Il giurista Castellano corregge Salvini e Zaia sul ddl Zan e l’istituzione del reato di omofobia


“VA RESPINTA LA RIVENDICAZIONE DI VEDERE RICONOSCIUTA LA PRATICA DELL’OMOSESSUALITÀ COME DIRITTO SOGGETTIVO”

Di Matteo Orlando

Il Prof. Danilo Castellano è il Preside emerito della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Udine. Inoltre è membro della Reale Accademia del Regno di Spagna per le Scienze morali e politiche e della Reale Accademia del Regno di Spagna di Giurisprudenza e di Legislazione.

Direttore di Collane scientifiche e curatore di diversi volumi, autore di una ventina di libri e di oltre quattrocento pubblicazioni scientifiche (alcune delle quali tradotte in diverse lingue), il prof. Castellano è attualmente il Vice-Presidente dell’Institut International d’Etudes Européennes “A. Rosmini” di Bolzano.

Nell’ambito della rubrica “Osservatorio tre Bio”, curata con Rudi Di Marco sulla rivista Filodiritto, il giurista è intervenuto recentemente sui temi dell’omofobia, dell’omosessualità e dei diritti.

A proposito della Proposta di legge Zan sulla cosiddetta “Omotransfobia”, approvata dalla Camera dei Deputati e ora in discussione al Senato della Repubblica, il professor Castellano ritiene che se fosse approvata “sarebbe una legge ingiusta”.

Il giurista ha fatto le pulci alle affermazioni di Matteo Salvini (Lega), contrario alla proposta di legge perché sarebbe “illiberale”, spiegando che sono due le cose che non vanno in queste affermazioni del leader della Lega. La prima è che “la legge (positiva) non ha per fondamento la volontà, ma la razionalità (intesa in senso classico)”.

Ricordando che la differenza tra razionalità classica razionalità moderna è data dal fatto che la prima è “contemplativa”, la seconda “operativa” (la razionalità classica, infatti, “è coglimento dell’ordine naturale e conformità all’ordine naturale delle cose” mentre “la razionalità moderna è mero calcolo, ricerca della via più breve per arrivare a conseguire il risultato che ci si è prefissi di raggiungere”), il professor Castellano ha spiegato che è irrilevante per la legittimità di una legge positiva il consenso (il “consenso volontaristico” che ritiene inutile l’argomentazione. Non si tratta, quindi, né del “consenso dialettico”, vale a dire dato dopo ampia discussione e approfondita riflessione, né del “consenso” del “senso comune”, ovvero del “buon senso” naturale degli esseri umani).

Per il professor Castellano, infatti, “il consenso può essere dato anche a leggi inique: si pensi, per esempio, alle leggi razziali, all’aborto procurato e via dicendo. Tutte le leggi (positive) – giuste e ingiuste – sono approvate nei sistemi liberal-democratici dai Parlamenti. Quindi esse godono del consenso della maggioranza. A maggior ragione esse godono di questo consenso nel caso di approvazione per via referendaria. Il consenso (volontaristico) non ha il potere di cambiare la natura delle ‘cose’, di costituire la giustizia. Per esempio un creditore non può essere trasformato in debitore per norma, ope legis. Anche se ciò è avvenuto. Si pensi, a questo proposito, alla normativa vigente relativa al cosiddetto bail-in“.

Inoltre il noto giurista ha ricordato a Matteo Salvini che “la legge (positiva), essendo o dovendo essere un comando razionale privo di passione, deve prescrivere il bene e vietare il male. Perciò essa deve inevitabilmente pronunciarsi su ciò che è bene e su ciò che è male, sul giusto e sull’ingiusto. La sua ‘neutralità’ è impossibile”.

Il professor Castellano ricorda che ha ragione Salvini nell’affermare che la legge “non condivisa” va contro la dottrina giuridica liberale ma lo stesso Salvini “sembra non considerare che la teoria liberale della legge è, in ultima analisi, insostenibile, perché è necessariamente destinata a portare o all’anarchia o al totalitarismo. Tertium non datur. La teoria liberale della legge, infatti, vanifica (almeno virtualmente) il diritto, riconoscendo alla persona una sovranità sulla stessa legge, persino sulla Costituzione”.

All’opposto, spiega il professor Castellano, “la stessa teoria liberale della legge, al fine di evitare l’anarchia, è stata costretta a proporre la dottrina del repubblicanesimo (magistralmente teorizzato da Rousseau), il quale tutto fa dipendere dallo Stato, persino l’esistenza dell’individuo. Esso, pertanto, – cioè lo Stato – è signore non solo del diritto ma della stessa realtà”.

Il giurista ha attaccato anche le dichiarazioni di Luca Zaia (Presidente del Veneto) a proposito della Proposta di legge Zan.

Zaia, secondo quanto ha scritto il quotidiano La Verità lo scorso 9 aprile, ha dichiarato che “prima o poi passerà” ma questa affermazione fa dire al professor Castellano che “il cosiddetto ‘principio di effettività’ non” può essere “assunto a criterio di giudizio. Altrimenti si finirebbe per accogliere l’assurda teoria hegeliana secondo la quale ciò che è ‘reale’ (cioè effettivo) è ‘razionale’, facendo così della sociologia la scienza sovrana alla luce della quale operare le cosiddette ‘scelte’ politiche (che ‘scelte’ non sarebbero, essendo semplici ‘registrazioni’)”.

