Il Welfare è una “infrastruttura dello sviluppo”, non un costo


“WELFARE STATE” SIGNIFICA ATTRIBUIRE ALLO STATO O ALLE REGIONI QUEI COMPITI CHE I CITTADINI, GLI IMPRENDITORI E LE FAMIGLIE NON POSSONO (O VOGLIONO) FARE. ALL’AUTORITÀ PUBBLICA CENTRALE IL DOVERE DUNQUE DI DARE UN QUADRO DI REGOLE, POCHE, CHIARE E PRECISE, CHE SIANO RISPETTATE DA TUTTI, COMPRESE LE MULTINAZIONALI. LA SOPRAVVIVENZA ED EFFICACIA DI OGNI “STATO SOCIALE” RIMANDANO COMUNQUE, FONDAMENTALMENTE, ALLA “SALUTE” DELLE COMUNITÀ LOCALI E FAMILIARI: SE ENTRAMBE TENGONO, TIENE TUTTA LA SOCIETÀ

Di Giuseppe Brienza*

La combinazione dei principi di solidarietà e sussidiarietà potrebbe salvare lo “Stato sociale”. L’applicazione del concetto di partecipazione nell’ambito delle politiche e dei servizi alla persona e alla famiglia potrebbe infatti generare quello che, da ultimo, il sociologo e pedagogista Johnny Dotti ha definito il Welfare partecipativo (cfr. Buono è giusto. Il welfare che costruiremo insieme – scritto assieme al giornalista Maurizio Regosa – Sossella Editore, Bologna 2015, pp. 163). Sappiamo bene come sia necessario, in età di crisi fiscale ed elefantiasi burocratica, apportare degli importanti correttivi al modello di “Welfare State” come sperimentato nel XX secolo, cominciando dall’affermazione che il benessere dei cittadini è un compito di tutta la società, non solo dello Stato. Per questo va costruito unendo le forze delle persone, delle famiglie, dell’associazionismo, del mercato, delle Regioni e dello Stato. Quest’ultimo si pone come regolatore in tema di livelli essenziali di assistenza (LEA) e di rispetto delle leggi, i vari attori sociali contribuiscono ciascuno nel proprio ambito a soddisfare i bisogni di cura, sanità ed assistenza nel rispetto delle linee guida e degli standard fissati dalle leggi e dai regolamenti statali. Soltanto nei casi di particolare gravità o emergenza o di mancanza di adeguati soggetti sociali, l’autorità pubblica è chiamata ad intervenire direttamente in via sussidiaria per assicurare il diritto alla salute ed alla cura, come ribadisce il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (cfr. nn. 419-420).

L’ultima seria riforma italiana dei servizi sociali, varata con la legge n. 328/2000, aveva già provato a finalizzare quella che, diversi studiosi, hanno definito l’ultima (possibile) fase di “sviluppo-trasformazione” del Welfare State. Fino a quando però le leggi sono solo scritte e rimangono sulla carta e l’ottica pubblica rimane sempre quella burocratico-centralista (Welfare “State” e non “Welfare society”), la partecipazione al “sistema” delle famiglie e della società auto-organizzata non potrà che restare una illusione… E infatti, come non era difficile rilevare, l’articolo più interessante della legge n. 328, cioè il 16 sulle “responsabilità familiari”, non è stato “attivato” seriamente dalle autonomie locali. Ho avuto modo di osservare a suo tempo che «se è importante che le famiglie siano parti attive nella realizzazione di interventi sociali, è quindi fondamentale che esse non vengano percepite solo come bisognose, sovraccaricate, inadeguate, manchevoli, ma che siano invece “riscoperte” soprattutto come portatrici di risorse di varia natura. Sotto questo profilo, se il legislatore della riforma da un lato richiede con grande chiarezza e determinazione di rapportarsi alle famiglie come interlocutori attivi e positivi (“gli operatori coinvolgono e responsabilizzano le persone e le famiglie nell’ambito dell’organizzazione dei servizi”, art. 16, co. I), dall’altro quando si tratta di indicare più analiticamente ciò che va realizzato dai servizi con e per le famiglie, esso ripete più volte il verbo “sostenere” (nonché “valorizzare”). Ma, come è stato giustamente osservato, “si sostiene qualcuno che non regge, che sta cercando di realizzare qualche cosa di importante ma ha necessità di avere appoggi, e si valorizza qualcuno che ha doti e capacità ma non riesce a farsi valere» (G. Brienza, Famiglia, sussidiarietà e riforma dei servizi sociali, Città Nuova Editrice, Roma 2002, p. 40). Ma come ha spiegato Johnny Dotti, «i beni comuni, il welfare, la sanità, la scuola, sono beni di tutti. Le forme per dargli vita, perché tutti ne partecipino, non sono per forza la fiscalità generale, la burocrazia, le leggi. Sono anche forme di autorganizzazione, di autolimitazione del profitto, di generazione e distribuzione del valore dentro la libertà» (Ripartire dal silenzio, L’Osservatore Romano, 17 aprile 2020, p. 3).

È vero che nella prospettiva immediata la vera emergenza del Welfare nazionale è quella sanitaria ma, anche in questo settore, gli strumenti tradizionali della regolazione, dello stanziamento e del controllo statale rimangono inadeguati, così come inadeguate appaiono le misure intraprese finora dal Governo Draghi. L’emergenza sanitaria “da Covid-19” scava profondamente nelle inefficienze del Sistema Sanitario Nazionale (Ssn) mettendone a nudo le inadeguatezze della governance tradizionale e, allo stesso tempo, la incapacità di superarle con azioni straordinarie del Governo e dell’amministrazione pubblica. Già prima dell’esplosione della “pandemia” mondiale, parlando ai rappresentanti delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (Acli), Papa Francesco ha messo in guardia da un sistema economico-politico che mette la finanza e la contabilità pubblica al primo posto. Il Santo Padre ha centrato infatti, con una delle sue tipiche frasi ad effetto, quella che credo sia la chiave di volta per ogni possibile rinnovamento (e quindi rilancio) dello “Stato sociale”: lavorare sulla dimensione culturale. «È una importante battaglia culturale – ha affermato Bergoglio in proposito, nell’udienza del 23 maggio 2015 –, quella di considerare il welfare una infrastruttura dello sviluppo e non un costo» (Il lavoro secondo Francesco: libero, creativo, partecipativo, solidale, L’Osservatore Romano, 24 maggio 2015, p. 7).

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* Vedi qui il canale YouTube curato dall’autore di questo articolo: Temi di Dottrina sociale della Chiesa.


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