San Paolo e i falsi maestri che “zizzaniavano” la comunità


RICORRENDO AL NOTO NEOLOGISMO CONIATO DA PAPA FRANCESCO PER DESCRIVERE L’OPERA DEL DEMONIO “ZIZZANIATORE”, RICORRIAMO ANCORA AGLI INSEGNAMENTI DI SAN PAOLO NELLA LETTERA AI COLOSSESI PERCHÉ HANNO TANTO DA DIRE SOPRATTUTTO ALLA CHIESA DI OGGI

Di Sara Deodati

 

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Parlando all’Angelus del 20 luglio 2014 delle divisioni che porta il demonio, Papa Francesco l’ha definito «uno zizzaniatore, [che] sempre cerca di dividere le famiglie, le nazioni e i popoli». Ai tempi della Lettera ai Colossesi, scritta da San Paolo probabilmente nell’estate dell’anno 62, l’Apostolo delle genti aveva davanti a sé una comunità minacciata e sconvolta dai “falsi maestri”.

Nella Chiesa di Colosse (odierna Turchia), vi erano infatti quelli che altrove Paolo chiama “falsi fratelli” (2 Corinzi 11,26) i quali non ne volevano sapere di riconoscere la dignità, propria ed unica di Cristo, preoccupandosi invece di diffondere pratiche e idee che non avevano nulla a che fare, anzi allontanavano, i fedeli dal Vangelo. Essi ad esempio attribuivano una eccessiva importanza a prescrizioni di tipo formale, come quella di distinguere i cibi “leciti” da quelli “proibiti”, oppure scandire i comportamenti specifici da tenere nei giorni comuni e quelli propri dei giorni di festa. Le informazioni riportate all’Apostolo dall’allora vescovo Epafra, gli bastarono per cogliere in tutta la sua gravità la situazione dei fedeli di Colosse, le cui idee e comportamenti stavano conducendoli su sponde opposte rispetto a quelle della vera Fede. È accertato, a questo proposito, che non pochi cristiani di quella comunità andavano manifestando una malsana curiosità nei confronti di un movimento giudaico mistico-ascetico, in voga in quel periodo, che lasciava molto spazio all’iniziativa del credente per quanto riguardava sia l’insegnamento della fede sia la pratica morale. Per questo lo scopo dei richiami e dei consigli rivolti da Paolo a coloro che mettevano in discussione il primato di Cristo era innanzitutto quello di confutare questa falsa dottrina morale di carattere individualistico e “libertario”.

Lo scritto paolino richiama così la prima e principale esigenza fondata sul primato di Cristo nella vita individuale e comunitaria, quella cioè di restare fondati e fermi nella Fede, senza lasciarsi allontanare dai consigli e dalla speranza del Vangelo.

L’avvertimento di Paolo ai Colossesi era poi diretto contro quelle teorie esoteriche e ispirate alla mitologia e cosmologia greca presentate dai falsi “predicatori”. Questi impostori, che l’Apostolo chiama anche “falsi profeti”, accampavano anche nuove “rivelazioni” e nuove “conoscenze” su Dio, ancora non manifestate e, a causa della loro debolezza, non pochi cristiani di Colosse iniziavano a vacillare nella fede. Ma siccome tali tipi di “maestri” loquaci e “dotti predicatori” hanno continuato sempre ad avvelenare la successiva storia delle comunità cristiane (la storia delle eresie e degli scismi sta a testimoniarlo), il messaggio della lettera ai Colossesi rimane centrale anche ai nostri giorni, per ammonire i tanti fedeli che, trascurando la preghiera e la formazione cristiana, si lasciano trascinare perché morbosi o poco saldi nella fede.

Non è circostanza poco significativa quella per cui, questa come le altre lettere di San Paolo, appartengano alla prima letteratura cristiana, un periodo in cui i fedeli attendevano il ritorno imminente di Cristo. Tali testi nascono tutti dall’esigenza di comunicare con le comunità già fondate, essendo l’Apostolo un predicatore itinerante continuamente in viaggio. Gli scritti prodotti intorno agli anni 50 d.C. hanno un tono e delle caratteristiche diverse a seconda della comunità alla quale erano indirizzati. Delle 13 Lettere attribuite a Paolo 7 sono autentiche, quindi scritte ed inviate sicuramente da lui. Per quanto riguarda le altre 6, esistono a tutt’oggi pareri discordanti. Pur essendo secondo l’opinione comune tutte attribuibili all’Apostolo delle genti, secondo alcuni esegeti le stesse non sarebbero state direttamente redatte da lui, poiché presentano una diversità di stili, di vocabolario impiegato e sono financo ambientate in un contesto storico-culturale diverso rispetto a quello da lui vissuto. Probabilmente, ad avviso degli Autori che sostengono la tesi della “non autenticità” di queste lettere, a scriverle sono stati diversi cristiani vicini all’ambiente di Paolo, per mantenerne vivo l’insegnamento dopo la sua morte. Per questo vengono affrontati i problemi del tempo e gli Autori danno consigli rifacendosi agli insegnamenti ed al pensiero del loro maestro.

