Ecco qual era lo spirito delle Crociate


“NESSUNO HA PIÙ GRANDE AMORE DI COLUI CHE DÀ LA SUA VITA PER LUI E PER I SUOI FRATELLI” (GV. 3, 16; 15, 13); “CHI VUOLE VENIRE DIETRO DI ME RINUNCI A SE STESSO, PRENDA LA SUA CROCE E MI SEGUA” (MT. 16, 21-27)

Di Pietro Licciardi

La “nuova” chiesa uscita dal Vaticano II da almeno cinquant’anni ha dato l’addio allo “spirito di crociata” rinunciando in nome del dialogo con le altre religioni e col mondo alla difesa di ciò che è cattolico. Lo abbiamo visto bene anche in occasione della pandemia, quando in obbedienza al diktat di un governo laico – ovvero ateo se non addirittura pagano – si è proceduto senza opposizione alcuna alla serrata delle chiese. Tutto ciò sarebbe stato impensabile per un medievale, che avrebbe rinunciato alla propria vita per il bene soprannaturale e del prossimo

La prima crociata infatti fu la risposta all’appello di Cristo, che in Matteo 16 21-27 dice: «Chi vuole venire dietro di me rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua», quella stessa croce in nome della quale il popolo aveva edificato le cattedrali e che era impressa sulla veste dei crociati. Fu questo ardore di carità, ovvero di amore per Dio e il prossimo, a convincere principi e cavalieri, chierici, mercanti, contadini a lasciare case, famiglie e beni per imbarcarsi in una avventura dalla quale molti non sarebbero tornati. Offrire la propria vita è infatti il più perfetto atto di carità poiché ci  fa perfetti imitatori di Gesù dal momento che «nessuno ha più grande amore di colui che dà la sua vita per Lui e per i suoi fratelli»(Giovanni 3, 16; 15, 13).

Purtroppo i cattolici all’acqua di rose di oggi, tutti ”misericordia” e dialogo, sembrano aver dimenticato che la chiesa non ha mai professato il pacifismo dal momento che il combattimento cristiano, che è prima di tutto un atteggiamento spirituale, comprende anche la possibilità della legittima difesa, della guerra giusta e perfino della “guerra santa”.

Anzi, lo spirito del martirio e quello di crociata hanno una comune origine nella dimensione profonda del combattimento spirituale e il martirio, come ogni sofferenza, presuppone il combattimento; un concetto questo che risuona spesso nel Nuovo Testamento.

La Chiesa stessa non può abbandonare o rinnegare lo spirito di crociata, perché se lo facesse rinnegherebbe la propria storia e la propria dottrina. Non per niente la storia delle crociate è strettamente intrecciata con la storia del papato. Non un singolo Papa ma una teoria quasi ininterrotta di pontefici, parecchi dei quali santi: dal beato Urbano II, che indisse la prima crociata, a san Pio V al beato Innocenzo XI che promossero “Leghe Sante” contro i Turchi a Lepanto, Budapest e Vienna, tra il XVI e il XVII secolo. Addirittura nel XX secolo Pio XII studiò la possibilità di bandire una “crociata” anticomunista dopo la rivolta di Ungheria nel 1956.

E non dimentichiamoci dei santi, a cominciare da Luigi IX re di Francia che la crociata la fece con la spada in pugno. Oppure Francesco, il fraticello di Assisi che a onta della falsa immagine di ecologo e pacifista ante litteram non solo si recò dal Sultano per proporgli la conversione ma costatata la sua determinazione a non mollare i luoghi santi e continuare a massacrare cristiani al ritorno si mise a predicare la crociata auspicando la dipartita dei turchi infedeli. Dopo e assieme a lui legioni di francescani si unirono nei secoli ai crociati, come san Giovanni da Capestrano predicatore della grande crociata del XV secolo. Altro grande animatore di crociate fu il padre cappuccino e beato Marco d’Aviano, senza il quale forse oggi l’Europa – vittoriosa nella battaglia di Vienna del 1683 – non avrebbe il vessillo azzurro con le dodici stelle – chiaro richiamo alla devozione mariana – ma una bandiera verde con la mezza luna islamica.

E tanto per chiarire che lo spirito di crociata non appartiene affatto ad un antico e superato passato ma è patrimonio della fede di ogni epoca, passata e futura, ricordiamo come pure santa Teresina del Bambin Gesù, poco prima iniziasse il XX secolo, in una pagina toccante, rivolgendosi a Gesù, affermava di voler «percorrere la terra, predicare il tuo nome, e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa». «Sento», ella scriveva, «la vocazione di guerriero, di sacerdote, di apostolo, di dottore, di martire; insomma, sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche. Sento nella mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio: vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa…».

Citando il professore Roberto de Mattei, oggi il nemico più grande della Chiesa e dell’Occidente è «l’attitudine mentale di chi ritiene che sia finito il tempo di Lepanto e delle crociate e allo spirito del combattimento cristiano contrappone una visione del mondo secondo la quale nulla esiste di assoluto e di vero, ma tutto è relativo ai tempi, ai luoghi e alle circostanze. E’ questo il relativismo denunciato da Giovanni Paolo II quando nelle sue encicliche “Splendor Veritatis” ed “Evangelium Vitae” parla di quella “confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l’ordine morale dei singoli e delle comunità” (SV n. 93)».

Oggi assistiamo al massacro sistematico di cristiani innocenti e indifesi in Medio Oriente, Africa, India, Pakistan e là dove resiste il comunismo. Se ciò avviene è certamente colpa dei governi che non muovono in dito o addirittura istigano all’omicidio ma anche e soprattutto perché la Chiesa d’Occidente, e di conseguenza i cattolici affidati alla sua cura, hanno perso la concezione militante della vita che era dei medievali, – pronti a morire per Cristo e il prossimo – fondata sulla Croce, la quale ha sempre caratterizzato il cristianesimo.

Non ci si illuda, si può cercare di evitare il più possibile lo scontro delle armi ma prima o poi arriva il momento in cui si deve scegliere: stare dalla parte del male o dalla parte del bene, morire per Cristo o vivere sottomessi a Satana.

Come ha detto Benedetto XVI il 5 Giugno 2010 a Nicosia, durante il suo viaggio a Cipro, «Un mondo senza Croce sarebbe un mondo senza speranza». Anche un mondo senza spirito di crociata è un mondo senza speranza, perché significa la rinunzia alla lotta per fare della Croce la salvezza di un mondo in rovine.

I medievali hanno scelto la Croce. E noi?

 


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