I tatuaggi sono il segno esteriore di una personalità debole!


RIBELLIONE, MODA, CONFORMISMO O ADDIRITTURA BISOGNO DI IDENTITA’. I DISEGNI SUL CORPO SONO IL SEGNO DI UNA PERSONALITA’ DEBOLE. VOLETE ESSERE ALTERNATIVI? CONSERVATEVI COME MAMMA VI HA FATTO

Di Pietro Licciardi

In un precedente articolo (LEGGI QUI) abbiamo spiegato perché un buon cattolico non dovrebbe tatuarsi. Adesso cerchiamo di convincere anche chi cattolico non è che deturparsi il corpo con piercing e tatuaggi non è una buona idea.

Per farlo possiamo ricordare che fino a un paio di secoli fa a tatuarsi erano quasi esclusivamente le prostitute, i galeotti, la soldataglia e i marinai… insomma personcine che allora non erano proprio da prendere a modello. Forse è anche per questo motivo che quando il tatuaggio è ricomparso ha assunto il valore della trasgressione, diventata però subito moda quando calciatori, star del cinema e della musica hanno cominciato a offrire alle telecamere l’immagine dei loro elaborati ricami su caviglie, bicipiti e pance.

A quel punto tutti hanno voluto avere il loro bel disegnino, geroglifico o arazzo sul corpo. Così, come negli anni Novanta non c’era ragazzina, donna o nonna con la sua bella catenina alla caviglia, oggi non c’è quasi più nessuno che abbia almeno una farfallina o un fiorellino inciso da qualche parte. Con la differenza che la catenina, passata la moda o la fantasia, si toglie, il tatuaggio no. Neppure quando la propria amata, il cui nome è stato scolpito a caratteri cubitali da una spalla all’altra è scoperta a letto col proprio migliore amico o quando la pelle, vecchia e grinzosa a causa dell’età avrà trasformato l’elaborato motivo tribale che ricopre l’intero braccio e la spalla in una informe macchia dai colori incerti e sbiaditi che a guardarla fa pure un po’ senso.

Su cosa spinge una qualsiasi persona, anche di mezza età, a sottoporsi alla tortura del tatuaggio, operazione assai dolorosa per quanto sofisticate possano essere le tecniche adottate, e a rischiare infezioni, patologie e complicazioni anche serie si sono interrogati sociologi e psichiatri. C’è chi ha messo in evidenza un patologico e autolesionista odio di sé e del proprio corpo, soprattutto per quegli individui che non si accontentano della piccola farfallina sul gluteo ma che si trasformano in una sorta di giornaletto a fumetti. Altri invece spiegano il fenomeno con la moderna ossessione per il corpo, che spinge parecchie persone a sottoporsi ad estenuanti sessioni in palestra, a diete da carestia o a ricorrere alla chirurgia estetica, e anche ai tatuaggi, per scolpire, migliorare, “abbellire” il proprio involucro.

Ma forse la spiegazione più plausibile risiede nel fatto che la maggior parte delle persone ha un istinto gregario, ovvero la tendenza istintiva ad assomigliare agli altri e a adottare le stesse attitudini, muovendosi verso una direzione loro indicata come farebbe il gregge di pecore. Tra l’altro è proprio questo su cui puntano i pubblicitari e i demagoghi per guidare e condizionare le masse. Compito reso ancor più agevole da quando sono stati inventati il cinema e la televisione.

Infatti da quando molti personaggi famosi, come dicevamo in apertura, hanno cominciato a mostrarsi tatuati nell’immaginario collettivo, il disegno sulla pelle da cosa per scapestrati, musicisti underground se non piccoli criminali è oggi diventato qualcosa di qualificante, personalizzante, invidiabile.

Del resto sappiamo da sempre quale influenza possono esercitare i vip sulle masse – se avete qualche dubbio consultate il libro del sociologo Edgar Morin Les stars, Seuil, Paris 1957-; basti ricordare, per fare un po’ si archeologia, le proteste scatenate contro l’attore Clark Gable per essere apparso a torso nudo, sotto la camicia, nel film Accadde una notte: le vendite di maglieria intima precipitarono, al punto che il sindacato dei produttori di maglieria intima maschile arrivò a chiedere la soppressione di quella scena. Oppure le vendite aumentate del centocinquanta per cento dei pattini da ghiaccio dopo i film girati dalla pluripremiata pattinatrice norvegese Sonja Hein.

Tuttavia, ammettiamo, la questione “tatuaggi” non è così lineare, perché secondo alcuni studiosi la voglia di tatuaggio ha a che fare anche col bisogno di identità personale che il caos moderno sbiadisce o minaccia. A questo proposito citiamo Camillo Langone – autore tra l’altro di graffianti “preghiere” su Il Foglio di Giuliano Ferrara – che nel suo Pensieri del lambrusco (Marsilio) ha ammesso: «Non ci avevo pensato: il tatuaggio come surrogato dell’identità. Quindi tutti quei corpi sporchi li dobbiamo a quei preti secondo i quali una religione vale l’altra e a quei politici secondo i quali una nazione vale l’altra. Prima pensavo che i tatuati fossero solo scadenti soggetti invisi a Dio, ma non è così semplice. I tatuati non sanno neppure che Dio esiste, i tatuati sono degli abbandonati a loro stessi».

E allora, cari amici non ancora tatuati, non diventate anche voi degli “abbandonati a voi stessi” o pecore del gregge ma siate fieri della vostra diversità. Siate veramente alternativi conservandovi come mamma vi ha fatto.

 


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