La manina arcobalenata invade i social, tra ignoranza e ipocrisia


Tra le partecipanti Alessandra Mussolini, sì lei, quella del «meglio fascista che…arcobalenato!»…

Di Dalila di Dio

Vanity Fair lancia “una call-to-action per chiedere al governo italiano di approvare il Ddl Zan, il disegno di legge contro l’omotransfobia, che dovrebbe tutelare ogni cittadino dalla discriminazione, per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità.”

Quando c’è da dare una mano per una battaglia inutile ma ideologicamente ben posizionata, i progressisti sono sempre in prima fila: numerosissimi hanno risposto all’appello della rivista patinata, mettendosi al servizio di una causa di cui sanno poco o niente ma che è così di moda da dover essere abbracciata in tutta fretta.

Una battaglia condotta in piena consapevolezza e con profonda conoscenza del tema. Lo si evince già dall’individuazione del destinatario: “una call-to-action per chiedere al Governo…”
Chiedere al Governo cosa?

Chi si intesta una chiamata alle armi di tal fatta, dovrebbe almeno possedere i rudimenti della materia. Dovrebbe sapere, ad esempio, che il Governo non ha nulla a che fare con il DDL Zan.

Dovrebbe sapere, ad esempio, che il destinatario dei suoi appelli dovrebbe essere il Parlamento e, segnatamente, il Senato della Repubblica.

Insomma, tutti questi signori ansiosi di invadere i social con la propria manina arcobalenata, stanno rivolgendo le proprie richieste al soggetto sbagliato. Probabilmente non hanno neanche letto l’appello di Vanity Fair.

Quasi certamente, non hanno mai visto un disegno di legge in vita loro e, se anche lo avessero visto, se anche avessero letto il DDL della discordia, non avrebbero le competenze tecniche per comprenderlo.

Semplicemente seguono l’onda. Perché l’onda, questa onda, in questo particolare periodo storico porta lontano. Non puoi avere spazio sulle riviste, in televisione, al cinema se non sei schierato dalla parte giusta, se non abbracci le battaglie giuste, se non metti te stesso – corpo e anima – al servizio del pensiero dominante.

La narrazione è chiara e la divisione è netta: da un lato i promotori del provvedimento – coloro che vogliono più diritti per tutti, che affermano il diritto di amare e di essere liberi – dall’altro i detrattori, semplicemente gente gretta, cattiva e fascista che vuole discriminare i più deboli.

Nessuno che si ponga domande al riguardo. È senz’altro così. Chi si oppone all’obbrobrio giuridico del DDL Zan non ha altra ragione che l’odio. Dall’altra parte, chi, pervicacemente, tenta di giungere alla sua approvazione è mosso esclusivamente dall’amore.

E chi vuole stare dalla parte degli odiatori? Sicuramente non le stelline della TV o gli astri nascenti della musica da talent show. Soprattutto se in emorragia di consenso e visibilità.

Per i signori con la manina protesa per “i diritti” – quali diritti? – la foto su Vanity Fair, l’intervista o il passaggio televisivo da paladin* dei deboli vale sicuramente la pena di imbarcarsi in una battaglia di cui non sanno alcunché e sulla quale hanno deciso di non porsi domande.

Perché quando la discussione viene ridotta a “Pillon omofobo” è evidente la malafede di chi ha scelto di non domandarsi le ragioni profonde per cui giuristi, politici e comuni cittadini avversano il DDL Zan.

E sono ancora più in malafede quando fingono di ignorare che il dissenso non arriva solo da destra, dagli omofobi, dai medievali sovranisti ma anche da Arcilesbica, dal mondo femminista e da numerosi «donne e uomini che fanno riferimento all’area politica del centro sinistra, ispirati ai valori di estrazione democratica e progressista» provenienti «da esperienze sociali e culturali differenti, da sempre schierati in battaglie contro ogni discriminazione, per la difesa dei diritti e la libertà delle donne» che un paio di giorni fa hanno sottoscritto un manifesto contro il DDL più trendy degli ultimi anni.
Nessuna domanda, solo certezze.

Chi è contro di noi è nell’errore. Anche se si chiama Arcilesbica.
Chi è con noi è nel giusto. Anche se si chiama Alessandra Mussolini. Sì, lei. Quella di «meglio fascista che…arcobalenato!».


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