I pastori si diano a curare anime, non gli affari correnti


Di Padre Giuseppe Tagliareni

Giacobbe dimorò quattordici anni presso lo zio Labano. Dio lo benedisse e divenne ricco; sposò le due figlie di Labano, Lia e Rachele con le rispettive schiave ed ebbe undici figli maschi e una femmina. Decise di tornare a casa, a Bersabea e di riconciliarsi col fratello Esaù.

Ai guadi dello Iabbok fece passare tutti e rimase solo. Nella notte ebbe una misteriosa lotta con un personaggio divino, che alla fine lo ferì nell’anca. Sul far del mattino, questi voleva separarsi, ma Giacobbe non lo lasciò senza farsi dare una benedizione. Quegli lo fece e gli cambiò il nome: “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto! (Gen 32,29). Non rivelò il suo nome misterioso e sparì.

“Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: “Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva” (v.31). La lotta con l’angelo è emblematica nella storia sacra e indica l’esito positivo di una preghiera insistente e contrastata da Dio stesso. Dio si lascia vincere, perché dei violenti è il Regno di Dio, ma lascia un segno di dolore sul lottatore. Tali sono le stimmate di certi mistici.

Incurante delle calunnie dei nemici, Gesù continuava a predicare il vangelo del Regno. Vedeva le masse nell’ignoranza e come pecore senza pastore.

“La messe è molta e gli operai sono pochi. Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe!”.

Più pastori dunque, ma che si diano a curare anime e non gli affari correnti!


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