Saturi di pornografia, di sesso e di alcool, dimentichiamo il senso del limite


L’overdose di beni materiali e il “divertirsi come dei coglioni”

Di Dalila Di Dio

Verbali di interrogatorio, dichiarazioni delle persone offese, interviste ai testimoni: della vicenda di Grillo jr e della violenza sessuale di gruppo che, secondo l’accusa, si sarebbe consumata nella villa in Sardegna dell’Elevato, sappiamo ormai tutto. Anche quello che non avremmo voluto sapere. 

Conosciamo le versioni di ciascuno degli indagati, abbiamo assistito al tiro alla vittima da parte del babbo premuroso, indignato contro la stampa che avrebbe messo alla gogna il suo incolpevole rampollo e abbiamo ascoltato i dettagli più inquietanti e sordidi di quella notte: niente di tutto questo cambia il fatto che Ciro Grillo e i suoi coindagati siano non colpevoli fino a prova contraria perché noi, qui, a differenza di Papà Grillo e della sua congrega di manettari, garantisti lo siamo davvero. Sempre e nei confronti di chiunque.

Tuttavia, non si può ignorare il desolante ed angosciante quadro che emerge dagli atti di indagine pubblicati nelle ultime settimane: che abbiano o meno rilevanza penale, i fatti della notte incriminata raccontano di un gruppo di ventenni del tutto incapaci di porsi dei limiti, tutti intenti a mettere in scena la trasposizione in salsa Smeralda di un filmetto hard di terz’ordine di cui essere protagonisti, peraltro, a quanto si racconta, pure poco talentuosi.

Il copione è quello che abbiamo imparato a conoscere grazie a vicende analoghe: fiumi di alcool, droga, promiscuità sessuale, violenza e video. Già, il video. Imprescindibile.

Bisogna immortalare, riprendere, conservare e, per i più stupidi, condividere e pubblicare. Bisogna filmare le proprie prodezze perché mostrare la performance è quasi più importante della performance stessa: non c’è sentimento, non c’è gioia, non c’è bellezza in quel gruppo di disperati in cerca di un brivido.

Probabilmente non c’è neppure alcun piacere se non quello di esibirsi, di essere alternativi – almeno così credono – e di superare i limiti.

La storia di Grillo Jr. è, però, anche quella di migliaia di suoi coetanei a cui nessuno ha insegnato a rapportarsi alla vita con rispetto: per sé stessi e per gli altri. 

Giovani a cui tutto è consentito, a cui qualcuno trova sempre una giustificazione, a cui i genitori danno e danno e danno, per non sentirsi in colpa o, semplicemente, per non essere troppo distolti dalle loro carriere e dalle loro vite sociali.

Giovani che non hanno idea di cosa voglia dire conquistare qualcosa o, peggio ancora, qualcuno. 

In una overdose di beni materiali che, sin da bambini, gli ha impedito di comprendere il valore dell’attesa, del desiderio, della fatica per raggiungere un traguardo e, troppo spesso, il loro stesso valore di esseri umani unici e preziosi.

Ragazzi che “si divertono come dei coglioni”: così li giustifica il sommo Beppe. 

Beh, bisognerebbe capire cosa ci sia di divertente nel bere fino a stordirsi e nell’usare il corpo, proprio e altrui, come un pezzo di carne senza anima e senza dignità. 

Bisognerebbe capire cosa ci sia di divertente nella esasperata promiscuità quando poi si è incapaci di affrontare consapevolmente un semplice rapporto a due.

Sì perché, molto probabilmente, il punto è proprio questo: quel “divertirsi come dei coglioni” è il palliativo ad un male di vivere che nasce dall’incapacità di affrontare sé stessi e di rapportarsi con il prossimo.

Se tu esisti solo in quanto corpo da usare, io non ti devo rispetto, non ti devo cura, non ti devo impegno: devo solo trarre profitto da te e, quando ho preso ciò che mi serve, posso rispedirti al mittente.

Se tu esisti solo in quanto corpo da usare, non devo creare intimità con te, conoscerti, rendermi emotivamente vulnerabile ed affrontare una possibile delusione.

Nel mondo in cui ogni desiderio ed ogni pulsione umana assurge a diritto, a vent’anni sono già saturi: saturi di pornografia, di sesso, di alcool e di tutte quelle cose che servono a farli sentire ancora un po’ vivi.

E allora, in un mondo in cui si sentono totalmente inadeguati questi coglioni, come li chiama papà Grillo, pensano che vivere senza limite significhi essere liberi. 

Non capiscono, costoro, che non c’è libertà senza limite. 

Che sono i limiti a proteggerci dal caos. 

Ecco, quella di Ciro Grillo è proprio questo: una tristissima storia di caos, in cui nessuno esce illeso. 

Tutti, in un modo o nell’altro, scontano l’incapacità di porsi quel limite che è al tempo stesso baluardo per la salvezza dell’individuo e presupposto di ogni libertà.


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