Tale procedimento viene denominato pseudepigrafia, dal greco “falsa iscrizione”, sebbene vada precisato che lo stesso procedimento non dia adito a fabbricazione di “falsi” in senso stretto, perché gli Autori dei testi pseudoepigrafi si attengono per quanto possibile all’intenzione ed allo stile del soggetto cui sono attribuiti (nel caso delle lettere paoline, come visto, chi le avesse redatte, intendeva solo riproporre e dare continuità alla predicazione dell’Apostolo).

Tra le lettere deutero-paoline va annoverata anche quella inviata appunto alla Chiesa di Colosse, città dell’Asia Minore, non molto lontana da Efeso. Non era stato l’Apostolo a fondare quella comunità cristiana (né l’aveva ancora visitata), bensì un suo amico e discepolo, Epafra, probabilmente convertito da Paolo quando venne ad Efeso per affari e inviato di nuovo a casa per evangelizzare i suoi. Mentre Paolo si trovava agli arresti domiciliari a Roma, verso l’anno 61 o 62, ricevette la visita di questo suo discepolo (la lettera rientra infatti in quelle cosiddette della prigionia), per informarlo sulla situazione della sua comunità.

La struttura della lettera ai Colossesi è simile a quella delle altre lettere paoline. Dopo i saluti e i ringraziamenti iniziali (cap. 1,1-2), si snoda infatti in due parti fondamentali.

Nella prima emerge la riflessione sul regno di Cristo, il mistero della sua Persona, la sua missione redentrice (cap.1,3-2,23). Dopo il ringraziamento e la preghiera, troviamo quindi il cosiddetto “inno cristologico”, che vede Cristo come «immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura» (Col 1,15), nell’ambito del quale Paolo svolge una profonda riflessione sul dominio di Gesù sull’intera creazione. Su tutte le cose dell’universo come sulla Chiesa, spiega l’Apostolo, non vi è infatti nulla che non riceva l’influsso redentivo del sangue sparso dal Cristo sulla Croce. Secondo gli studiosi, questo brano sarebbe una composizione innica (danze popolari di origine greca) in uso presso alcune comunità per esprimere la propria fede in Cristo. Probabilmente Paolo non lo ha composto ma lo ha fatto suo ed utilizzato come espressione adeguata alla fede cristiana soprattutto in rapporto alla comunità di Colosse.

Subito dopo l’Apostolo considera i frutti dell’azione salvifica (Col 1,21-23), alla quale è necessario corrispondere con la perseveranza nella fede.

Quindi l’Autore pone l’accento sulla figura di Paolo come messaggero del mistero di Cristo ai pagani, che bisogna vivere secondo la fede in Lui. Solo in Cristo, infatti, si è liberi da ogni tipo di timore o prescrizione umana. L’Apostolo, infatti, si rallegra persino per i patimenti che deve sopportare per condurre a termine la sua missione (Col 1,24-29).

Nella seconda parte del testo si passa dalla cristologia alle indicazioni per la vita del cristiano: da risorti in Cristo ci si spoglia dell’uomo vecchio e ci si riveste del nuovo. Perciò Paolo, mentre si rallegra nel venire a conoscere della fede acquisita dalla comunità di Colosse, la ammonisce a non lasciarsi ingannare dalle vane filosofie (Col 2,4-8), delle quali evidenzia i grossi errori. Di fronte al pericolo che le artificiose teorie cosmologiche diffuse a Colosse rappresentavano per la fede, espone la ragione fondamentale del primato di Cristo: «È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9-10), poiché è vero Dio e vero Uomo.

Un altro errore diffuso dai “falsi maestri” nella comunità di Colosse era la necessità della circoncisione per i pagani che abbracciavano la fede cristiana. San Paolo replica che solo il battesimo, cioè la “circoncisione di Cristo”, ha il potere di dare la vita soprannaturale e di rimettere i peccati (Col 2,11-12).

Nel capitolo 3 della Lettera troviamo una serie di consigli pratici per la vita di ogni giorno all’insegna dell’ideale della carità fraterna. Si parla quindi di purezza nei costumi e nella condotta individuale, rimarcando Paolo come proprio da queste virtù si distingue il cristiano da chi non lo è.

Nel capitolo 4 l’Apostolo indica il giusto modo di trattare coloro che sono al di fuori della Chiesa, ovvero i pagani. In questo caso egli raccomanda di usare prudenza, saggezza ed amabilità. Non bisogna manifestare astio né tanto meno disprezzo verso i gentili, verso i quali bisogna invece avere carità per cercare sempre di dire loro una buona parola. Paolo è conscio del fatto che l’atteggiamento personale o un’accoglienza sincera del prossimo possono valere più di ogni predicazione e la benevolenza è un atteggiamento che ogni cristiano dovrebbe sentire nei confronti di tutti coloro che incontra o con cui convive.

