Dare la vita per Gesù non è follia ma spasimo di amanti


SOLO IL VINCITORE DELLA MORTE POTEVA DARE LORO IL CORAGGIO DI AFFRONTARE OSTILITÀ E PERICOLI DI OGNI GENERE

Di Padre Giuseppe Tagliareni

Se Gesù non fosse risorto, la sua vicenda si sarebbe spenta con la sua morte. Così era un tempo successo con un certo Teuda, presunto liberatore di Israele, a cui si erano uniti quattrocento uomini. E poi con Giuda il Galileo, che “indusse gente a seguirlo, ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero” (At 5,37).

Invece, gli Apostoli, rimasti in undici uomini impauriti e dispersi dopo la morte di Gesù, ora predicano con coraggio la sua dottrina e annunziano la salvezza d’Israele e del mondo intero nel suo Nome. La cosa è inspiegabile se non si ammette la risurrezione di Gesù. Solo il Vincitore della morte poteva dare loro il coraggio di affrontare ostilità e pericoli di ogni genere.

Non solo il Sinedrio degli ebrei, ma pure i Romani furono contrari e li perseguitarono. Essi per Gesù morto e risorto diedero la vita. E questo non è cieco fanatismo, ma sicurezza assoluta che Gesù è vivo e operante nei miracoli che li accompagnavano. Dare la vita per lui non era follia, ma spasimo di amanti.

Una grande folla seguiva Gesù, vedendo i miracoli sugli infermi. Essi ascoltavano dalle sue labbra una dottrina nuova, dolce come il miele, che faceva vedere Dio vicino e amante fino al punto da moltiplicare i pani e i pesci per sfamarli. Erano più di cinquemila uomini; gli apostoli rimasero sbalorditi. Tutti volevano farlo re, ma egli scappò e salì sulla montagna, tutto solo.


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