Economia, diritto e politica sono senza Dio. I cattolici ne hanno di lavoro da fare!


G.K. Chesterton: “E’ facile, a volte, donare il proprio sangue alla Patria, e ancor più facile donarle del denaro. Talvolta, è più difficile donarle la verità”

Di Matteo Castagna

Le radici cristiane comuni all’Occidente vedono il cuore pulsante nel periodo della Pasqua, ove l’identità dei popoli si esprime nella pienezza del sacrificio perfetto del Messia, redentore dell’umanità, che ha sconfitto la morte, risorgendo a quella vita nuova che siamo chiamati a condurre qui in Terra per poter godere dell’eterna gloria celeste.

“Cristo è Colui, che, debellate le tenebre di morte, risplende come astro sereno sopra l’intera umanità: «Ille, qui regressus ab in feris, humano generi serenus illuxit» (Preconio Pasquale).

Dispensatrice perenne di luce è la Pasqua cristiana, fin da quell’alba fortunata, vaticinata ed attesa per lunghi secoli, che vide la notte della passione tramutarsi in giorno rifulgente di letizia, allorché Cristo, distrutti i vincoli di morte, balzò, quale Re vittorioso, dal sepolcro a novella e gloriosa vita, affrancando la umana progenie dalle tenebre degli errori e dai ceppi del peccato.

Da quel giorno di gloria per Cristo, di liberazione per gli uomini, non è più cessato l’accorrere delle anime e dei popoli verso Colui, che, risorgendo, ha confermato col divino sigillo la verità della sua parola: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv. 8, 12).

Da ogni plaga a Lui convergono, assetati e fiduciosi, tutti coloro che amano e credono nella luce; coloro che sentono gravare sui loro spiriti l’angoscia del dubbio e dell’incertezza; coloro che sono stanchi dell’eterno vagare tra opposte dottrine, gli smarriti nelle vane ombre del secolo, i mortificati dalle colpe proprie ed altrui.

Ciò significa che l’uomo soltanto per Cristo ed in Cristo conseguirà la sua personale perfezione; per Lui le sue opere saranno vitali, i rapporti coi propri simili e con le cose, ordinati, le sue degne aspirazioni appagate; in una parola, per Cristo e da Cristo l’uomo avrà pienezza e perfezione di vita, ancor prima che sorgano sugli eterni orizzonti un nuovo cielo e una nuova terra (cfr. Apoc. 2I, I).

Al contrario, se interne tragedie dilacerano gli spiriti, se lo scetticismo ed il vuoto inaridiscono tanti cuori, se la menzogna diventa arma di lotta, se l’odio divampa tra le classi ed i popoli, se guerre e rivolte si succedono da un meridiano all’altro, se si perpetrano crimini, si opprimono deboli, si incatenano innocenti, se le leggi non bastano, se le vie della pace sono impervie, se, in una parola, questa nostra valle è ancora solcata da fiumi di lacrime, nonostante le meraviglie attuate dall’uomo moderno, sapiente e civile; è segno che qualche cosa è sottratta alla luce rischiaratrice e fecondatrice di Dio.

Il fulgore della Risurrezione sia dunque un invito agli uomini di restituire alla luce vitale di Cristo, di conformare agli insegnamenti e disegni di Lui il mondo e tutto ciò che esso abbraccia; anime e corpi, popoli e civiltà, le sue strutture, le sue leggi, i suoi progetti.

Chi se non Cristo può raccogliere e fondere in un sol palpito di fraternità uomini così diversi per stirpe, per lingua, per costumi, quali siete tutti voi, che Ci ascoltate, mentre vi parliamo in Suo nome e per Sua autorità?

Ma, in un modo del tutto particolare, Cristo risplende sopra l’immensa famiglia dei credenti, sopra di voi, che vi gloriate del nome di Cristo, fino al punto di farvi partecipi della sua divina prerogativa.

Alle turbe che lo circondavano Egli disse: «Voi siete la luce del mondo» (Mt. 5, id.). Tale identità di missione, derivata da Cristo ai suoi seguaci, mentre costituisce in questi un titolo di eccelso onore, impone gravi responsabilità di azione.

«Così risplenda la vostra luce agli occhi degli uomini, — Egli soggiunse —, affinché, vedendo le vostre buone opere, diano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (ib. 16).

Ecco, diletti figli e figlie di Roma, d’Italia e del mondo, il messaggio che la presente Pasqua vi reca: credete nella luce di Cristo e della Chiesa, amate e difendete strenuamente questi sommi doni largiti da Dio al mondo.

Vi ripetiamo, pertanto, con gli accenti dei secoli lontani, ma con l’urgenza richiesta da un presente ancora incerto: «Amate questa luce, questa bramate di comprendere, di questa abbiate sete, affine di pervenire alla luce mediante la luce, vivendo in essa in tal modo da non incorrere mai più nella morte». Poiché, o Signore, «in Te è la fonte della vita, e nella Tua luce vedremo l’eterno splendore» (cfr. Sant’Agostino, Tract. 34 in Ioann., n. 3-4 – Migne PL, t. 35, col. 1652-1653)”.

Così si espresse Sua Santità Pio XII, dalla loggia esterna della Basilica Vaticana, il 6 aprile 1958 e le Sue mirabili parole mantengono la loro incredibile attualità oggi e sempre, perché se noi cattolici non sappiamo essere, davvero, la luce del mondo, vincerà “il tentativo di edificare la struttura del mondo sopra fondamenti che Noi non esitiamo ad additare come principali responsabili della minaccia che incombe sull’umanità: un’economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio” (S.S. Pio XII, Discorso – “Nel contemplare” – agli Uomini di Azione Cattolica d’Italia del 12.10.1952).

Lo sforzo di questi tempi scristianizzati deve essere doppio: deve, in parte, anche superare con grinta il pessimismo atavico, derivante dallo zelo amaro di certi “web-accademici” d’area cattolica, perché, come diceva il grande scrittore G.K. Chesterton: “E’ facile, a volte, donare il proprio sangue alla Patria, e ancor più facile donarle del denaro. Talvolta, è più difficile donarle la verità”.


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