Dialogare con gli ideologi?


LA FINE DEI TOTALITARISMI NON HA COINCISO CON LA FINE DELLE IDEOLOGIE, OGGI PROLIFICHE PIU’ CHE MAI. MA PER POTERLE CONTRASTARE OCCORRE EVITARE LE TRAPPOLE DI UN FALSO DIALOGO

A cura di Pietro Licciardi

Caratteristica delle ideologie è di essere completamente slegate dalla realtà, poiché seguono pedissequamente e coerentemente teorie costruite a tavolino, e non di rado a causa della loro distanza dal reale noi, persone abituate a fare i conti con le cose reali, rifiutiamo di credere a quello che dicono.

Nessuno ha preso sul serio il Mein Kampf, che pure era stato assolutamente chiaro riguardo le intenzioni di Adolf Hitler, anche sul destino riservato ad ebrei e slavi. Il comunismo ha spiegato che era lui il futuro del mondo essendo scientifico e perciò inconfutabile. Più o meno la stessa cosa stanno proclamando ai quattro venti, e non da oggi, le ideologie contemporanee, come l’ambientalismo, il genderismo, i profeti della catastrofe climatica e demografica.

Anche questa volta ci siamo rifiutati di ascoltare e così ci siamo ritrovati immersi in un totalitarismo sanitario che sta accelerando l’avvento di quel “mondo nuovo” vagheggiato dai suddetti ideologi.

Quali sono le cause dello scacco che sembrano invariabilmente subire le buone ragioni che si oppongono alle ideologie?

Innanzitutto occorre considerare che la lingua utilizzata da un regime ideologico ha un’importanza decisiva, in quanto è il principale strumento per mettere in opera la sua pretesa superiorità morale. Un regime ideologico trae la propria forza da questa pretesa di dire una verità indiscutibile e di saperla realizzare con efficacia. Discutere con un ideologo senza sapere che parla una lingua diversa dalla nostra significa credere soltanto di capirsi.

La lingua ideologica, nei regimi comunisti chiamata «lingua di legno», è un insieme di formule o di principi più o meno generali dotati di una caratteristica comune: implicano tutti un elemento di verità inevitabilmente accompagnato da qualcosa di falso, una mistura che rende così seducente il sistema: appigliandosi alla parte di verità inclusa nel principio, ci si mette a rimorchio della sua parte di falsità.

In realtà però l’ambiguità del sistema non dipende tanto da questa mistura di vero e di falso ma dal carattere irreale della teoria. La teoria ideologica è caratterizzata dalla sua generosità sul piano dei principi: essa pretende di por fine una volta per tutte alle ingiustizie e alle prevaricazioni dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla natura, del forte sul debole…. E chi potrebbe non augurarsi un risultato di tale portata? In questo senso ciò che distingue innanzitutto l’ideologia non è tanto la falsità quanto il suo carattere irreale: è falsa a forza di essere irreale. L’ideologia ci vuoi far credere che la questione si giochi sul piano della generosità mentre di fatto si gioca sul piano del reale. È questo il punto critico. Sono note le parole di Maritain che voleva che l’uomo avesse «lo spirito duro ma il cuore tenero»; l’ideologo invece ha il cuore duro, ma vuole uno spirito tenero, specialmente quello dell’avversario.

Ciò che rende tanto pericolosa la mentalità ideologica è appunto questo scivolamento dalla teoria, ideale e seducente, a una pratica dura e inumana. Più esattamente si tratta della distanza che separa l’affermazione continuamente ripetuta dei principi seducenti della teoria dalla loro aperta violazione nella prassi quotidiana. La teoria – spesso formulata in termini rispettabili – si articola su una pratica che conduce inevitabilmente a degli atti inaccettabili: i diritti dell’uomo vengono affermati come principio, ma la prassi normale è quella di uccidere i neonati mediante aborto o gli anziani e i malati mediante eutanasia, acquistare bambini da donne che come schiave moderne vendono il loro utero.

