Partita del cuore e sessismo: Pecchini condannato per insufficienza di prove


LA POLITICA, ORMAI OSSESSIONATA DA UNA RIDICOLA RINCORSA A TUTTO CIÒ CHE SIA MAINSTREAM, E’ CORSA IN SOCCORSO DELLA “POVERA” AURORA, “VITTIMA DI SESSISMO”…

Di Dalila di Dio

“Sei donna e non puoi stare seduta qui”: martedì sera una semisconosciuta attrice è apparsa sul web per raccontare che uno sporco maschio, bianco (verosimilmente eterosessuale) le avrebbe intimato di lasciare il suo posto a tavola alla cena per la “Partita del cuore”, in ragione del proprio genere percepito – casualmente coerente con il medievale sesso biologico – costringendola ad allontanarsi “perché donna”.

Nessun dubbio: in poche ore la signorina Leona dominava la home di Facebook e il web pronunciava la propria sentenza. Colpevole.

Il vippame isterico, terrorizzato dall’accusa mortale di sessismo – capace di distruggere una carriera nel volgere di qualche ora – ha chiesto scusa, si è dissociato, ha boicottato un evento benefico che va avanti da 40 anni senza mai una polemica, ha preteso e ottenuto la testa del colpevole (a prescindere) Gianluca Pecchini.

E la politica, ormai ossessionata da una ridicola rincorsa a tutto ciò che sia mainstream, ha presto abbandonato il #cocagate ed i Maneskin, per correre in soccorso della povera Aurora, vittima di sessismo.

Tolto il sempreverde Sandro Giacobbe – che con pochi altri ha, da subito, preso le difese di Pecchini, raccontando un’altra versione dei fatti – nessuno ha osato sfidare il potere di likes e condivisioni provando a domandarsi se, forse, qualcosa non tornasse in questa storia: in tempi di donnismo esasperato, DDL Zan, quote di tutte le sfumature di rosa e sconto sulle tasse per le studentesse universitarie, è ragionevole pensare che un uomo di media intelligenza abbia potuto proferire parole simili senza essere in preda a un disturbo di personalità con tratti autodistruttivi o a una intossicazione da vino al metanolo?

È una domanda semplice, questa, che chiunque avrebbe dovuto porsi prima di dispensare solidarietà e rilasciare dichiarazioni di condanna. Se solo questo fosse un Paese normale. Ma il nostro non è più un paese normale: è il Paese in cui tale Zorzi Tommaso dileggia il leader del primo partito italiano e la sua raccolta firme perché le sue storie “fanno centomila visualizzazioni in venti minuti”.

È il Paese in cui il signor Ferragni grida alla censura in assenza di censura e, sull’onda dell’indignazione del popolo di Instagram, il direttore di Rai Tre viene convocato in Commissione di Vigilanza. È il Paese in cui se Camilla è lesbica e le tagliano le gomme dell’auto “le hanno tagliato le gomme dell’auto perché è lesbica” – lo dice Open, quindi è vero – e pazienza se poi si scopre che non è così.

Conseguentemente, è lecito pensare che una persona rispettabile e con una lunga storia di servizio in una delle istituzioni benefiche più importanti del Paese si sia alzata e, durante una cena, abbia intimato a una giovane donna di allontanarsi dal tavolo a cui era seduta semplicemente “perché donna”, dichiarandolo apertamente e reiteratamente.

Nessun debunker si è posto il problema di ricercare la verità in questa grottesca ricostruzione dei fatti: questa verità, in fondo, andava più che bene e si inseriva perfettamente in quella narrazione che vuole il Paese in preda a misoginia, omofobia, transfobia e…tuttofobia. Perché metterla in discussione? Perché provare a cercare la verità?

La verità la fanno i like e le condivisioni, non c’è altra verità al di fuori del web. Così succede che Gianluca Pecchini, che Facebook neppure ce l’ha – condannato dalla giuria dei followers senza possibilità di appello – si dimetta e chieda scusa “perché sennò rischiava di saltare la manifestazione”: è chiaro il ricatto?

La furia mediatica è tale e tanta che l’accusato – anche in assenza di colpa – chiede scusa e si fa da parte. A prescindere, per evitare mali peggiori a sé stesso o all’istituzione che rappresenta.

Succede, però, che il medesimo Pecchini, nel silenzio generale, senza condivisioni e solidarietà di massa, il giorno dopo dichiari “ora è il momento di fare chiarezza. Io e i The Jackal non giochiamo ad armi pari, io non ho neanche Facebook. Loro usano una macchina mediatica contro cui io non posso competere. Vorrei che loro fossero sinceri e che dicessero come sono realmente andate le cose, questo caos mediatico rischia di rovinare la mia immagine, la mia reputazione e la mia famiglia visto che ho anche tre figlie”. Purtroppo per Pecchini, di come siano andate davvero le cose non importa ad alcuno.

Assistiamo a una dissociazione totale dalla realtà, in cui ciò che è veramente accaduto non ha alcun valore. Conta ciò che sembra, ciò che il web diffonde, ciò che prende piede e ottiene più condivisioni e, perciò, diventa verità.

In un tempo fantastico come questo, in cui persino Giggino scopre l’oscuro principio di non colpevolezza che fino a qualche giorno fa il fato maligno gli aveva tenuto celato, a nessuno importa chi abbia fatto cosa, nessuno si preoccupa del destino di Pecchini e di tutti quelli che, come lui, si sono imbattuti nel giochino perverso dei divetti social disposti, per qualche follower in più, a spalare quintali di fango su chicchessia, a far cadere teste, ad immolare carriere sull’altare della popolarità.

La verità, nell’era moderna, digitale, progressista non si ricerca, si subisce. E la ragione è sempre di chi domina il potere più grande: quello dei likes.


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