Il libro di Giosuè e la storia del Popolo di Dio, di ieri e di sempre…


NELLA FESTA ODIERNA DI SAN GIOSUÈ PATRIARCA, UNA STORIA TRATTA DALL’ANTICO TESTAMENTO DEL CONDOTTIERO EBRAICO CHE CONDUSSE ISRAELE NELLA TERRA PROMESSA, MA CHE FU SUBITO “RIPAGATO” CON LA RIBELLIONE E L’INFEDELTÀ ALLE VECCHIE PROMESSE…

Di Sara Deodati

Il libro di Giosuè, il cui nome significa “il Signore salva”, narra in ventiquattro capitoli la storia di Israele, a partire dalla morte di Mosè e dalla designazione del suo successore, fino al momento in cui il Popolo di Dio da nomade diventa una popolazione stanziale.

Giosuè, cui Dio promette la costante protezione chiedendogli in cambio di osservare fedelmente i suoi comandi, inizia la storia dei Profeti anteriori (oltre a Giosuè, gli altri Profeti che costituiscono la Bibbia ebraica sono Giudici, Samuele 1-2 e Re 1-2). Nella Bibbia cristiana il libro di Giosuè, il primo dopo il Pentateuco, fa parte dei libri storici, che riassumono per linee generali la storia d’Israele dalla conquista della terra fino all’esilio babilonese. L’intento di questo libro non è quello di raccontare avvenimenti storici effettivamente accaduti ma quello di dare ad essi una lettura teologica.

L’antica tradizione ebraica ha sempre conferito a Giosuè patriarca la paternità del libro. Nel XX secolo sono prevalse però altre tesi riguardo all’origine del testo. Molti studiosi prendono a riferimento gli studi dell’ebraista tedesco Martin Noth (1902-1968), il quale ha ipotizzato l’esistenza di un’opera storica “deuteronomistica”, ovvero comprendente l’insieme dei libri che vanno dal Deuteronomio fino a Re 2. Secondo Noth, quindi, non solo un redattore unico ma un vero e proprio autore, appunto il “Deuteronomista”, ha scritto tutti questi testi, con lo scopo di mostrare il principale rapporto tra obbedienza e disobbedienza nella storia di Israele. La vicenda da cui parte il Deuteronomista è la catastrofe del regno di Giuda che, mentre i popoli pagani avevano interpretato come una sconfitta del Dio di Israele, egli vede come un giudizio divino. Questo unico Autore avrebbe redatto il libro di Giosuè, presumibilmente in Giudea, nell’epoca dell’esilio babilonese (VI secolo a.C.). Il Deuteronomista avrebbe utilizzato materiali e tradizioni preesistenti, essendo guidato da un proprio progetto letterario e teologico volto a trovare una risposta ai tristi eventi della fine del regno di Giuda, con la conquista di Gerusalemme e l’esilio babilonese. La sua redazione intende pertanto leggere questi tragici avvenimenti non come una sconfitta di Yahweh (nome ebraico di Dio) ma come un giusto castigo inflitto al popolo per non essergli stato fedele. La maggior parte degli studiosi intravede una varietà di strati all’interno del libro, la redazione propriamente deuteronomistica (per molti studiosi operata in almeno due o anche tre momenti diversi) e alcune aggiunte successive.

Il libro di Giosuè risulta ripartito in tre sezioni:

  • la conquista della Palestina (1-12);
  • la suddivisione delle terre conquistate (13-21);
  • ultimi discorsi e morte di Giosuè (22-24).

Tutti gli avvenimenti sono narrati alla luce della linea teologica fondamentale del testo, ovvero che ogni promessa divina troverà il suo compimento.

Il racconto che va dal capitolo 1 al capitolo 21 di Giosuè può essere idealmente diviso in due parti:

  • la prima (1,10-12,24), che narra della conquista di Canaan da parte del popolo eletto guidato dal profeta;
  • la seconda (13-21), che chiarisce come il territorio sia stato distribuito fra le dodici tribù in Israele.

Il narratore aggiunge a questi capitoli un epilogo che narra del ritorno delle tribù della Transgiordania alle loro terre e l’erezione dell’altare a Yahweh (cap. 22). Al termine di questa narrazione Giosuè pronuncia a Sichem un discorso d’addio a tutto il popolo radunato sollecitandolo a impegnarsi solennemente a servire il Signore ed erige un monumento a suggello del ricordo nell’Alleanza con Dio (capitoli 23-24).