Per un ideologo una tregua con l’avversario è sempre ammissibile ma non vi può essere alcuna pace durevole. Ciò cui si aspira non è un compromesso che riconosca la legittimità degli interessi dell’avversario. come in un negoziato classico: l’esito non può essere che la vittoria completa raggiunta attraverso l’annientamento dell’avversario.

II carattere specifico dell’ideologo è quello di cominciare sempre con l’affermazione dei propri principi, della propria teoria, perché questa teoria gli conferisce una superiorità indiscutibile. Una volta che si sia concessa questa superiorità all’ideologia — anche tacitamente — la partita è praticamente perduta in partenza in quanto anche se poi si avanzano delle riserve su questi principi, sono loro che di fatto hanno dominato la discussione.

Ogni discussione con un ideologo deve quindi aprirsi con una chiara negazione o rifiuto dei principi dell’ideologia. Si deve rifiutare il dialogo con l’ideologia ma si deve senz’altro discutere con l’ideologo: si deve accogliere l’uomo, ma non vi possono essere compromessi con una teoria falsa. Questo rifiuto preliminare dell’ideologia implica che il dialogo debba aprirsi con una violenza verbale o con uno scontro grossolano? Certamente no, ma la cortesia non è incompatibile con la fermezza. Il rifiuto dei principi dell’ideologia, anzi, deve avvenire nel rispetto delle persone.

Questo atteggiamento non è una pura astrazione teorica poiché è già stato utilizzato e ha già portato dei frutti sostanziali, anche se in un unico caso di rilievo: quello del cardinale Stepan Wyszyriski, primate della Chiesa polacca, il quale ha sempre unito il rifiuto più assoluto dei principi del comunismo con una volontà di negoziare nel rispetto delle persone. È l’atteggiamento classico della Chiesa: «intransigente con il peccato, comprensiva con il peccatore».

Il cardinale Wyszynski è l’unico uomo che abbia saputo trattare con successo con il potere ideologico: in qualche caso è riuscito a farlo indietreggiare, spesso è riuscito a contenerlo, in ogni caso è riuscito, nella società polacca, a preservare uno spazio di libertà che ha reso possibile la nascita di Solidarnosc. Purtroppo qui in Italia non abbiamo un cardinale Wyszynski e anche a causa di ciò i nostri spazi di libertà si stanno pericolosamente assottigliando: col pretesto della pandemia è adesso il Governo a dettare orari e regole per le celebrazioni liturgiche e domani, quando il famigerato DDL Zan sarà approvato si aprirà ufficialmente la caccia al dissidente, specialmente cattolico.

Infine il sottrarsi alla denuncia chiara e ferma del male ideologico sta ad indicare innanzitutto che non ci si è fatti un’idea precisa dell’avversario, e non avere le idee chiare sul conto dell’avversario è sempre molto pericoloso. Ma c’è anche qualcosa di peggio: non rifiutare l’ideologia sin dall’inizio significa conferirle una dignità politica che essa non ha; significa normalizzare questo male e, in ultima analisi, demonizzare l’ordine politico nella sua totalità. Così si finisce per fare il gioco degli ideologi che vogliono appunto condannare, come radicalmente cattivo, il mondo esistente in modo d’avere il diritto e il dovere di distruggerlo. Per dirla in breve, dopo essersi ingannati sul conto del nemico, si finisce inconsciamente col lavorare per lui e col preparargli il terreno.

Come è possibile che il dialogo con l’ideologia porti a uno stravolgimento di tale portata? Basta rendersi conto di quello che è avvenuto lungo il tragitto: si voleva dialogare con l’ideologia ma, di fatto, ci si è lasciati ideologizzare. Come? Si è ideologizzato il dialogo. È il dialogo stesso a essere diventato un’ideologia: da mezzo che era è diventato un fine. E a questo punto tutto è stato falsato. Questo è ciò che è avvenuto nella Chiesa, in cui in molti hanno cominciato a dialogare con il mondo e le sue ideologie finendo per allinearsi col mondo, abbracciando tuti i suoi errori.

(Tratto da: Francois Rouleau: Regole per dialogare con un ideologo, in “L’Altra Europa”, bimestrale del Centro Russia Cristiana n. 1 (205)-1986)

 


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