificasse l’Italia sotto lo stendardo germanico, assieme alla Borgogna e a Gerusalemme. Il monarca universale, conosciuto e amato anche nel più profondo dell’Asia, scomparso da martire alle crociate, morto, come Artù, soltanto in apparenza, addormentato in una montagna in attesa di ridestarsi e ricordato, infine, dai romantici tedeschi, come il nuovo Sigfrido.

Il carattere di iniziazione ai diversi gradi d’investitura all’interno dell’ordine cavalleresco, da scudiero a cavaliere, da vassallo a valvassore e così via, è già di per sé un retaggio di tipo germanico, il quale prevedeva anche che in battaglia i milites (o i berserkers) dovessero innanzitutto far fronte comune in difesa del re-condottiero e contemporaneamente abbattere gli avversari; per questo non c’era reato più grande, per un guerriero durante una battaglia campale, dell’omissione volontaria di salvezza del proprio re, mentre il perdere la propria vita in direzione di tale scopo costituiva l’onore più grande. Da ciò, da questo carattere eminentemente tribale delle popolazioni nordiche e non dal dictator dominus et deus, orientale prima e latino poi, deriva la concezione del rex sacrorum tipicamente medievale e per così dire franco-sassone, sancita concretamente da Carlo Magno e che impregna di sé tutta la storia del Sacro Romano Impero.

Una sacralità di vasto respiro, la cui matrice misteriosofica cristiana – opposta ma uguale a quella bizantina – si sposava mirabilmente con una religiosità popolare giustamente amante delle gerarchie e dell’ordine naturale delle cose.

Un senso del sacro, ancora, che permeava l’intero cattolicesimo aristocratico e guerriero che, essendo per l’appunto gerarchico, riconosceva ampiamente l’operato e il valore dei singoli, contadini, mendicanti o artigiani che fossero; e ciò è ben visibile ad esempio nei prodotti manifatturieri e nell’artigianato.

Anche l’oggetto più insignificante acquistava infatti un’importanza che non può mai avere oggi, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e seriale. Un portacandele, una pipa o un telaio per filare recavano, in sé, l’impronta artistica del suo produttore che differiva da quelle di altri produttori, e che presentava una spiritualità popolare che si tramandava, logicamente, da padre in figlio.

Il lascito e la sacralizzazione degli oggetti che furono del morto ai propri figli, spirituali o carnali, è alla base del pensiero della Tradizione. Nell’Impero romano era fatto obbligo ai discendenti di una stessa gens o familia di ripercorrere le orme degli avi e dei genitori e addirittura, se possibile, cercare di superarle.

Nel Medioevo il lascito, il mos maiorum, si concretizza su degli oggetti come la spada, la lancia o lo scudo che vengono poi ad essere sacralizzati sugli altari delle chiese in uno con il culto delle reliquie dei santi.

E’ da questa base della tradizione germanica che prendono origine la Jihad (la guerra santa dei musulmani), le Crociate e lo stesso senso delle investiture negli ordini cavallereschi. La consacrazione della spada poggiata dal re-sacerdote – o semplicemente dal signore feudale – sulle spalle dell’aspirante cavaliere, la manata (o pugno) data forte sul collo (la ‘collata’) dell’apprendista, sono un monito, un richiamo all’idea della lotta, della sofferenza virile che comporta l’essere appartenenti alla militia christi come ben sapevano i mistici.

Per questo è per altri motivi ancora bisogna mantenere la tradizionale numerazione di Roma antica, anche solo per poterne citare la grandezza ai nostri figli e a quelli che un giorno avranno anche loro.

 


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