Il mistero eucaristico, segno efficace della Chiesa degli ultimi tempi


NELLA CELEBRAZIONE DELL’EUCARESTIA LA LITURGIA TERRENA E LA LITURGIA CELESTE SI UNISCONO NELLA SOLA E IDENTICA LITURGIA DELLA CHIESA. IL MEMORIALE EUCARISTICO REALIZZA INFATTI L’ANNUNCIO DEI BENI FUTURI E, ALLO STESSO TEMPO, NE ANTICIPA GIÀ IL GODIMENTO DA PARTE DEI FEDELI, IN COMUNIONE CON IL PAPA

Di Sara Deodati

La Chiesa insegna che la celebrazione della S. Messa riattualizza il sacrificio che Gesù ha compiuto sul Calvario e reso perenne in Cielo. Nell’umile segno del pane e del vino, trasformati nel suo corpo e nel suo sangue, Cristo fa sì che entrambi questi elementi vengano totalmente trasformati a beneficio e salvezza dell’uomo. Con la consacrazione del pane e del vino si opera quindi la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Signore e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue.

Se di fronte a questo mistero, denominato dalla teologia “transustanziazione”, «la ragione sperimenta i suoi limiti» (Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia, 17 aprile 2003, n. 62), allo stesso tempo, il «mistero di luce» dell’Eucaristia (Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, 16 ottobre 2002, n. 21) permette ai fedeli di ogni tempo di rivivere in qualche modo l’esperienza fatta con Gesù dai due discepoli di Emmaus: «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (cfr. Lc 24,31).

Se il significato ultimo e definitivo della presenza reale di Gesù va oltre e al di là della nostra intelligenza, quando si parla del “mistero” dell’Eucaristia non ci si vuole affatto riferire ad un qualcosa di incomprensibile, di astratto e, praticamente, d’irreale o inconsistente. Se la “natura” del mistero sfugge infatti alla capacità della mente umana, esso rimane un comunque fatto, una realtà tanto spirituale quanto materiale. Un conto, quindi, è sapere e riconoscere che un mistero “è” o esista realmente, altro è comprenderlo totalmente nella sua “razionalità” o capirne la natura più profonda. Il non comprendere, da parte umana, la capacità del memoriale eucaristico di rendere presente realmente, anche se misteriosamente, la realtà di cui si fa memoria, dipende quindi dal mistero in sé stesso e dai limiti umani. Esso costituisce una realtà fondamentale della Fede perché istituendo l’Eucaristia Gesù ha voluto assicurare la sua presenza tra gli uomini sino alla fine del mondo.

Si dice che la S. Messa sia “mistero di presenza” perché realizza nel tempo e nello spazio il desiderio di Dio di entrare e rimanere in comunione di amore con la creatura umana. Presenza non solo del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Padre al quale viene offerto il Sacrificio, Figlio che viene offerto in Sacrificio e presenza dello Spirito Santo che trasforma il pane e il vino nel Corpo e Sangue di Gesù), ma anche di Maria che è sempre presente in ogni celebrazione liturgica e della Chiesa, quella della terra, del Cielo e del Purgatorio. La Chiesa, quindi, vive di Eucarestia, esprimendo nella Messa non soltanto la sua esperienza quotidiana di fede, ma il nucleo stesso della sua missione salvifica. La comunione eucaristica, infatti, come ha scritto mons. Antonio Piolanti (1911-2001), costituisce «simbolo efficace per richiamare gli uomini naturalmente dissipati a raccogliersi e concentrarsi in sé stessi, in modo da rivolgersi a Cristo, e, rinnovati nello spirito, stabilire con lui una scambievole relazione, che implica la presenza spirituale o pneumatica di Gesù con loro» (Il Mistero Eucaristico, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1996, pp. 356-357).

La Chiesa, nel momento della celebrazione liturgica è presente nelle sue tre diverse collocazioni: militante, purgante e trionfante. Si può dire che essa “converga” nell’Eucarestia come se fosse sul crinale di due mondi, quello celeste e quello terrestre, quello angelico e quello umano. Se la liturgia celeste ha come protagonista il “mistico Agnello” dell’Apocalisse che s’immola per la salvezza dell’uomo e intercede presso il Padre per tutta l’umanità (cfr. Eb. 7,25), la liturgia terrena ne riflette la dinamica e, anzi, misteriosamente costituisce addirittura la stessa liturgia del Cielo portata in terra. In tal senso la celebrazione eucaristica è un tutt’uno con l’offerta che Gesù fa di sé in Cielo, essendo realmente azione liturgica che si svolge alla presenza di tutta la “Corte celeste”. La Chiesa “pellegrina sulla terra”, ritualmente, non invita gli angeli e i santi a scendere ma, durante la celebrazione eucaristica, ordina ai fedeli di salire nel mondo angelico con l’esortazione Sursum corda! (In alto i nostri cuori!).

