Lo psichiatra Ballantini: “in aumento i disagi psicopatologici tra i giovani, in età sempre più precoci”


DA DIECI ANNI LE PSICOPATOLOGIE SONO IN AUMENTO PERCHÉ SONO IN CRISI GLI ADULTI E QUINDI L’EDUCAZIONE. LA QUESTIONE LGBT? PIU’ ATTENZIONE ALLE PERSONE. INTERVISTA AL DOTTOR MARIO BALLANTINI, DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO SALUTE MENTALE E DIPENDENZE ALLA AST DI SONDRIO

A cura di Pietro Licciardi

Il dottor Mario Ballantini è medico psichiatra, direttore del Dipartimento di salute mentale e dipendenze dell’Azienda socio sanitaria territoriale di Sondrio. Ha due master di secondo livello in psicofarmacologia e disturbi dell’umore e oltre trentacinque anni di esperienza nel campo della salute mentale. Informazione cattolica lo ha intervistato prendendo spunto dal fatto, allarmante, che sono in aumento le patologie e i disturbi psichiatrici nei giovani.

Dottor Ballantini, lei smentisce o conferma il fatto che oggi ricorrono agli psichiatri molti più giovani che in passato?

«Assolutamente si. Da almeno dieci anni chi lavora nel campo della salute mentale in tutto il mondo sta ponendo una attenzione sempre maggiore al mondo dei ragazzi e questo su due versanti. Innanzitutto c’è un aumento in senso assoluto di un disagio psicopatologico sensibile tra i giovani, vediamo esordire questi problemi a età sempre più precoci. D’altro lato molte evidenze ci dicono che anche in quadri che si manifestano ad età più adulte possono avere espressioni “sottosoglia” in età adolescenziale e, se si interviene in quelle fasi, la prognosi è migliore».

Quali sono le patologie oggi più diffuse tra i giovani?

«Anche la presentazione clinica è molto cambiata. I quadri classici – un’esordio psicotico, una crisi eccitativa ecc. – hanno lasciato lo spazio a situazione più confuse e meno chiare: problemi di personalità, difficoltà del controllo emotivo, instabilità affettiva, ritiro sociale, autolesionismo, disturbi del comportamento alimentare, deficit di competenze relazionali ecc. Un posto a sé meritano poi i tentati suicidi, che sono in aumento.  Il suicidio, ricordiamolo, è la seconda causa di morte nella fascia di età 14 -24 anni. Altra causa l’uso di sostanze, fenomeno ormai endemico.

Quali sono le cause prevalenti?

«Molteplici e non tutte ben determinate. A mio giudizio un ruolo importante è giocato dal profondo cambiamento dei modelli familiari: una società sempre più improntata all’apparire che favorisce l’emergere di un narcisismo di fondo, al soddisfacimento immediato dei bisogni, che promuove una scarsa tolleranza alle frustrazioni. Altro ruolo importante, come detto, lo ha l’uso endemico di sostanze di abuso, sempre più raffinate, “normalizzate” nell’uso edonico che ne fanno i ragazzi. Sostanze peraltro sempre più accessibili. Questo concetto va molto oltre la dialettica legalizzazione si o legalizzazione no. Dobbiamo individuare strategie efficaci per ridurre l’impatto delle sostanze; in primis attraverso la promozione di stili di vita diversi. Il problema della legalizzazione probabilmente va letto in modo diverso e più articolato».

Che relazione può esserci tra i modelli e gli stili di vita proposti oggi ai giovani e l’insorgere di disturbi psichici?

Come ho accennato, a mio giudizio la relazione c’è e molti autori lo sottolineano in modo abbastanza impietoso. Io sottolineo l’importanza di adulti affidabili che si assumono un compito educativo, di ascolto, sostegno indirizzo, che sanno dire no e si ma, soprattutto, che esprimono una coerenza interna tra ciò che esprimono e ciò che fanno. E soprattutto adulti che dimostrino con la vita che esiste una positività dell’esistere, che non enfatizzano regole, proibizioni o difficoltà. Adulti davvero contenti di essere al mondo. In questo mondo. Invece spesso incontriamo adulti rattrappiti, annichiliti davanti alle contraddizioni della nostra epoca, che giocano continuamente in difesa, che sono spersi o rimpiangono un mondo che non c’è più.  In altre parole: quanti adulti manifestano che davvero vale la pena diventarlo? Che è bello assumersi responsabilità, costruire qualcosa? I ragazzi in questo modo sono esposti e senza difesa davanti ad un mondo sempre più “aggressivo”, che sfrutta ogni loro fragilità».

 Cosa c’è da aspettarsi in futuro dal punto di vista psichico e psichiatrico se l’ideologia Lgbt entrerà massicciamente nelle scuole con i programmi di “educazione all’affettività” che a quanto pare cercano di convincere giovani e giovanissimi – in fasi delicate del loro sviluppo della personalità – che l’orientamento sessuale è una scelta?

