La Santa Sede ha soppresso la Comunità Regina Pacis


SECONDO LA CONGREGAZIONE VATICANA LA COMUNITÀ VERONESE MANCA DI “ORIGINALITÀ E AFFIDABILITÀ DEL CARISMA DI FONDAZIONE”, COSÌ COME DI “SCARSA CONSISTENZA DEI TESTI ISPIRAZIONALI, SOPRATTUTTO IN AMBITO ECCLESIOLOGICO E DELLA FORMAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE”

Di Matteo Orlando

Una delle nove congregazioni della curia romana, quella per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, guidata dal prefetto João Braz de Avis, cardinale brasiliano, con un apposito Decreto ha deciso di “sopprimere l’Associazione di vita evangelica con uno stile di vita di tipo religioso Comunità Regina Pacis”.

La Comunità Regina Pacis, la cui casa madre è sulle Torricelle (a Verona) è stata fondata nella città scaligera il 15 agosto 1986 dai coniugi Alessandro Nottegar e Luigia Scipionato come comunità cattolica (coppie di coniugi e famiglie, donne e uomini consacrati, sacerdoti) di preghiera, di evangelizzazione e di servizio missionario.

Lo stesso Alessandro Nottegar, medico, morto di infarto a 42 anni un mese dopo aver fondato la Regina Pacis con la moglie – con la quale ebbe tre figlie – appena quattro anni fa era stato dichiarato “Venerabile” da Papa Francesco.

Ma, secondo la Congregazione Vaticana la Comunità veronese manca di “originalità e affidabilità del carisma di fondazione”, così come di “scarsa consistenza dei testi ispirazionali, soprattutto in ambito ecclesiologico e della formazione dell’associazione”.

La Comunità Regina Pacis era già stata commissariata quattro anni fa, dopo una “visita canonica” svolta dalla Chiesa di Verona, guidata da Sua Eccellenza Monsignor Giuseppe Zenti. Poi la questione è passata in mano alla Santa Sede, che ha nominato come “commissaria pontificia” suor Marisa Adami (delle Sorelle della Sacra Famiglia) che è stata coadiuvata dal canossiano padre Amedeo Cencini. Dal loro rapporto è scaturito il decreto della Santa Sede.

Qualche tempo fa avevo intervistato Luigia Scipionato, moglie del venerabile Alessandro Nottegar.

«Ho sempre saputo, ancora quando eravamo insieme, che Alessandro era un uomo santo, ma non avrei mai immaginato che venisse riconosciuto dalla Chiesa. Provo una grande riconoscenza verso il Signore per ciò che sta facendo per metterlo come modello di marito, di medico, di cristiano», ricordava la Scipionato.

«Tutta la vita di Alessandro era centrata su Cristo, che per lui era “la piena realizzazione dell’uomo sotto tutti i punti di vista”. Desiderava vivere il Vangelo in radicalità, “senza strapparne neanche una pagina, perché allora dobbiamo buttarlo via tutto”. Da Cristo riceveva l’amore per mettersi al servizio dei malati, specie dei più poveri e dei lebbrosi, nella massima gratuità e senza limiti di orario, perché vedeva in loro sua madre, suo padre, suo fratello, i suoi figli. Anche in famiglia Alessandro esprimeva il suo amore nelle cose semplici e quotidiane: ogni mattina mi portava il caffè a letto prima di uscire per il lavoro, non mi lasciava pulire i pavimenti perché “è un lavoro da uomini”, diceva. E faceva tutto col sorriso e con la più profonda umiltà, sentendosi felice e indegno di servire, felice di poter esprimere così il suo amore a Cristo, alla sua famiglia e ai fratelli più bisognosi», aggiungeva la moglie del venerabile Alessandro Nottegar.

«Con le sue scelte concrete di vita Alessandro ha davvero riconosciuto in Gesù “il tesoro nascosto nel campo”. Diceva che “il mondo è stanco di parole, c’è bisogno di fatti”. Così, per seguire Cristo, ha rinunciato a una sicura sistemazione come medico di famiglia subito dopo la laurea per partire per la missione in Brasile. Sempre per seguire Cristo, ha venduto il terreno che aveva ereditato e ha messo il ricavato, assieme a tutti i risparmi di famiglia, a disposizione del progetto della futura comunità. Non ha lasciato beni materiali alle nostre tre figlie, ma la possibilità di studiare fino alla laurea e la sua scelta radicale del Vangelo. E il Signore, come sempre, non si è lasciato vincere in generosità. Io ho sempre condiviso i suoi ideali fin dal tempo del fidanzamento, anzi Alessandro mi aveva affascinato proprio per il suo amore a Cristo. Così ho lavorato volentieri sette anni dopo il nostro matrimonio, per mantenere la famiglia e dare a lui la possibilità di studiare e diventare medico. Abbiamo condiviso nella più profonda unità la scelta di partire per la missione e di dar vita alla Comunità Regina Pacis. Questa unità è stata un dono che il Signore ha concesso alla mia famiglia anche dopo aver rapito in cielo Alessandro, un mese dopo l’inizio della Comunità: le tre figlie hanno condiviso la nostra chiamata e per me oggi è una gioia immensa vedere Chiara, Francesca e Miriam, con le loro famiglie, coinvolte nella vita e nella missione della Comunità».

Adesso la Comunità Regina Pacis non svolgerà più il servizio di animazione e accoglienza nelle sue sedi di Verona, mentre proseguirà fino a conclusione dell’anno scolastico in Brasile l’attività delle scuole sostenute dalla carità e vicinanza di molti fedeli. C’è poi l’aspetto legato al futuro dei beni usati dalla Comunità. Oltre alla villa sulle Torricelle, altre case a Grezzana e a Bosco Chiesanuova, e poi una struttura a Medjugorie, in Bosnia Erzegovina, e poi alcune in Brasile. Dal 1996 questi beni appartengono alla Fondazione Regina Pacis, di diritto pubblico, ora presieduta da fratel Giuseppe Brunelli, dell’Opera Don Calabria.


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