Il professor Castellano, commentando certe affermazioni di Zaia, ha aggiunto che va respinta “la rivendicazione di vedere riconosciuta la pratica dell’omosessualità come diritto soggettivo. Il che comporterebbe, a cascata, il riconoscimento di altri ‘diritti’: dal cosiddetto ‘matrimonio’ omosessuale alle adozioni”.

Secondo il giurista, diversi benpensanti contemporanei, basano le loro opinioni, forse inconsapevolmente, sulla dottrina kantiana. “La dottrina liberale, che si ispira al pensatore di Königsberg, sostiene, infatti, che la tua libertà termina dove inizia la libertà degli altri. Perciò nessuna interferenza nel ‘privato’ è lecita. Il primo problema, però, – anche prescindendo da altre questioni – è la definizione di ‘privato’, la sua perimetrazione. Il secondo problema è rappresentato dalla richiesta di far assurgere a ‘pubblico’ ciò che sarebbe da considerarsi ‘privato’: la Proposta di legge Zan, infatti, postula il ‘riconoscimento’ (e ciò segna già il passaggio dal ‘privato’ al ‘pubblico’) del ‘diritto all’omosessualità’, rectius il riconoscimento del diritto alla sua pratica: non meramente a quella di fatto ma a quella pubblicamente riconosciuta. Il che porta al ‘superamento’ della dottrina kantiana o, meglio, al suo coerente sviluppo, il quale incorre in una radicale contraddizione e, perciò, segna la sua fine. Infine va preso atto di una terza, significativa, dichiarazione di Zaia: ‘le libertà – egli dice – devono essere garantite a tutti’. Non c’è dubbio. Di quali libertà, però, parliamo? Il contesto delle dichiarazioni del Governatore del Veneto consente di rilevare con certezza che le libertà, di cui parla Zaia, sono quelle ‘liberali’, la cui applicazione è rivendicata con maggiore coerenza e maggiore profondità dai ‘radicali’, dall’anima, cioè, più liberale del liberalismo. La libertà liberale è, propriamente parlando, la ‘libertà negativa’, quella libertà, cioè, che è regolata nel suo esercizio solamente dalla libertà e che, quindi, non ha criteri. L’unico criterio/non-criterio è la volontà/potere. Non si tratta del riconoscimento della ‘libertà di scelta’, ma della ‘libertà di autodeterminazione’ assoluta”.

Per il professor Castellano il Presidente del Veneto Zaia dovrebbe invocare “non il riconoscimento delle libertà per tutti (il riconoscimento è già limite e regola per l’esercizio della libertà e, quindi, è – almeno parziale – negazione della dottrina giuridica liberale) e la loro garanzia (che è già richiamo ad un ‘potere’ sovraindividuale), ma l’assenza totale della legge. Invece, egli, contraddicendosi, ha prospettato (in un’altra recente occasione) l’opportunità di ricorrere al TSO (Trattamento sanitario obbligatorio) in presenza della pandemia da coronavirus”.

Per il giurista Castellano “questa contraddizione del Governatore del Veneto è oggettivamente rilevante, perché è dimostrazione dell’impossibilità dell’assenza della legge (positiva) e della sua neutralità. Resterebbe, comunque, da considerare che anche in assenza della legge positiva, la legge non scompare, essendo ineliminabile quella naturale e quella divina”.

Dopo aver ricordato che in ogni epoca l’omosessualità è stata praticata, e che talvolta è stata esaltata altre volte punita, il professor Castellano ha ricordato che oggi l’Occidente, “figlio del protestantesimo e del liberalismo che è la sua secolarizzazione” rivendica il “diritto” al “libero esercizio della miseria morale dell’uomo e propone la sua debolezza come forza. Lo fa sulla base di un’illuministica (e astratta) eguaglianza agli stessi ‘diritti’ che diritti propriamente non sono, essendo essenzialmente pretese. Ciò che si ritiene favorisca l’eguaglianza dei ‘diritti’ è la ‘libertà negativa’ la quale è negazione della libertà. Il riferimento, perciò, a Salvini e a Zaia (che, nonostante le diverse apparenze, sono figli di questa cultura) non è motivato da ragioni personali: le loro posizioni, infatti, sono condivise trasversalmente. Il riferimento non è alla Lega in sé o a suoi uomini. Le questioni sollevate dalle dichiarazioni di Salvini e di Zaia e poste, ancor prima, dalla Proposta di legge Zan, investono un problema nodale e decisivo per la definizione di civiltà, in particolare per la definizione di civiltà giuridica. Il diritto, infatti, non è imposizione di norme tendenti alla realizzazione di un’astratta e vuota eguaglianza (non rinvenibile nell’esperienza), ma determinazione di ciò che è giusto”.

Concludendo la sua inattaccabile riflessione giuridica il professor Castellano ha ribadito che la proposta di legge Zan, istituendo il reato di omofobia, offende la libertà di pensiero (dogma del liberalismo) e la libertà del pensiero, che è diritto della verità. Secondo il giurista, inoltre, “pretende di imporre il nichilismo (teoretico, morale, giuridico) per norma e di annullare l’ordine morale per legge”.


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