La Resistenza è sotto attacco? Secondo noi no!


“FACT CHECKING” É UNA NUOVA COLLANA STORICA DELL’EDITORE LATERZA CHE, A TRENT’ANNI DALL’ABBATTIMENTO DEL MURO DI BERLINO, RIPROPONE IL METODO VETERO-MARXISTA DELLA “VULGATA” NARRATIVA. PROPONIAMO LA SECONDA DELLA SERIE DI RECENSIONI CRITICHE, A CURA DELLO STORICO CATTOLICO ANDREA ROSSI, SU QUELLA CHE RITENIAMO UNA NUOVA OFFENSIVA ANTI-CULTURALE E ANTI-STORICA

Di Andrea Rossi

La Resistenza è sotto attacco e va difesa. Questa in estrema sintesi la tesi dell’Autrice di questo nuovo libro della collana “Fact checking” della casa editrice Laterza.

Anche i partigiani però…, di Chiara Colombini (Editori Laterza, Bari-Roma, 2021, pp. 192, € 14), parte appunto da qui: la Resistenza è di nuovo sotto attacco da parte della destra in Italia. Ma è proprio vero? Secondo noi no. In realtà, quello che è accaduto nel nostro Paese, dopo il crollo del muro di Berlino e la fine del comunismo, è stata una profonda revisione storica del periodo dell’occupazione tedesca e della guerra di liberazione che fu, ovviamente, anche una guerra civile. Quello che, negli ultimi anni, è stato oggetto di “attacco” (o semplicemente di revisione, come abbiamo detto) è stato il comportamento del Partito comunista italiano (PCI) prima e dopo la fine della guerra civile 1943-48.

Chiara Colombini, con documentazione indubbiamente valida (è ricercatrice presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”), sostiene la sua battaglia in difesa della Resistenza “in generale”, ma poi alla fine si trova regolarmente a dover difendere solo l’operato delle formazioni comuniste, le uniche a cui si possono riferire i titoli dei singoli capitoli che, secondo l’autrice, rappresentano i luoghi comuni della propaganda di destra.

Il primo è significativamente intitolato “Tutti rossi”: ovviamente i partigiani non erano tutti rossi, però se la percezione comune è questa, la causa è la vulgata di cui il PCI è stato il grande regista fin dell’immediato dopoguerra: scoprire che esistevano anche altre resistenze (cattolica, laica, socialista o anarchica) non è poi questa grande novità per chi si occupa seriamente del periodo. Magari la Colombini avrebbe potuto e dovuto aggiungere che senza la disinteressata ospitalità di migliaia di sacerdoti e di centinaia di strutture religiose (conventi, monasteri, seminari) pochi, anche fra “i rossi” avrebbero potuto trovare asili sicuri durante i venti mesi di occupazione tedesca.

Il secondo capitolo “Inutili e vigliacchi”, relativo alla resistenza armata, meriterebbe un volume a parte. La violenza era necessaria? Esistono numerosi casi di Paesi in cui l’antinazismo si manifestò soprattutto in forme pacifiche di resistenza passiva. La Norvegia, la Danimarca e, in parte, anche l’Olanda, non conobbero la stagione della guerra civile indiscriminata come altre nazioni europee, ma non per questo ci pare abbiano dato prova di essere meno interessate alla causa della democrazia.

La violenza è colpa loro”, titolo del terzo capitolo, approfondisce questo argomento: certamente la violenza era parte integrante della strategia dei nazisti, rapaci occupanti, e quasi sempre dei fascisti. L’Autrice però (correttamente) cita come elemento strategico del PCI nel modo di condurre la guerriglia, l’attentato o l’uccisione proditoria, specie nelle grandi città, come atto necessario per costringere l’avversario alla rappresaglia e i cittadini a schierarsi con l’una o con l’altra parte. Una pedagogia tragica che la Colombini rivendica come necessaria, ma che lascia molti dubbi sulla effettiva utilità per destabilizzare le forze armate tedesche o i “militi” di Mussolini, e che ha lasciato ferite aperte nella comunità nazionale.