Il punto di congiungimento fra liturgia terrena e liturgia celeste avviene nel canto o recita del “Sanctus”. Infatti, come riporta il Prefazio del Messale Romano, «Per questo mistero di salvezza il cielo e la terra si uniscono in un cantico nuovo di adorazione e di lode, e noi con tutti gli angeli del Cielo proclamiamo senza fine la tua gloria: Santo, Santo, Santo».

In tale momento vengono liturgicamente superate le barriere del tempo e dello spazio e, come si proclamava nella predicazione teologica di un tempo, “terra e cielo si congiungono”, “corte celeste ed umanità si uniscono”, “Chiesa trionfante e Chiesa militante si fondono”, per assistere e partecipare all’offerta perenne che Gesù, l’Agnello immolato, fa di sé stesso per mezzo dello Spirito Santo al Padre, a beneficio di tutta la creazione. Durante la Consacrazione alcuni angeli e santi del Cielo, in rappresentanza di tutta la schiera dei beati, vengono chiamati per nome permettendo ai fedeli di affidarsi alla loro intercessione. Nell’atto di offerta, che il celebrante compie innalzando il Corpo e il Sangue di Cristo, ciascuno di essi è chiamato quindi ad unire la propria voce e preghiera a quella di miriadi di angeli e anime sante per ripetere con loro: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore e gloria nei secoli dei secoli» (cfr. Ap. 5,12).

L’Enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947) di Pio XII contiene un prezioso inciso, che illustra il mutuo rapporto del Cielo e della terra nella celebrazione della liturgia di lode a Dio: «Il Verbo di Dio, assumendo l’umana natura, ha introdotto nell’esilio terreno l’inno che si canta in cielo per tutta l’eternità. Egli unisce a sé tutta la comunità umana e se la associa nel canto di questo inno di lode» (XXI).

In questo senso la costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa insegna che ogniqualvolta viene celebrato il sacrificio eucaristico, il celebrante ed i fedeli si uniscono «in sommo grado al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa sempre vergine Maria, ma anche del beato Giuseppe e dei beati apostoli e martiri e di tutti i santi»  (Lumen gentium, 21 novembre 1964, n. 50).

La celebrazione della Messa, quindi, afferma Giovanni Paolo II, realizza «davvero uno squarcio di cielo che si apre sulla terra. È un raggio di gloria della Gerusalemme celeste, che penetra le nubi della nostra storia e getta luce sul nostro cammino» (Ecclesia de Eucharistia, n. 19).

Il mistero dell’unione fra liturgia terrena e liturgia celeste, formalmente rivelato nell’Apocalisse (c. 4 e 5) e nella Lettera agli Ebrei (c. 12), è costantemente presente in tutti i documenti liturgici dell’Oriente e dell’Occidente. Nei piani di Dio, insomma, «la liturgia del cielo è un paradigma, che deve essere seguito nella terra, perché tutte le anime redente dal sangue dell’Agnello devono inneggiare a Dio» (A. Piolanti, Il Mistero Eucaristico, op. cit., p. 502).

L’unione significativa che avviene fra Cielo e terra durante l’Eucarestia non può però essere definita in stretto senso una “fusione” ed è necessario esporre in proposito alcune puntualizzazioni teologiche.

La prima riguarda la diversa natura dell’omaggio di lode e di adorazione prestato dagli angeli e dai santi a Dio Padre e all’Agnello, nel soffio dello Spirito Santo, nella liturgia celeste, rispetto a quello offerto dalle creature. Il culto della terra celebrato dalla Chiesa sull’altare del Sacrificio Eucaristico, infatti, “si associa” a quello perfetto e definitivo che avviene nel Cielo.

La seconda puntualizzazione riguarda il modo in cui Cristo è sacerdote e vittima nelle due liturgie, e vale ad escludere la teoria del sacrificio celeste, in passato sostenuta da alcuni teologi. In cielo, infatti, come sostiene mons. Piolanti, «non si compie un vero sacrificio, perché lassù non si è nel regno delle ombre e dei simboli; manca un’immolazione, sia in re (come nel Calvario) sia in signo (come nell’Eucaristia)» (Il Mistero Eucaristico, op. cit., p. 502). Le cicatrici conservate dal Signore anche dopo la risurrezione costituiscono da questo punto di vista una esemplificazione di quanto esposto, in quanto indicano l’immolazione subìta un tempo e non qui ed ora (hic et nunc) da Nostro Signore Gesù.

In terzo luogo, pur argomentando l’unione della liturgia terrena e di quella celeste in una sola e identica liturgia, occorre precisare che la Chiesa pellegrina in terra, ancora bisognosa di purificazione, “chiede” nella liturgia della Messa (soprattutto nel Prefazio), di essere ammessa alla lode degli Angeli. Essendo l’Eucarestia il sacrificio della Chiesa ancora in cammino verso la Gerusalemme celeste, gli Angeli e i Santi del cielo non partecipano come offerenti ma si associano alle lodi e all’adorazione rivolte alla Trinità dall’assemblea adunata intorno all’Altare.

