Il gioco del politically correct e delle parole proibite


SI STA FORMANDO UNA NUOVA CLASSE DI PAROLE NON ACCETTATE DAL MAINSTREAM

Di Maria Bigazzi

Quante parole oggi non possiamo più dire perché entrate a far parte della categoria della terminologia proibita?

Oggi infatti, affermare certe cose, diventa un grande rischio. Oltre ad essere insultati, etichettati e banditi dalla vita sociale, vi è anche il reale pericolo di essere sanzionati o peggio arrestati. E questo diventerebbe prassi con l’approvazione del Ddl Zan.

Molti dicono che punire chi vi si oppone è una cosa buona, in quanto la società oggi pullula di persone che vivono ancora nel medioevo e non fanno spazio ai cambiamenti con cui la generazione gender fluid ha vinto gli stereotipi, aprendo così le porte alla libertà di genere.

La società moderna si presenta come un guscio a sé, dove si costituisce un’unica cultura che stravolge la vita delle persone, al punto di dover creare una nuova lingua, quella del politically correct.

Ma oltre a crearsi una nuova categoria di persone che si credono e si auto dichiarano diverse dalle altre rivendicando una propria legge, si forma anche una nuova classe di parole proibite e non accettate dal mainstream.

Se già si veniva accusati e insultati per aver difeso la famiglia naturale, quella costituita dall’unione indissolubile tra un uomo e una donna aperti al dono della vita; ora anche il solo pensiero di questa realtà incontestabile, viene bandito da ogni ambito sociale.

Oggi infatti, e un domani con le nuove proposte di legge, per affermare che “due più due fa quattro” e che “le foglie sono verdi in estate”, dovranno essere attizzati fuochi e sguainate spade, come affermava G. Chesterton, perché la verità è diventata il nuovo nemico da combattere per lasciare spazio a un mondo falso e triste, che presenta la libertà di genere come il raggiungimento della libertà personale.

Ma sappiamo bene che non è così. Molti ragazzi vittime di questo sistema, hanno cercato di tornare indietro sui loro passi, delusi e distrutti da un’esperienza che ha rovinato la loro esistenza.

La realtà infatti è un’altra, ed è molto dolorosa. Secondo la teoria gender, l’identità sessuale di una persona non è stabilita dalla natura e dal dato biologico, bensì dalla percezione del singolo.

Ognuno, quindi, è libero di sentirsi e assegnarsi il genere che più lo aggrada: maschio, femmina o nessuno dei due. Viene considerato libertà, orientare la propria sessualità secondo le proprie pulsioni e desideri.

Ma tutto ciò contribuisce a portare una grande confusione a livello psicofisico, creando instabilità mentale e gravi patologie che rischiano di sfociare in atti violenti contro la propria persona, in quanto non accettata per le sue caratteristiche, senza contare la pericolosità dei trattamenti o delle operazioni che vengono svolte per cambiare sesso.

Molti affermano che tali scelte consistano nella libera scelta del soggetto di sentirsi ciò che più lo aggrada. E’ quello che pericolosamente permette anche il Ddl Zan all’articolo 1, comma 4, dove viene affermato che “per identità di genere si intende l’i­dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corri­spondente al sesso, indipendentemente dal­ l’aver concluso un percorso di transizione”.

Tale norma permetterebbe a un soggetto di cambiare sesso ogni volta che lo sente necessario, anche da un giorno all’altro, pretendendo quindi di godere delle facoltà e delle prestazioni proprie del sesso scelto. Ad esempio, un uomo che si percepisce donna potrà recarsi indisturbato nei reparti femminili o pretendere di gareggiare in squadre sportive femminili e utilizzare i loro spogliatoi e servizi igienici.

Per quanto oggi si sia perso il senso del reale, la distinzione tra uomo e donna è segnata dalla natura stessa, che gli ha dotati di corpi e facoltà differenti, ognuno con le proprie prerogative che servono a completarsi a vicenda.