Il sito “Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia”, frutto dell’iniziativa intrapresa nel 2009 dal Governo italiano e da quello della Repubblica Federale Tedesca, un vero e proprio atlante degli eccidi compiuti nel periodo 1943-45, nel descrivere ogni fatto di sangue riserva sempre una analisi su un dettaglio importante, ossia se la memoria di ogni singolo  episodio sia condivisa o meno. I casi in cui ci si trova di fronte a ricordi contrapposti sono tutt’altro che rari: la dizione “sparavano e sparivano” riferita ai partigiani, non nasce con la storiografia neofascista della repubblica di Salò, ma assai prima, e tale è rimasta in numerosi episodi avvenuti soprattutto in Toscana e in Emilia-Romagna. Forse una riflessione più profonda su questi fatti avrebbe giovato all’obiettività dello studio.

Sul capitolo “Rubagalline” c’è poco da dire: nell’Italia contadina degli anni 1940, la proprietà privata, specie nelle campagne, era un punto fermo, un dato di fatto. La scarsa simpatia dei ceti agricoli soprattutto “bianchi” nei confronti delle formazioni partigiane che pesavano sulle economie locali di larghe parti di regioni del nord Italia appare quanto meno comprensibile e, forse, giustificabile, visto il tempo di guerra e le continue requisizioni dei nazisti, occupanti rapaci e spietati.

Alla fine dello studio troviamo quelli che sono, a nostro avviso, i capitoli che più deboli del lavoro: “Assassini” e “La storia la scrivono i vincitori”.

Il primo dei due si concentra sulla violenza insurrezionale e postbellica. Come abbiamo avuto modo di scrivere in merito al lavoro “E allora le foibe?” di Eric Gobetti, le cifre poco ci interessano: il dato di circa diecimila fascisti (o presunti tali) uccisi a guerra finita è attendibile. Giustificarlo resta, ancora oggi, impresa complessa, soprattutto per il lasso di tempo assai breve in cui avvengono le uccisioni: circa un mese, fra la fine di aprile e quella di maggio 1945, e per gli autori, quasi sempre partigiani di formazioni “rosse”. Quindi non una violenza diluita nel tempo e giustificata dallo stato di guerra, ma una vera resa dei conti inflitta, in tempo di pace, in maniera massiccia e spesso indiscriminata, che andò a colpire autentici colpevoli (pochi), alcuni capi sanguinari (pochissimi) e spesso comparse di terza o quarta categoria o cittadini senza colpe effettive, se non simpatie o passioni giovanili. Probabilmente una maggiore “pietas” avrebbe giovato a tutti e lasciato meno strascichi velenosi durante l’intera storia della nostra repubblica.

Che poi la storia l’abbiano “scritta i vincitori”, come recita l’ultimo capitolo della Colombini, è dato di fatto certo, ma non è sicuramente questo il motivo per cui, a distanza di sessant’anni da quei fatti, le opere del giornalista e scrittore Giampaolo Pansa (1935-2020) hanno avuto il successo che sappiamo. Sono state le decine, le centinaia di omissioni degli aspetti più controversi a creare il terreno su cui, inevitabilmente, l’attenzione dell’opinione pubblica si è andata a concentrare all’inizio degli anni 2000. Facile e demagogico attribuire a un disegno di forze più o meno nostalgiche il “processo alla Resistenza” che si è sviluppato nel nostro Paese negli ultimi decenni. Nessuno obbligava decine di storici o memorialisti di sinistra a scantonare gli angoli bui della guerra civile o “il sangue dei vinti”, per citare l’opera più nota di Pansa. Anzi, in ambito cattolico più di uno si era soffermato sul tema, fin dall’immediato dopoguerra, come don Lorenzo Bedeschi (che fu nel Corpo italiano di liberazione) nel suo “L’Emilia ammazza i preti”, in cui si affrontava lo spinoso tema delle decine di sacerdoti uccisi da ex partigiani fra il 1945 e il 1946. Se alla fine la pentola è stata scoperchiata, di certo non è colpa di un complotto antidemocratico, ma della parzialità con cui la storia di quei mesi è stata raccontata per decenni.

In conclusione, il lavoro di Chiara Colombini, comunque il meglio documentato fra quelli della collana “Fact checking”, presenta purtroppo una lacuna già evidenziata: i fatti che si controllano (e si approvano) sono solo quelli che si vogliono prendere in considerazione. Gli altri, quelli che possono contraddire le proprie tesi, restano, purtroppo, fuori dal radar degli autori.


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