Il prete che lascia: eroismo o debolezza umana?


CAVALCANDO SITUAZIONI COME QUELLA DI DON RICCARDO SI INSULTARE GRATUITAMENTE LA CHIESA E SI RIPROPONE LA SOLITA CANTILENA SENTIMENTALE E PANSESSUALISTA

Di Diego Torre

Domenica 11 aprile il vescovo della diocesi di Orvieto – Todi, Gualtiero Sigismondi, dopo aver celebrato la S.  Messa nella parrocchia di San Felice in Massa Martana, ha informato i fedeli della volontà del parroco, don Riccardo Ceccobelli, di essere dimesso dallo stato clericale. Ha aggiunto il vescovo che “non abbiamo il diritto di commentare quanto don Riccardo ha deciso, ma piuttosto il dovere di non fargli mancare l’abbraccio della preghiera.”

E’ la decisione sofferta di un uomo che sa di rimanere prete, come ha dichiarato egli stesso, presa dopo 6 mesi di perplessità e motivata da un sentimento a cui dice di non poter resistere. Sa di avere fatto una scelta difficile, rivendica di avere vissuto questo periodo in totale purezza e alla domanda del  giornalista del Corriere: “Le chiederanno se intende sposarsi, avere dei figli…così risponde: «Sì se Dio vuole, ma io che ne so, potrebbe finire tutto anche tra una settimana. Da ragazzino ho avuto nove fidanzate ma da più di vent’anni non ho una storia. Lei poi è una donna forte: quante volte mi ha detto “se vuoi mi allontano, fai la tua scelta”. E io adesso l’ho fatta. E mi sento libero».

Il 14 aprile la curia ha emesso un comunicato in cui si legge: “La Chiesa chiede ai preti di vivere il celibato con maturità, letizia e dedizione, quale testimonianza del primato del Regno di Dio e, soprattutto, come segno e condizione di una vita pienamente donata: senza misura. Si diventa preti dopo almeno sette anni di discernimento e, attualmente, sempre più in età adulta, quando si ha maggiore coscienza e capacità di fare scelte definitive. Così è stato anche per don Riccardo, il quale, dopo un itinerario formativo durato almeno sette anni, ne aveva 33 quando è stato ordinato presbitero. Una delle affermazioni che, in questa circostanza, va per la maggiore è la seguente: “Al cuore non si comanda”. Tale opinione è indice di quanto, in un tempo segnato dal relativismo, la ragione sia sottoposta al dominio del sentimento.

Si è parlato di eroismo davanti ad un prete che decide di mollare tutto perché si è innamorato di una ragazza; certamente occorre rispetto per la libertà di chi, pur avendo promesso solennemente di consacrare tutto se stesso a Cristo Gesù per il servizio alla Chiesa, non ce la fa, ma parlare di eroismo risulta davvero fuori luogo. Gli eroi sono quelli che rimangono in trincea anche quando infuria la battaglia, come, ad esempio, i mariti e le mogli o i padri e le madri che non mollano nei momenti di difficoltà, perché si sono presi un impegno e l’amore li inchioda anche nel tempo in cui i sentimenti sembrano vacillare; come i sacerdoti che, senza limiti di disponibilità e con cuore libero e ardente, vivono la fedeltà di una dedizione totale.”

E va bè! Questo con gli altri! Del resto non si chiede a chi entra in seminario di essere indifferente al gentil sesso, bensì di consacrarsi totalmente ad un “amore più grande”. Sono migliaia i sacerdoti che hanno lasciato il ministero perché trafitti dalle frecce di Cupido. Non abbiamo la volontà, il diritto e la competenza per esprimere giudizi sul caso in questione, né su altri. Questo non spetta a noi, ma è materia dei Vescovi e della Santa Sede. Circa le ragioni della Chiesa sulla scelta celibataria, la nota della diocesi di Orvieto-Todi le esprime e ripropone con sufficiente chiarezza.

Da laico però pongo una domanda circa il cuore a cui non si comanda: vale anche per i coniugati? Quante volte nell’arco del matrimonio? Anche se il “nuovo” amore è per una persona dello stesso sesso?  Anche se minorenne? Anche per i consanguinei? Anche per gli animali? L’uomo è il suo sentimento, che può anche vivere momenti di cambiamento, o è innanzitutto la sua mente, illuminata dalla fede e sostenuta dalla grazia divina? Forse sarebbe meglio se comandasse il buon senso, il rispetto, anche sofferto, delle scelte liberamente compiute, l’intelligenza profonda delle cose, la fede cristiana che spiega l’uomo all’uomo, oltre a manifestare Dio.

Ma in queste e nelle simili vicende, ciò che  rimane insopportabile è il giudizio sulla Chiesa e sulle sue logiche, espressa da chi ne ignora o ne disprezza le ragioni, la sua mens ed il suo cuore. Da chi pensa che la castità sia un inutile orpello e che “Senza sesso” non si possa stare. Rimane intollerabile l’arroganza di coloro che pur di tranciare giudizi sprezzanti nei confronti di scelte per loro spiritualmente incomprensibili, cavalcano situazioni come quella di don Riccardo, infischiandosi sostanzialmente dell’interessato, per insultare gratuitamente la Chiesa e riproporre la solita cantilena sentimentale e pansessualista.


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