«E’ innegabile che cervello maschile e cervello femminile siano strutturati in modo diverso. E’ altrettanto innegabile che le implicazioni di questa diversità sono plasmate culturalmente e che, in ogni società e in ogni tempo, sono presenti varianti emotive e comportamentali per cui certi soggetti sono attratti dal proprio sesso o hanno problematiche di identità sessuale. Il numero di questi soggetti è in genere minoritario ma può variare secondo la percezione culturale del fenomeno: ci sono culture con posizioni molto diverse. Si va da una repressione feroce – che farà emergere solo casi franchi, estremi – fino ad arrivare ad affermare che l’orientamento sessuale non è una condizione, accettata o rifiutata che sia, ma una scelta».

Uno potrebbe anche sostenere che è una scelta, ma sulla base di cosa uno sceglierebbe? Chi è il “soggetto” che delibera questa scelta, con quali dinamiche si sente portato a farla?

«Questo è interessante per lo psichiatra. Il paradosso è che la posizione della scelta semplicemente fa implodere ogni confronto perché fa coincidere la posizione etica – “tu hai scelto di essere sbagliato e ne sei responsabile” – con quella rivendicazionista  – “io ho diritto di scegliere cosa voglio” -. Ambedue le posizioni coincidono nel negare il dato: mi interessa cosa ti muove. Lo stesso fenomeno si osserva nella tossicodipendenza: il tossicodipendente è stigmatizzato e punito per il suo “vizio” che lui stesso rivendica il diritto a esercitare. La devastazione sociale e medica dell’alcol – perfettamente legale, incluso culturalmente ed eticamente più che tollerato – è sotto gli occhi di tutti ma “vista” da pochi. La vera domanda è: perché alcuni sono portati in questa condizione di esistenza ed altri no?».

Su quali determinanti emotive e di funzionamento psicologico si può lavorare?

«La variabile educativa è importante certamente e credo che la cosa vada affrontata con misura, che non è delle posizioni rigidamente negazioniste e stigmatizzanti ma neanche di chi banalizza il problema dell’identità sessuale riducendolo a una scelta, come certe posizioni LGBT».

Cosa pensa delle terapie riparative per le persone omosessuali?

«La psichiatria non sfugge certo alle mode e al clima culturale in cui viene pensata ed esercitata anzi! Le cosiddette terapie riparative non hanno certo un grande spazio e sono molto criticate. Io credo invece che una persona che chiede aiuto vada aiutata. E’ comunque “riparative” è un termine sfortunato. Il paradigma non è: c’è qualcosa di rotto che io ti rimetto a posto; ma: mi trovo in difficoltà, vorrei uscire da questa situazione, da solo non ce la faccio perché mi mancano conoscenza, competenza eccetera, mi dai una mano? Io faccio la mia parte e ti autorizzo, come dottore, a fare la tua: ascoltarmi, riflettere, interrogarmi, aprire vie che non vedo ecc. Il contrario della frase classica della medicina paternalistica di un tempo: “dottore sono nelle sue mani….”. Eh, no, rispondo io. Innanzitutto siamo nelle mani di Dio. E Dio vuole che davanti alla sofferenza, alla disfunzione ognuno faccia la sua parte. Con la libertà che ci ha donato. Se invece al paziente va bene così, allora davvero non c’è spazio per un lavoro “psi” ».

La psichiatria “ufficiale” è dunque ostile delle terapie riparative…

«Attualmente in psichiatria vince il modello che non c’è nulla da riparare. Invece pensare così è sbagliato perché ancora una volta è un giudizio che non parte dal soggetto. Prima c’era la posizione negazionista che certificava che eri rotto e perciò da riparare, ora c’è quella che ti certifica che non hai nulla di rotto, l’omosessualità non è malattia. Il punto è che non c’è proprio nulla da certificare, ne in un senso ne nell’altro. C’è uno che chiede o non chiede aiuto e da lì bisogna partire. Le risposte “preconfezionate”, cattoliche o LGBT, secondo me non servono».

Lei ha avuto in cura persone omosessuali o incerte sulla propria identità sessuale? Quale è stata la sua esperienza dal punto di vista medico e umano?

«Le persone che ho incontrato io, semplificando molto, sono di due tipi. Ho incontrato persone apparentemente tranquille della propria omosessualità e che non si facevano troppe domande, o almeno non le facevano a me. Ma ho incontrato anche persone in cui l’orientamento sessuale era uno dei tanti problemi che travagliavano la loro vita ed erano nel contesto di un funzionamento globale psicologico alterato».

Da quello che ha potuto costatare, il mondo Lgbt è veramente così’ gaio come vuole sembrare?

«Io ho trovato gente che viveva la propria condizione senza domande e altri drammaticamente. Gli uni non erano particolarmente allegri o tristi, gli altri stavano male. Certi atteggiamenti mi sembrano derivano da una visione più generale della sessualità umana come un simpatico gioco in cui ogni vincolo è di ostacolo alla felicità. E’ una visione legittima certamente che ha avuto alterne fortune nella storia. Ma è una visione a mio modo di vedere molto parziale, che non tiene conto di tutti fattori in gioco. La gente che ho incontrato io o viveva la propria condizione accettandola senza particolare tristezza o gaiezza o stava male e chiedeva aiuto».

 


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