Riguardo alla conquista di Canaan, vengono narrati i seguenti passaggi:

  • la visita di Gerico da parte di alcuni esploratori e la prostituta Raab (cap. 2);
  • il passaggio del Giordano (capitoli 3-4);
  • la circoncisione, la celebrazione della Pasqua e l’apparizione dell’angelo (cap. 5);
  • la presa di Gerico e il conseguente sterminio (cap. 6);
  • la conquista della città di Ai (in ebraico significa rovine) in due tempi (sconfitta e vittoria/capitoli 7-8);
  • l’inganno dei Gabaoniti (cap. 9);
  • la campagna punitiva contro i re Amorrei e la conquista della Palestina settentrionale (capitoli 10-11);
  • la lista dei re sconfitti da Giosuè (cap. 12).

Per quanto riguarda la spartizione della terra di Canaan, il libro distingue due tempi: il primo a Galgala in cui viene fissata la porzione di Giuda con particolare riguardo al territorio di Caleb e dei figli di Giuseppe: Efraim e Manasse (capitoli 16-17); il secondo a Silo, dove viene assegnata la terra alle altre tribù (cc.18-19). Vengono poi indicate le città di rifugio e quelle levitiche (capitoli 20-21).

Nel testo è possibile leggere una differenza di genere letterario con la prima parte prettamente narrativa e la seconda denotata da una serie di liste geografiche.

A livello stilistico il libro di Giosuè richiama il libro del Deuteronomio non solo perché l’inizio è collegato a Dt 34 ma soprattutto per le molte espressioni che si trovano nei discorsi programmatici e nei sommari nei quali si richiama il pieno compimento delle promesse di Dio e la necessità ai suoi comandi. In questi testi lo stile è di carattere esortativo: «Siate forti nell’osservare e mettere in pratica quanto è scritto nel libro della legge di Mosè, senza deviare da esso né a destra né a sinistra» (Gs 23, 6).

Avendo sottolineato come tra Giosuè ed il Deuteronomio sia possibile tracciare un collegamento, si può facilmente individuare anche il centro teologico del libro: la terra è donata dal Signore come eredità a tutto il popolo e, questo, è un dono che concretizza le antiche promesse. Quello che conta, però, non è la forza con la quale il popolo conquista la terra, bensì l’atteggiamento di fedeltà al Signore, in quanto sarà Lui stesso a concederla.

È nel cap. 21,43-45 di Giosuè che si spiega come le promesse di Yahweh abbiano trovato compimento nelle vicende narrate nel libro che, quindi, non mette a tema semplicemente la conquista, bensì insiste sul fatto che la terra è dono del Signore.

Un altro aspetto teologico importante da rilevare è quello rappresentato dal mantenimento delle promesse di Yahweh, connesse al dono della terra. Se prima la terra era stata promessa a Mosè, ora Dio ne ribadisce di nuovo la titolarità a Giosuè. Si può così capire facilmente l’espressione «tutto si è compiuto» (Gs 21,45), che risuona sulle labbra di Gesù dopo che il Salvatore, inchiodato sulla Croce, ha ricevuto l’aceto (Gv 19,30). Ritornando all’Antico Testamento, se da un lato Dio ha ribadito le antiche promesse, dall’altro richiede a Giosuè l’obbedienza ai suoi comandi. Per questo in tutto il racconto si insiste molto sulla fedeltà di Giosuè che successivamente sarà rivolta a tutto il popolo. Da quanto detto si evince come l’interesse del libro non sia di carattere storico ma, dietro ad un apparente interesse per la narrazione di guerre e distruzioni, l’insegnamento fondamentale che se ne ricava appare quello di invitare a restare sempre fedeli all’alleanza con Dio, di mettere quindi in pratica quanto scritto nella Legge e, soprattutto, avere completa fiducia nel Signore obbedendo a quanto da Lui richiesto.

Possiamo a questo punto sottolineare le seguenti linee teologiche fondamentali contenute nel libro di Giosuè per il Popolo di Dio:

– l’assoluta necessità che rimanga saldo nella fedeltà all’alleanza con Dio, pena lo smarrimento;

– il suo dovere di mettere in pratica tutto quanto raccomandato nel libro della Legge, per evitare di cadere nell’idolatria;

– la perseveranza nel conservare totale fiducia nella volontà di Dio, che manterrà tutti i giuramenti precedentemente fatti ai padri.

