Ecco il monte della gloria di Gesù e il Suo trono


PADRE, È GIUNTA L’ORA…

Di Padre Giuseppe Tagliareni

Quando venne per Gesù l’ora di passare da questo mondo al Padre, egli pregò intensamente per la migliore conclusione della sua missione, che era quella di dare la vita eterna agli uomini. “Glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi Te” (Gv 17) dice. Gesù chiede di essere innalzato sul monte della sua gloria che è il Calvario e sul trono che è la croce, dove farà il più grande atto d’amore, il più grande sacrificio (quello della vita) e la piena redenzione degli uomini, espiando l’antica colpa delle origini. Fatto questo, egli potrà finalmente dare la vita eterna agli uomini, glorificando il Padre creatore e origine della vita.

Nella sua piena e amorosa ubbidienza ai disegni del Padre, il Figlio sa che “è giunta l’ora” (Gv 17,1) e dà il suo convinto e puntuale assenso. Il piano divino ora prevede lo scatenarsi delle forze del male contro la vittima divina, l’abbandono di Dio e degli uomini, la morte violenta e infame. Tutto questo gli darà la più grande occasione di rendere testimonianza al Padre davanti al mondo e ai suoi tribunali. Occorre che il mondo sappia che egli ama il Padre e fa quanto gli è stato comandato: rendere testimonianza alla verità e dare la vita per gli uomini. E così farà Gesù, d’accordo col Padre e animato dal Suo Spirito.

Suggellata la preghiera col sudor di sangue nel Getsemani, il Figlio accetta il calice amaro e dà il via alla sua Passione. Gli sgherri del sinedrio vengono ad arrestarlo e lo prendono nelle loro mani. “È la vostra ora – dice Gesù – è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53). Il male scatenato e lasciato libero di agire, si avventa sulla vittima divina sia per farla recedere dalla sua offerta a Dio, sia per screditarla davanti al mondo. Ma egli va a testa alta e testimonia la verità: su Dio suo Padre, sulla sua messianicità, sul suo regno prossimo e la sua regalità. Per questo viene condannato, seviziato e crocifisso. Ma egli non recede e accetta condanna, castigo e morte di croce: di tutte la più infamante.

Alla condanna si accompagna il rifiuto del suo popolo, l’abbandono degli amici e l’abbandono di Dio. Queste cose rendono progressivamente più amara la sua Passione. Ma egli accetta tutto e patisce con eroica volontà. Il popolo eletto, nei suoi capi e nelle sue varie componenti, lo rifiuta come Messia: Gesù non è il nuovo Davide atteso, non ha insegne di sovranità né eserciti, non suffraga né suggella la speranza d’Israele: quella di redimersi dalle potenze nemiche e innalzare Sion su tutti i popoli. Va perciò rifiutato come illuso e bestemmiatore, va tolto di mezzo come pericoloso mestatore, va sacrificato per il bene di tutto il popolo, come sentenziò Caifa, sommo sacerdote (cfr. Gv 11,49-50).

Più amaro di questo rifiuto fu labbandono dei suoi amici. A parte il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro, entrambi Apostoli e lui vicinissimi, quella notte tutti i suoi lo abbandonarono, eccetto la Madonna, San Giovanni, Maria Maddalena e pochi altri. Solo da questi ebbe consolazione e conforto; tutti gli altri fuggirono e dubitarono di lui, registrando il pieno fallimento delle loro attese del regno messianico. Essi infatti, sognavano l’avvento glorioso del Mes-sia, finalmente riconosciuto e universalmente accettato, a cominciare dai capi d’Israele. E invece vedevano tutto l’opposto. Così Gesù fu lasciato solo.

Ma più amaro ancora fu labbandono di Dio. Per chi ama Dio, questa è la pena più angosciosa e insopportabile. Tutto si può superare se Dio ci è vicino e ci conforta, anche la più nera solitudine e cocente umiliazione, anche l’abbandono delle forze e degli amici, anche la condanna infame e la tortura. Ma se Dio si allontana e fa sentire sulla vittima il rigore della Sua Giustizia, allora la pena è terrificante e peggiore della morte. Non viene colpito solo il corpo e l’anima, il fisico e la mente, il morale della persona e i sentimenti… viene colpito lo spirito, la parte più nobile dell’io: quella che ha diretto legame con Dio Padre e Creatore. Si avverte il rigetto di quella relazione vitale ed essenziale che c’è tra generante e generato, di quella benevolenza che dà senso alla vita e certezza di beni senza fine.

