Famiglie più indebitate con il Covid: è arrivato il momento di ripensare al quoziente familiare


QUOZIENTE FAMILIARE SIGNIFICA STABILIRE UN CRITERIO DI PROGRESSIVITÀ DEL SISTEMA TRIBUTARIO IN RAGIONE DELLA CAPACITÀ CONTRIBUTIVA DELLA FAMIGLIA NEL SUO INSIEME (CFR. COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, N. 355). DATO UNO STESSO LIVELLO DI REDDITO DI DUE DIVERSI SOGGETTI, SE SU UNO DI ESSI GRAVANO ONERI CHE NE RIDUCONO LA CAPACITÀ CONTRIBUTIVA, L’IMPOSTA NON DOVRÀ COLPIRE IL REDDITO IN QUANTO TALE, MA QUELLO DIMINUITO DEI COSTI NECESSARI PER FAR FRONTE A QUESTI ONERI

Di Giuseppe Brienza*

Stando all’ultimo rapporto 2021 della Banca d’Italia sugli effetti della crisi da Covid-19 su famiglie e imprese, «l’impatto della pandemia sulla situazione economica delle famiglie è stato assai diversificato e ha determinato un incremento della disuguaglianza dei redditi». Nel complesso, inoltre, la quota di debito detenuto dalle famiglie finanziariamente vulnerabili appare «in aumento» (Bankitalia, Rapporto sulla stabilità finanziaria, n. 1, Roma 30 aprile 2021). L’impoverimento delle famiglie con figli necessita l’introduzione progressiva di uno strumento di equità fiscale come il “quoziente familiare”, che opera così: ai fini della tassazione diretta (IRPEF), la somma dei redditi dei componenti della famiglia viene divisa per la somma dei componenti, a quali viene attribuito un peso non necessariamente uguale. Per esempio, più crescono i figli più il “peso” aumenta. In questo modo si ottiene il risultato di far pagare meno tasse alle famiglie unite e che hanno due o più figli.

La difficoltà di introdurre il quoziente familiare nel nostro ordinamento, dal problema finanziario che sempre è stato accampato, si è spostata ormai anche sul profilo giuridico a seguito dell’entrata in vigore della “legge” 20 maggio 2016, n. 76, sulla “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” (detta anche “legge Cirinnà”). Infatti, anche se le “unioni civili” (in realtà “unioni omosessuali”) non sono poste nella tutela dell’art. 29 (famiglia “società naturale”) ma in quella dell’art. 2 (“formazioni sociali”), l’equiparazione con l’unione coniugale è sostanziale. Di conseguenza, se non si potesse più identificare precisamente il destinatario di questa (“quoziente familiare”) come di tutte le altre politiche familiari, nella famiglia naturale fondata sul matrimonio, ne verrebbe meno il fondamento e, quindi, l’efficacia sociale. Le cose, però, nascono da lontano, e sempre da una cultura e da una mentalità manipolate ad arte. Ho denunciato anch’io, ormai venti anni fa, alla scuola del sociologo della famiglia Pierpaolo Donati, «le conseguenze socioculturali di politiche improntate a quello che potremmo definire un “politeismo familiare” (“famiglie” al plurale anziché “famiglia”)». Si tratta di esiti disastrosi, in quanto «l’indifferenza dei legami familiari aumenta il tasso di anomia della società, che è il terreno fertile su cui crescono i suicidi, le malattie mentali e le patologie relazionali di ogni genere (incluse le tossicodipendenze), cui vanamente si cerca di rimediare con più servizi di welfare oppure con il ricorso ad altri farmaci» [P. DONATI, La famiglia al tornante del XXI secolo: da dove a dove?, in V. MELCHIORRE (a cura di), La famiglia italiana. Vecchi e nuovi percorsi, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2000, p. 61]. Lo Stato “neutrale”, del resto, non è altro che «un’astrazione irreale, dato che sempre ogni decisione politica ha un presupposto antropologico di morale sociale, consapevole o meno che sia. È vero piuttosto, drammaticamente, che quando lo Stato sociale assume un atteggiamento eticamente neutrale verso la famiglia, nei fatti, esso finisce per penalizzarla» (G. BRIENZA, Famiglia e politiche familiari in Italia, Carocci Editore, Roma 2001, p. 21).

Un solo esempio, anche se un po’ “drastico”: i tassi di suicidio conseguenti alla disgregazione dei legami familiari (in prospettiva anche il c.d. “suicidio assistito” legalizzato, cioè l’eutanasia). In Italia sono ancora “bassi” perché la famiglia, nonostante tutto, tiene molto più che altrove, ma le conseguenze della relativizzazione dell’unione coniugale e della sua umiliazione culturale e legislativa, si fanno sentire. Nel nostro Paese, infatti, secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, il tasso di mortalità per suicidio in Italia è pari a 6 per 100mila residenti il più basso della media europea, che è pari a 11 per 100mila. Non è un caso poi che, il maggiore numero di suicidi, si riscontra nel Nord Italia, dove le statistiche sui divorzi ed i matrimoni sono (quasi) “in linea” con quelle del Nord Europa scristianizzato, laddove i tassi sono molto bassi nel Meridione, dove il tessuto sociale e la famiglia godono di maggiore solidità.

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* Vedi qui il canale YouTube curato dall’autore di questo articolo: Temi di Dottrina sociale della Chiesa.


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