Ma non bastava chiamarli “giardinetti”?


E I GIORNALI SI RIEMPIONO DI CHIASSOSE MANIFESTAZIONI DI ANTIFASCISMO MILITANTE…

Di Andrea Rossi

La polemica politica estiva del 2021 passa nuovamente dalle parti della vetusta dicotomia fascismo-antifascismo, il che la dice lunga sul passato “che non passa” a causa di chiusure ideologiche ormai incomprensibili alla maggior parte degli italiani. La questione questa volta riguarda le dichiarazioni di Claudio Durigon, deputato della Lega e sottosegretario all’economia del governo guidato da Mario Draghi, il quale, in un incontro pubblico tenutosi a Latina, ha espresso il suo parere favorevole al ritorno alla vecchia denominazione di “parco Arnaldo Mussolini” dei giardini pubblici della città laziale, oggi dedicati ai giudici martiri di mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Inevitabili gli strali della sinistra, e anche, inevitabilmente, quelli delle famiglie dei due magistrati, per una uscita non certamente felice, ma che quantomeno i media avrebbero potuto (e dovuto) spiegare meglio, cercando di ricostruire la vicenda tormentata dei giardini pubblici di quella che fino al 1944 fu “Littoria”, capoluogo dell’Agro Pontino, bonificato dal regime fascista e inaugurata personalmente da Benito Mussolini nel 1932. Creata dal nulla e popolata da coloni provenienti prevalentemente dalle province più povere del Veneto, dell’Emilia e della Romagna, Latina (come è chiamata dal 1945) è una città dalle tante contraddizioni, mirabilmente narrate nei romanzi di Antonio Pennacchi, scomparso prematuramente lo scorso 3 agosto.

I giardini intitolati al fratello del duce, Arnaldo, cambiarono di nome una prima volta al termine della guerra, diventando “giardini pubblici”, per poi tornare “parco Arnaldo Mussolini” quando, nel 1993, divenne sindaco della città Ajmone Finestra, esponente del MSI ed ex ufficiale delle camicie nere durante la Repubblica sociale italiana, il quale guidò l’amministrazione cittadina per quasi un decennio. La “guerra dei nomi” però non era conclusa, e quando nel 2016 divenne sindaco Damiano Coletta, indipendente di sinistra, uno dei primi atti fu quello di cambiare nuovamente il nome ai giardini pubblici, questa volta optando per due figure certamente super partes, come Falcone e Borsellino.

Ora appare del tutto evidente che giudicare le opinioni (di chiunque) senza conoscere la storia di quello spazio, e le vicende di quella città, è operazione complessa, che non può essere sbrogliata assegnando torti e ragioni. Come diceva Renzo de Felice, ormai cinquanta anni fa, “interpretare il passato e poi ricostruirlo, quando in realtà si dovrebbe fare il contrario, è deontologicamente scorretto e non rappresenta una narrazione storica, ma solo propaganda politica”.

E mentre i giornali si riempiono di chiassose manifestazioni di antifascismo militante, viene da osservare quanta saggezza ci fosse nelle parole del latinense Antonio Pennacchi (1950-2021), che di quella realtà complessa conosceva l’intima essenza, quando quattro anni fa si chiedeva se il sindaco non poteva chiamarli semplicemente “i giardinetti”, come da ottanta anni gli abitanti di Latina chiamano quel parco.

Un’area che da sempre è il polmone verde di una città che desidera solo di migliorare la propria condizione economica, ridurre la disoccupazione e vivere in tranquillità.

 


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