Si sente piuttosto la condanna e la maledizione: è l’inferno fatto presente con tutta la sua disperazione sul capo dell’Agnello immo-lato, che geme nel profetico lamento: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46) e si slancia con rinnovato vigore nel cuore di Dio: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46).

Infine, la morte. Non è solo lo spegnersi dell’alito di vita; è la rinuncia a prenderla nelle proprie mani, il rifiuto a vendicarsi dei nemici, l’accettazione dell’estremo sacrificio, l’esecuzione della divina condanna dopo la colpa delle origini, l’offerta e l’immolazione della vittima divina. Tutto questo sulla croce e sul Calvario, al centro della storia e dell’universo, come spettacolo cosmico ed eterno. Qui, infatti, è la gloria suprema del Cristo: qui è l’ubbidienza suprema al Padre che s’incrocia con l’amore più grande agli uomini. Nessuno infatti, ha amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici. Cristo morente non ha dato solo la vita, ma anche il perdono ed ha effuso da allora lo Spirito Santo che dà vita divina agli uomini.

Anche per noi, discepoli di Cristo, si prospetta lora della gloria. Se avremo seguito Cristo, una fine simile ci aspetta. Dobbiamo chiedere al Padre che sia santificato il Suo nome in noi e sia glorificato il Figlio suo Gesù, come nella nostra vita così nella nostra morte e avere la forza di sopportare l’ostilità dei nemici, l’ab-bandono degli amici e di Dio e affrontare con amore il sacrificio ultimo della vita. Questa sarà la nostra gloria, similmente a Gesù, non appena alle potenze delle tenebre sarà consentito di scatenarsi su di noi.

Satana chiederà di vagliarci “come si vaglia il grano” (Lc 22,31) e avutone il permesso si scaglierà contro di noi come su Cristo e su Giobbe, provocando ogni sorta di sventure, di tribolazioni e infine la morte. “Sarete condotti davanti a tribunali e re… Questo vi darà l’occasione di rendermi testimonianza… Sarete odiati da tutti a causa del mio nome…” (cfr. Mt 10,17.18.22).

Dobbiamo saper rendere testimonianza non solo a Dio, ma soprattutto a Gesù, alla sua messianicità e al suo Regno che viene con potenza. Dobbiamo saper accettare la condanna e l’infamia, il castigo e il rifiuto, l’abbandono degli amici e di Dio stesso, la croce e la morte. E questo non è affatto facile: ci vuole tanta preghiera e preparazione, tanta fortezza d’animo e carità, tanta pazienza e umiltà.

Possiamo contare sugli aiuti della Grazia e sulla vicinanza materna e amorevole della Madonna, che come accompagnò suo Figlio fino alla croce, così farà con noi se siamo suoi figli devoti. Essa ci consolerà di ogni amarezza, ci infonderà nuovo coraggio, ci otterrà l’effusione dello Spirito Santo dal costato di Gesù e ci prenderà per mano al momento del trapasso. Lei sa bene che mentre la sua morte fu “dormitio”, un placido addormentarsi e risvegliarsi in Dio, la nostra invece è simile a quella di Cristo: penosissima e angosciosa, perché frutto del peccato e della maledizione divina. Ma Colei che “ha trovato grazia presso Dio” (Lc 1,30) ci otterrà la grazia necessaria per vincere le potenze infernali senza tradire Gesù né bestemmiare Iddio, e la gloria come a piccoli “cristi”, fedeli al Maestro.

La fine gloriosa dell’apostolo può avvenire non solo col martirio, ma anche per vecchiaia o malattia. In ogni caso, lo scatenarsi delle potenze avverse a Dio porteranno non soltanto un intensificarsi delle tentazioni, ma un moltiplicarsi di tribolazioni e di assalti per minare la fede, la speranza e la carità del fedele discepolo di Cristo. Bisogna saper affrontare successivamente sia il rifiuto del mondo e il suo giudizio di condanna, sia la paura o vergogna di testimoniare la venuta sicura del Cristo e del suo Regno, sia l’abbandono degli amici e la solitudine più sconfortante, sia il terribile (e breve) abbandono di Dio, e saper affrontare la morte come l’estremo atto di culto a Dio, Autore unico della vita e Signore di tutti.

Anche noi dobbiamo saper dire: “Padre, glorifica il figlio tuo, perché il figlio glorifichi te… Ho fatto conoscere il tuo Nome agli uomini… Prego per loro… Consacrali nella verità… e nell’unità… Custodiscili dal Maligno… Io vengo a Te… Tutto è compiuto! Padre nelle tue mani affido il mio spirito!”( cfr. Gv 17ss; 19,30; Lc 23,46).

 


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