Grande scienziato e fervente cattolico: Jérôme Lejeune


IL 3 APRILE DEL 1994 MORIVA A PARIGI IL GRANDE SCIENZIATO JÉRÔME LEJEUNE, MEDICO E PROFESSORE DI GENETICA, CO-AUTORE DELLA SCOPERTA, NEL 1959, DELLA CAUSA DELLA SINDROME DI DOWN, CHIAMATA TECNICAMENTE “ANOMALIA CROMOSOMICA RESPONSABILE DELLA TRISOMIA 21”. IL FAMOSO GENETISTA FRANCESE, AMICO DI SAN GIOVANNI PAOLO II, FU IL PRIMO PRESIDENTE DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA (PAV) ED È STATO RICONOSCIUTO VENERABIILE DA PAPA FRANCESCO IL 21 GENNAIO SCORSO

di Matteo Orlando

Il prof. Jérôme Lejeune nacque il 13 giugno 1926 a Montrouge (Île-de-France), in una famiglia profondamente cattolica. Nel 1944 cominciò a studiare Medicina a Parigi e, nel 1951, conseguì il dottorato. Successivamente svolse il servizio militare in Germania. Il 1° maggio 1952 sposò Birthe Bringsted, una giovane danese protestante che, durante il fidanzamento, si convertì alla fede cattolica. Dal matrimonio nacquero cinque figli (Anouk, Damien, Karin, Clara, e Thomas).

Nel 1952 il futurovenerabile cominciò ad impegnarsi nelle ricerche sulla “Sindrome di Down” (chiamata allora anche mongoloidismo). Affiancato da due colleghi, Raymond Turpin e Marthe Gautier, scoprì che nei bambini affetti dalla sindrome è presente un cromosoma in più nella coppia 21, per cui si iniziò ad indicare questa sindrome con il termine “Trisomia 21”.

Nel 1969, quando ricevette anche per questa sua scoperta il premio Allen Memorial a San Francisco, pronunciò un discorso nel quale invitò ufficialmente i suoi colleghi a scegliere la vita e a rifiutare l’eugenetica. A partire da quell’intervento cominciò ad essere ostracizzato dalla gran parte della comunità scientifica internazionale.

La persecuzione anticristiana nei suoi confronti continuò negli anni ‘80 quando gli furono tagliati i fondi per la ricerca e i suoi collaboratori furono licenziati. Nonostante le pressioni e le misure ritorsive contro di lui, viaggiò in tutto il mondo per testimoniare la bellezza e la dignità inviolabile della vita umana. Ricevette innumerevoli premi e fu nominato membro di numerose accademie e istituzioni internazionali. Nel 1964 fu nominato primo docente di Genetica Fondamentale presso la Facoltà di Medicina di Parigi. Paolo VI lo nominò nel 1974 membro della Pontificia Accademia delle Scienze, nel 1986 Giovanni Paolo II lo chiamò a far parte del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari e, nel 1994, lo stesso Pontefice lo nominò primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, mentre pregava in una cappella, visse un’esperienza mistica che lo portò a dedicarsi pienamente a Lui. Descrisse questa esperienza alla moglie identificandosi in «un figlio che trova il suo amatissimo Padre, un Padre finalmente conosciuto» e del fortissimo «bisogno di far sapere alla gente quanto sono stato toccato al cuore da tanta gentilezza e tenerezza da parte Sua».

Anche Lejeune, come ogni cattolico coerente, è finito durante il Sessantotto nelle mire dell’estremismo e della sinistra politica. Nel maggio francese, nonostante gli scioperi studenteschi, riuscì ad arrivare nel suo laboratorio presso l’università La Sorbona (Parigi). Qui i manifestanti per cercare d’intimidirlo e farlo recedere dal suo lavoro gli indirizzarono ben 54 messaggi di violenza verbale inaudita accusandolo di fascismo “Fascista” e minacciandolo di morte. La fermezza di Lejeune di fronte ai manifestanti e il suo rifiuto di “abolire gli esami” di settembre lo portarono a un impegno sindacale con altri professori, divenendo così uno dei consiglieri non ufficiali del Primo Ministro dell’epoca.