Una ricca tradizione patristica allude a questo intervento del Cielo al momento della celebrazione eucaristica. San Giovanni Crisostomo, ad esempio, si esprime in questo modo nel descrivere il punto di unione fra liturgia terrena e liturgia celeste: «Gli Angeli circondano il Sacerdote; tutto il santuario e lo spazio attorno all’altare sono occupati da potenze celesti per onorare Colui che sull’altare è presente» (De Sacerdotio, VI, 4).

La quarta ed ultima differenziazione teologica da fare fra la celebrazione che avviene in terra e quella che si tiene in cielo riguarda la mancanza in questa seconda dell’offerta sacrificale di Cristo. «Se in cielo non si realizza un vero e proprio sacrificio – puntualizza mons. Piolanti –, vi perdura però il sacerdozio di Cristo nella preghiera che egli perennemente rivolge al Padre per tutti i membri del Corpo Mistico e per tutta l’umanità» (Il Mistero Eucaristico, op. cit., p. 503).

Abbiamo visto come il mistero eucaristico si possa liturgicamente configurare come un “mistero di presenza”. Allo stesso tempo si può dire che nell’Eucarestia si realizza anche l’annuncio e l’attesa del Regno futuro. Essa, infatti, costituendo un banchetto messianico, è in grado di produrre in modo efficace la grazia eucaristica (res sacramenti), assumendo così una valenza escatologica, in quanto annuncio e preparazione del ritorno di Cristo e del Regno futuro. L’Eucarestia costituisce da questo punto di vista il godimento anticipato dei beni celesti, poiché presenza e intimità di Cristo risorto consumato in un banchetto che prefigura per noi il Paradiso.

Il giudaismo considerava già il banchetto pasquale dell’Esodo come figura del regno futuro e festa messianica. Tra le due Pasque Dio ha nutrito il suo popolo con la manna del cielo e, non a caso, Gesù riferisce proprio l’Eucaristia alla manna, come nutrimento nel viaggio delle promesse, e come pegno della Terra Promessa (cfr. Gv 6). La tradizione liturgica antica ha accentuato ancor di più il segno escatologico dell’Eucaristia offrendo ai neobattezzati, dopo la loro prima comunione, una bevanda di latte e miele, come simbolo degli alimenti della Terra Promessa.

Il banchetto messianico, nel suo significato di segno degli ultimi tempi, prefigura la riunione alla fine del mondo di tutti i popoli sul monte di Jahvé (cfr. Is 25,6). Annunciando il Regno di Dio, Cristo riprenderà quindi e svilupperà queste profezie e immagini veterotestamentarie promettendo ai suoi discepoli di preparare per loro «un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno» (cfr. Lc 22,29-30).

L’acclamazione che il popolo di Dio riunito in assemblea pronuncia dopo la consacrazione si conclude manifestando appunto questa proiezione escatologica celebrando l’Eucaristica nell’attesa della venuta del Cristo (cfr. 1Cor 11,26). La comunione per ogni fedele, quindi, tensione verso la meta, pregustazione della gioia piena promessa da Cristo (cfr. Gv 15,11), in certo senso è anticipazione dello stesso Paradiso. «Colui che si nutre di Cristo nell’Eucaristia – scrive quindi Giovanni Paolo II – non deve attendere l’aldilà per ricevere la vita eterna: la possiede già sulla terra, come primizia della pienezza futura, che riguarderà l’uomo nella sua totalità» (Ecclesia de Eucharistia, n. 18).

La tensione escatologica suscitata nel memoriale eucaristico esprime allora la comunione e l’unione fra liturgia terrene e celeste. «È un aspetto dell’Eucaristia che merita di essere posto in evidenza: mentre noi celebriamo il sacrificio dell’Agnello, ci uniamo alla liturgia celeste, associandoci a quella moltitudine immensa che grida: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello!”» (Ecclesia de Eucharistia, n. 19).

In conclusione, possiamo affermare che l’unione della liturgia terrena con quella celeste durante la S. Messa e la tensione escatologica insita nell’Eucarestia hanno insieme una conseguenza comune e significativa nel pellegrinaggio terreno, ovvero danno entrambe impulso al cammino storico del fedele, nutrendone lo spirito e ponendo un seme di speranza nella sua quotidiana dedizione a Dio e al prossimo.

Questo ulteriore aspetto della grazia accordata nell’Eucarestia è motivo di attesa fiduciosa dello stato di gloria nel quale ogni anima vedrà Dio e vivrà in Lui senza mediazioni o forme sacramentali. Il sacramento del corpo e del sangue di Cristo costituisce, in definitiva, un pegno della gloria futura e dell’eterna felicità dell’uomo e pane che lo rende capace di passare dal cammino in questa valle di lacrime alla Gerusalemme celeste.


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