Dopo la morte di Giosuè, ciascuna delle tribù d’Israele comincia ad impossessarsi della terra ad essa assegnata. L’angelo del Signore annuncia però sventure al Popolo di Dio, proprio perché non ha continuato ad osservare l’Alleanza, mancando di distruggere gli altari idolatrici nelle regioni occupate e adorando altri dèi (cap. 2,1-3). Dio manda quindi i suoi Giudici a richiamare il popolo eletto sulla retta via, sebbene esso ricada di nuovo nell’infedeltà (cap. 3,1-6). Nel libro dei Giudici possiamo quindi individuare le conseguenze a tale comportamento. Ovvero l’oppressione, la guerra e la schiavitù sono un castigo causato dalla infedeltà all’Alleanza, mentre la vittoria sui nemici è una conseguenza del ritorno a Dio. Ecco perché Giosuè e Giudici appaiono collegati: un richiamo che collega i due libri è certamente Gs 24,29-31 e Gdc 2,8-10. Si tratta di brani che indicano il passaggio generazionale tra Giosuè ed il tempo dei Giudici e contengono anche alcune notizie sulla morte e sepoltura di Giosuè. Da questo momento si capisce come il periodo glorioso sia terminato, iniziando la morte del Patriarca ad un tempo certamente meno importante. Questo lo si evince da Gdc 2,11, laddove si narra di come gli Israeliti iniziarono a prestare culto a Baal (dio della tempesta venerato dalle popolazioni cananee, dai Fenici e dagli Aramei), abbandonando il Signore. Adottare il culto di Baal, allora come oggi, significa accogliere comportamenti diversi da quelli contenuti nella Legge di Dio e, di conseguenza, altri culti, altra morale, altre politiche e altri obiettivi sociali ed economici.

L’insegnamento di Giosuè punta a dimostrare che «Yahweh è il Signore di tutta la terra» (Gs 3,13). Per la prima volta nella storia biblica viene elaborato un nuovo concetto: che ogni famiglia viva «sotto la sua vite e il suo fico». Quindi pare emergere un nuovo diritto che protegga il patrimonio familiare (infatti precedentemente non sempre le piccole proprietà erano state rispettate). Con il nuovo dono della terra si deve anche prospettare una nuova realtà basata sulla giustizia e sulla rettitudine. In questo senso di deve intendere Giosuè non come una descrizione esatta della realtà piuttosto come un punto di partenza dal quale erigere una nuova società nella quale ci si possa realizzare a pieno, una società che possa offrire a tutti occasioni per sentirsi compartecipi di quanto Dio offre loro.

Dio ha fatto entrare vittoriosamente il suo popolo nella Terra promessa e lo proteggerà fintanto che osserverà fedelmente i suoi comandi. La terra è sua e la dona al suo popolo come segno del suo amore. È dono di Yahweh, ma è data a un popolo che non si lasci traviare dagli dèi stranieri.

Nel libro dei Giudici emergono le continue difficoltà di mantenere questa fedeltà a causa delle incessanti ricadute nel peccato. Le varie tribù non riescono nel loro intento di conservare la terra ed il motivo dell’insuccesso è, ovviamente, l’allontanamento da Dio, il tradimento dell’alleanza e conseguentemente la caduta nel peccato. A tutto ciò segue il castigo di Dio. Ma il popolo poi si pente, invoca di nuovo il Signore che invia un liberatore (il giudice) che ha il compito di aiutarlo a risollevarsi. Il popolo cade però di nuovo nel peccato, dando motivo di un rinnovato “ciclo”. Date queste continue ricadute all’interno della terra d’Israele, al suo interno seguitano a rimanere le nazioni straniere. Se nel libro di Giosuè il popolo si distingue per la sua fedeltà a Dio, nel libro dei Giudici la condotta del popolo è talmente irregolare sia perché si passa continuamente dalla fedeltà al peccato, sia perché si assiste a unità tra le tribù alternata a forti settarismi. Può sembrare che il popolo di Israele sia destinato a disperare ma, in fondo, nei vari racconti emerge sempre l’infinita misericordia di Dio, il quale è sempre pronto ad ascoltare la preghiera delle sue creature.


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