Come detto, l’11 agosto del 1968 Lejeune vinse il William-Allan Prize, la più alta onorificenza destinata a un genetista, premio che ricevette ufficialmente a San Francisco il 30 settembre del 1969. Durante il soggiorno californiano Lejeune fu molto segnato dai discorsi degli scienziati che parlavano dei loro desideri di utilizzare tecniche di screening, derivanti dalla sua scoperta della sindrome di Down, per effettuare aborti selettivi. Vide l’emergere di un “razzismo cromosomico” che metteva i medici in totale contrapposizione al giuramento di Ippocrate (“primum non nocere” = “per prima cosa, non nuocere”).

È stato durante quella cerimonia di premiazione che Lejeune tenne una delle sue conferenze più note, affermando che l’embrione, come il feto, è un essere umano, e che quindi l’aborto, allora ancora vietato, costituisce a tutti gli effetti un omicidio.

In Francia il dibattito sull’aborto, come spesso accade sulle tematiche etiche, era stato avviato – e pilotato sui media – nel gennaio 1969, da un articolo sul quotidiano Le Monde della dottoressa Claudine Escoffier-Lambiotte, seguito da tutta la strategia, che oramai conosciamo, per fare accettare il delitto di aborto come “diritto”. Al dibattito contro l’aborto partecipò anche Lejeune che, invitato al programma televisivo Les Dossiers de l’école, parlò chiaramente contro l’uccisione deliberata del concepito.

Poco dopo nacque la diatriba sull’eutanasia, a seguito della pubblicazione di una notizia relativa ad un padre che aveva ucciso il figlio disabile. Mentre alcuni parlarono di un “crimine d’amore”, Lejeune – da vero profeta – denunciò la montante “EuthaNazie”.

Nel giugno del 1971, mentre si stava sviluppando una campagna per l’aborto basata sulle situazioni difficili delle donne che hanno abortito (un classico, nessuno pensa mai alla vera vittima dell’aborto: il bambino!), Lejeune propose di aiutare le donne che vogliono mantenere e crescere i loro figli, o permettere l’adozione se questo corrisponde al loro desiderio. Inoltre, denunciò l’argomento del “diritto di disporre del proprio corpo” e dimostrò che un feto è un corpo distinto da quello della donna. Lejeune criticò il termine, che sa molto di neo-lingua orwelliana, per definire l’aborto, cioè “interruzione volontaria della gravidanza”. Dopo l’incontro con Geneviève Poullot, fondatrice del movimento Laissez-les-vivre – SOS futures mères, lanciò le case “Tom Pouce”, case nelle quali le donne potevano essere accolte e aiutate prima e dopo il parto. Birthe Lejeune, la moglie dello scienziato, ha poi organizzato una petizione contro la legalizzazione dell’aborto, raccogliendo più di dieci mila firme. La petizione chiedeva il rispetto del Giuramento di Ippocrate che vieta l’aborto.

La morte di Georges Pompidou cambiò la situazione politica. L’elezione del massone Valéry Giscard d’Estaing, e la nomina di Simone Veil (di famiglia ebrea, magistrato, femminista) a Ministro della Salute nel governo Chirac, portò alla legalizzazione dell’aborto.

Lejeune, sposando gli insegnamenti di San Paolo VI, che ribadì la sacralità della vita umana fin dal concepimento (v. l’Enciclica Humanae vitae del 1968), s’impegnò contro la “legge Veil” e divenne presidente onorario di SOS futures mères, opponendosi anche alla pillola abortiva RU-486che, durante una discussione animata con il professor Étienne Beaulieu nel corso della trasmissione televisiva Duel sur La Cinq, descrisse come «il primo pesticida anti-umano».

Come detto, i fondi per le ricerche di Lejeune furono tagliati, in maniera sospettosa poco dopo l’elezione del presidente socialista François Mitterrand e la formazione di sinistra. Grazie ad aiuti finanziari esteri Jérôme riuscì nondimeno a riorganizzare e proseguire la sua ricerca, della quale beneficiamo ancora oggi. Preghiamo e rimaniamo in attesa di un miracolo da attribuirsi, secondo il discernimento della Chiesa, alla sua intercessione, per poterlo venerare come Beato.


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