Il pensiero moderno ha fatto in modo che tali affermazioni non possano più essere dette, addirittura facendo sì che diventino punibili dalla Legge stessa. Tra poco dire maschio e femmina sarà considerata un’offesa, in quanto verrà percepita come un’istigazione all’odio e alla violenza contro chi non si percepisce come tale (art. 4 Ddl Zan).

Mamma e papà si potrà dire? No, assolutamente. Genitore 1 e genitore 2 è meglio, almeno non si corrono rischi.

Figlio e figlia? Meglio di no…aspettiamo che siano grandi e decidano loro come definirsi, visto che secondo i sostenitori di tale pensiero, la natura non determina il sesso, ma si tratta di una scelta personale, come sottolinea il Ddl Zan che mira ad andare oltre il sesso biologico, considerato irrilevante per l’affermazione di identità di genere.

Su questo principio dunque, bisognerebbe abolire la festa della mamma e del papà, ma anche alcuni articoli della Costituzione, il 29 ad esempio.

I cartoni animati? Meglio censurarli e lasciare spazio a quelli gay friendly, ottimo strumento per conformare il pensiero, colpendo in particolare i bambini che li guardano.

La famiglia naturale, quella formata da un papà e una mamma viene definita superata, un’offesa insopportabile per le nuove coppie, per cui sarà meglio eliminare anche immagini di questo genere che istigano alla violenza psicologica.

Già, perché se si vuole dare un futuro ai figli, crescerli con l’amore di un padre e di una madre da cui solamente possono nascere i bambini, che avendo il Dna di entrambi cercheranno sempre i loro genitori naturali; se si vuole farli crescere come la natura li ha fatti, maschi e femmina; se si vuole dare loro la gioia di un papà e di una mamma; se si vuole la loro felicità che consiste nel sostenerli durante la crescita e fargli amare il loro corpo così com’è, animato dall’anima spirituale, capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone;

allora si viene considerati medievali, assolutisti, fondamentalisti e anche omofobi. Insomma, un parassita della società che non vuole uscire dagli schemi stereotipati che le nuove generazioni hanno finalmente infranto.

Eppure non si tratta di stereotipi, ma di buon senso, di dimostrare che “due più due fa quattro”, e che i bambini nascendo solo dal rapporto tra un uomo e una donna, hanno il sacrosanto diritto ad avere un padre e una madre, fossero anche genitori non biologici, ma adottivi.

Privarli di tale diritto, significa fare violenza su di loro, in quanto ogni persona deve essere valorizzata per quello che è, attraverso la possibilità di essere “mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”; ad avere “diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti” (art. 315 bis c.c.).

E per “inclinazioni naturali” significa valorizzare la sua virilità o femminilità a seconda del sesso, e non fargli credere che può essere ciò che vuole e si sente, perché non potrà mai cambiare la natura del corpo, nemmeno attraverso operazioni chirurgiche, in quanto i cromosomi femminili o maschili non mutano per decisione umana.

Ma questo sembra non essere importante per chi porta avanti tali ideologie. Far credere che la felicità consista nel rifiutare il proprio corpo è la più grande menzogna. Vi sono centinaia di casi anche medici, che riportano gli esiti negativi di tale scelta, senza contare i numerosi studi recenti.

E’ dunque importante difendere la verità senza paura, anche se ciò può comportare sacrificio e sofferenza a causa di chi punta al potere, per arrivare ad affermare nella società teorie false e distorte, per distogliere le persone dai problemi reali e privarle di qualunque libertà ma soprattutto dignità. 

Se veramente vogliamo una società libera, dove la vita sia valorizzata per quello che è, dove non venga fatto credere che la felicità consiste nel sentirsi qualcosa di diverso, è necessario continuare a difendere la famiglia naturale, dichiarando apertamente che la vera felicità consiste nell’affermarsi per quello che si è, accettando se stessi e il proprio corpo, realizzandosi in quanto uomo o donna unici con un ruolo ben determinato e non volubile.

 


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