Battiato era un inclassificabile, uno fuori da tutti gli schemi


Addio a un grande iniziato siciliano

Di Alessandro Puma

La notizia che oggi, 18 Maggio, è venuto a mancare a 76 anni il grande cantautore siciliano Franco Battiato, mi riempie di un sincero cordoglio che non vuole unirsi alla solita grancassa dei media nazionali o dei ricordi personali che vengono sciorinati di solito in queste occasioni per celebrare qualcuno che, in vita, era stato più o meno considerato tra i grandi ecc. ecc.

Non solo perché, effettivamente, Battiato ha scandito la colonna sonora di tutti gli eventi significativi della mia vita, ma anche perché ho avuto modo di “studiarlo” esattamente come ho sempre fatto per un Hegel o per un  Wiittgenstein. 

La sua carriera è arcinota e non serve riproporne, qui, le tappe, ma è interessante notare come l’inizio dei suoi lavori sperimentali degli anni 70 (genere, quello sperimentale, oggi improponibile ma che all’epoca aveva tanti di quei seguaci che, come ha affermato più volte Battiato, poteva tranquillamente vivere di quel tipo di musica ricercata e atipica) ‘traducevano’ in arte autori ostici alla grande massa della gente come Aldous Huxley, Stockhausen e Philip Glass.

Discepolo del grande guru Gurdjeff, aveva già allora sperimentato l’uso di sostanze lisergiche per cercare di evitare di cadere nel cosiddetto “shock addizionale” o per risvegliare, come gli antichi maestri indù, il serpente Kundalini – che rappresenta le inusitate energie della nostra mente – che risiederebbe alla base della nostra colonna vertebrale.

Ma la cosa più sorprendente, un vero miracolo se consideriamo i gusti dell’ascoltatore medio italiano, realizzato da Battiato, è stato quello di applicare autori dalle tematiche esoteriche, come René Guénon, Rudolf Steiner e lo stesso Gurdjeff alla cultura popolare di massa. Basta guardare la copertina del disco “L’era del cinghiale bianco” per accorgersene: sembra di trovarsi davanti a tutte le illustrazioni di testi e conoscenze perdute della biblioteca di Alessandria. Una cover piena zeppa di immagini della civiltà sumera, assira, babilonese, egizia, ebraica, celtica e così via.

Battiato è stato un grande mistico e un deciso credente in Dio, anche se in un Dio personale derivante dalle sue speculazioni teologiche e filosofiche. Il suo disco più spirituale, quando, anticipatore delle mode come sempre, si era fatto crescere una lunga barba da filosofo, è stato sicuramente “Come un cammello in una grondaia”, in cui possiamo trovare dei testi-preghiera che gli servivano per la sua stessa meditazione trascendentale e che ci dischiudono parte della sua visione del mondo.

E cioè, per esempio, “che siamo esseri immortali caduti sulla terra, destinati a errare nei secoli dei secoli fino a completa guarigione” (“Le sacre sinfonie del tempo”) oppure che “l’eterno non ha avuto inizio perché la nostra mente è temporale e il corpo vive giustamente solo questa vita”.

Il tutto collegato con una sua particolarissima visione della reincarnazione che tiene conto del fatto che le nostre anime si “liberavano piano sopra i gelsomini nei giardini della pre-eternità” (“I giardini delle pre-esistenza).

Le italiane medie ricordano ancora oggi, affrante, le struggenti parole d’amore de “La cura” (fra l’altro dedicate a un ideale astratto non certo a una donna) ma non hanno memoria della sua splendida e caustica canzone contraltare che recita: “Era la più grassa puttana che avessi mai incontrato” (“Ecco come va il mondo”) e se è vero che, a volte, “vivere è un’offesa che desta indignazione” e “hai ragione se ti vuoi ammazzare”, “per ora rimanda, è solo un breve invito” (“Breve invito a rinviare il suicidio”). E comunque, sempre, “se ti senti male, rivolgiti al Signore. Credimi siamo niente, dei miseri ruscelli senza fonte”.

Insomma Battiato è sempre stato un inclassificabile, uno fuori da tutti gli schemi e lo ha dimostrato anche quando, intervistato nel 1992 da Corrado Augias per la trasmissione televisiva Babele, ha affermato che i suoi modelli politici risalgono a quelli dell’Antico Egitto e dei Re-sacerdoti dell’India, quando il potere temporale e quello spirituale erano fusi in un’unica persona.

Non certo come i governanti di oggi, “tutti perfetti e inutili buffoni” (Povera Patria).

Tralasciando anche i tre film da lui diretti come regista (uno dei quali, Musikanten, vede come attore addirittura il famoso regista-fumettista-cartomante Alejandro Jodorowski, autore a sua volta di film folli e visionari come “El topo” e “La montagna sacra”) rimangono insuperate le sue due produzioni teatrali interessantissime: opere liriche dedicate a Gilgamesh, il primo eroe semidio della storia dell’umanità e “Il cavaliere dell’intelletto”, dedicato alla meravigliosa scuola siciliana di Federico II in cui, com’è noto, trovavano accoglienza geni e artisti da tutte le parti del mondo e di tutte le religioni. Greci, cristiani, ebrei e musulmani che lavoravano insieme in un’opera d’arte “continua e totale”, esempio insuperato di tolleranza e di intelligenza.

Si potrebbe continuare a parlare ancora a lungo di lui e della sua produzione ma preferisco fermarmi qui, ricordando soltanto che in una delle sue canzoni più strane e inquietanti, e cioè “Il re del mondo”, in cui viene adombrato il pericolo di un mondialismo alla Soros e alla Bildenberg, affermava che la nostra società attuale fa sì che non solo tutto diventi inutile, ma fa anche credere che questa falsità venga spacciata come verità.

Anche se, fortunatamente, “il giorno della fine non ti servirà l’inglese”.


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Facciamo un profeta di un esoterista da strapazzo?
Poveri noi!!!
Bruno PD