Per i temi che tratta, per l’ordine delle idee, per la lingua e lo stile, la Lettera ai Colossesi è molto affine a quella indirizzata agli Efesini, tanto che per questo la prima è talvolta considerata un’espansione di quest’ultima. Sebbene spesso ci si riferisca allo stile della lettera come un argomento a favore della non attribuibilità paolina, si dovrebbe piuttosto riflettere sul fatto che, in contrasto con le lettere di sicura attribuzione, Paolo qui si presenta come l’apostolo senza pari, fondamentale (Col 1,23), le cui sofferenze hanno valore vicario e il cui messaggio è identificato come un “mistero”.

La lettera ai Colossesi si caratterizza poi per alcuni versi poetici riguardanti l’identità di Cristo e il suo ruolo nella redenzione e nella creazione (inno di lode). Paolo parla della relazione tra il corpo di Cristo che è la Chiesa e il mondo anche come evangelizzazione tramite la diffusione della Parola. La missione di Paolo è dunque prima di tutto quella di portare il Vangelo di Cristo ai pagani: tutti possono ricevere l’annuncio di Cristo e camminare nella Fede in Lui. Dunque, in questa lettera l’Apostolo si concentra sul Primato di Cristo che è pienezza della redenzione e della riconciliazione. Essendo Cristo il mediatore tra Dio e l’uomo, solo in Lui va cercata la salvezza. Vi è dunque un centro cristologico, che assume la connotazione di principio e culmine della creazione. Attorno al tema cristologico ruotano poi altri temi che costituiscono il nucleo antropologico-etico della lettera: l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio ed è chiamato a riannodare la comunione con lui attraverso il rapporto con Cristo Risorto rivestendosi della vita nuova che deriva da questa unione. Ricco della sua parola e unito a Cristo nella preghiera l’uomo può seguire una condotta degna animata dalla carità.

Dalla lettera emerge quindi come per Paolo, Gesù Cristo abbia il primato assoluto nell’ordine della creazione e in quello della salvezza eterna. Non vi sono potenze spirituali che possano mettere in questione il suo dominio assoluto (Paolo fa anche alcuni nomi come Troni e Denominazioni). Per quanto vicini a Dio, gli spiriti celesti sono “creature” mentre Gesù è “Figlio” perché generato dal Padre e Dio come lui. Questo per spiegare la frase che potrebbe trarre in inganno quale primogenito di ogni creatura (Col 1,15) che potrebbe trarre in inganno perché sembra presentare Gesù Cristo come il primo degli esseri creati. San Paolo spiega come il Redentore sia solo “generato” e perciò è Figlio, della stessa natura del Padre mentre tutti gli altri esseri sono creati, quindi “creature”.

Un altro aspetto su cui Paolo pone l’attenzione (che riprende anche nella lettera agli Efesini) è quello che vede la Chiesa come corpo di Cristo e la stretta unione che c’è tra Cristo-corpo e i cristiani-membra che questa verità comporta. Ne deriva che il mistero pasquale deve compiersi anche nelle membra: questo è stato già simboleggiato nel battesimo ma include tutta la vita di ogni cristiano. Quella dell’apostolo Paolo continua poi palesemente la missione di Gesù: la sua sofferenza, la sua prigionia fanno parte della sua missione di evangelizzatore ed egli vive queste afflizioni offrendole a Dio in favore della Chiesa proprio come aveva fatto Cristo, donando tutto sé stesso per essa.

Per quanto finora detto la lettera ai Colossesi appare rivestire un’indiscutibile importanza teologica a causa della sua prospettiva di cristologia “cosmica”: infatti stabilisce una relazione fra l’opera salvifica di Cristo e tutto il creato (Col 1,13-23).

Dopo quanto detto di Gesù, per Paolo è facile esortare i cristiani di Colosse a rimanere saldi nella fede non lasciandosi affascinare da idee senza alcun fondamento nella parola di Dio. Con il battesimo ogni cristiano è morto a questo mondo e risorto a vita nuova. Nessun culto, ricorda quindi Paolo, è legittimo verso altre potenze, quali che siano, né nessuna festa o pratica va osservata in loro onore, quasi che un cristiano dovesse propiziarsi degli esseri per garantirsi la salita in cielo. Paolo sottolinea che di fronte alla potenza di Cristo, ogni altra “via” è annullata.

Il messaggio di fondo che la lettera ai Colossesi apporta è, principalmente, di tipo esortativo. I cristiani, infatti, devono secondo questo scritto paolino sentirsi impegnati a vivere con coerenza le tante grazie ricevute, senza nulla temere da parte del mondo e delle difficoltà terrene. Risorti con Cristo, tutti i fedeli sono quindi chiamati a cercare le “cose di lassù”, dove si trova Cristo seduto alla “destra di Dio”, e pensare alle realtà celesti, alle quali sono subordinate quelle terrene.

 


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