Resistere ma rispondere alla chiamata di Dio: la vocazione di Mosè


NELLA COMMEMORAZIONE ODIERNA DI SAN MOSÈ PROFETA NE RIPERCORRIAMO LA VOCAZIONE, DALLE PERPLESSITÀ INIZIALI DOPO IL PRIMO INCONTRO CON IL FARAONE ALLA MISSIONE ACCOLTA E FEDELMENTE COMPIUTA A SEGUITO DELLA RIVELAZIONE DI DIO NEL ROVETO ARDENTE. UNA VICENDA ESEMPLIFICATIVA SULLA CONSIDERAZIONE DEI NOSTRI LIMITI E DELLE DEBOLEZZE CHE, MAI, DOVREBBERO PORTARE A RISPONDERE DI “NO” A DIO

Di Sara Deodati

All’inizio del libro dell’Esodo troviamo gli Israeliti in Egitto in un contesto totalmente cambiato rispetto a quello visto alla fine del libro della Genesi. Sono trascorsi infatti quattrocento anni e, un tempo privilegiato, il popolo d’Israele è diventato ormai schiavo e costretto a fabbricare mattoni per le imponenti costruzioni in animo del Faraone. Una volta divenuto numeroso, però, il re dell’Egitto passa a considerare il popolo di Dio una minaccia in caso di guerra, decidendo così di ridurlo uccidendone ogni figlio maschio.

Mosè, profeta dal nome egiziano diminutivo di Tutmose, figlio del dio Tot, fatto diventare ebraico trasformandolo in “colui che è stato tirato fuori” (la figlia del Faraone, infatti, lo chiama Mosè dicendo “Io l’ho tirato fuori dalle acque”, – Es 2,10), nasce dunque in un periodo di schiavitù per la sua gente. Dal tempo di Giuseppe, figlio di Giacobbe, gli Ebrei si erano stabiliti in Egitto per sfuggire alla carestia che imperversava in Israele. Accolti inizialmente in pace, col cambio del Faraone diventano, come detto, invisi.

Dopo lo svezzamento dal latte materno, Mosè è portato alla corte del Faraone e viene adottato dalla figlia crescendo umanamente e culturalmente nella civiltà del popolo egizio.

Divenuto maturo e forte, nonostante le agiatezze di cui gode nella sua nuova condizione, Mosè si sente, per il proprio sangue, appartenere alla stirpe ebraica e, perciò, freme con tutto sé stesso nel vedere come sono trattati crudelmente i suoi fratelli: picchiati, umiliati, seviziati e anche uccisi dagli egiziani. In Es 2,11-15 è raccontato il primo intervento pubblico del futuro profeta che, vedendo un egiziano colpire un ebreo, reagisce uccidendolo e nascondendone il cadavere nella sabbia. Il giorno dopo interviene in un litigio tra due ebrei ma, in questo caso, sono i suoi fratelli di stirpe a non riconoscerne l’autorità (Es 2,14). Il Faraone viene a conoscenza di questi episodi e fa cercare Mosè per metterlo a morte. Egli dovrà fuggire dall’Egitto per non cadere nelle sue mani e così giungerà nella terra di Madian, nella penisola del Sinai dove verrà accolto dal sacerdote Ietro (Es 3,1). Dopo che Mosè ne difende le sette figlie dalla prepotenza di alcuni pastori e ne abbevera il gregge, è “premiato” dal padre che gli concede in sposa Sipporà dalla quale avrà due figli: Ghersom (Es 2,22) e Elièzer (Es 18,3). Riportando queste sue prime vicende la Bibbia trae dalla vita del profeta un grande insegnamento: ogni atto di violenza genera solo violenza, ogni atto di difesa e di generosità genera accoglienza e ospitalità.

Come visto, la vocazione e missione di Mosè, originata dalle “grida di lamento” degli Israeliti oppressi dalla schiavitù, che “Dio ascoltò” ricordandosi della «sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe» (Es 2,24), si inserisce nel contesto della storia patriarcale del popolo ebraico.

Dio si rivela a Mosè mentre pascola il gregge di Ietro (Es 3,1), in un luogo di teofania detto “monte di Dio”, l’Oreb, come viene chiamato in alcune tradizioni dell’Esodo. L’angelo del Signore gli apparve «in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto» (Es 3,2) ed egli non vede alcuna immagine umana. Dal roveto ardente, che brucia senza consumarsi, gli arriva, invece, la voce dell’angelo di Jhwh, il messaggero divino, ovvero il rappresentante visibile dell’invisibile presenza di Dio. Quest’ultimo gli si presenta come il Dio dei Padri: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,6), colui che ha chiamato e guidato i patriarchi nelle loro peregrinazioni, che nella sua fedeltà e misericordia si ricorda di loro e delle sue promesse e, quindi, che viene a liberare i loro discendenti dalla schiavitù. La voce del roveto chiama dunque Mosè per nome. Egli aveva dimenticato, come il suo popolo dopo 400 anni di schiavitù ed esilio, il nome stesso di Dio. La voce lo chiama e lo invita a togliersi i sandali, visto che la terra che stava calpestando era sacra (Es 3,5). Mosè risponde con un’espressione che indica sottomissione e prontezza: “Eccomi”, anche se la sua prima istintiva reazione di fronte alla manifestazione di Dio sia stata di timore.

Nel mistero di ogni vocazione, in effetti, di fronte a Dio che nella sua maestà parla all’uomo e lo chiama ad essere suo collaboratore, emerge sempre la pochezza del chiamato, la sua paura, le sue resistenze ma, alla fine, anche la sua generosità. All’origine di ogni vocazione divina vi è un percorso al cui termine sta il compimento del mandato affidato da Dio e, quindi, la felicità dell’uomo. Secondo un’idea biblica ricorrente, l’uomo non “riceve” la propria vocazione come se fosse un bene di possesso, bensì deve maturarla attraverso una graduale scoperta e un continuo dialogo con Dio. Per questo la vita umana deve essere vista come un “itinerario di vocazione”, lungo il quale si possono sperimentare diverse “chiamate”, che aiutano ad accogliere, confermare, perseverare e testimoniare la verità inscritta da Dio nel cuore di ciascun uomo. In questo senso la vocazione è “il compito fondamentale” a cui deve attendere il credente durante tutto il corso della sua esistenza.

Davanti alla trascendenza Mosè si copre il volto perché ha paura di guardare verso Dio (Es 3,6). Dopo averlo chiamato quest’ultimo gli affida la missione per la quale è stato scelto: condurre il suo popolo verso una “terra dove scorrono latte e miele” (designazione, frequente nel Pentateuco, che indica la “terra promessa”), realizzando così la salvezza per la presente e futura generazione. Dio ascolta il grido di coloro che soffrono e le invocazioni di coloro che subiscono ingiustizia e decide così d’intervenire mandando Mosè a compiere questa missione (Es 3,7-10).

Pensiamo a come si dispiega inizialmente la sua vicenda umana: è scampato alla morte due volte (alla nascita e al Faraone), ora è in esilio ed è un semplice pastore che guida un gregge non suo, viene addirittura mandato a convincere i suoi connazionali, che già l’hanno respinto (Es 2,14), a riferire il volere di un Dio che hanno dimenticato. Nonostante tutte queste vicissitudini ed ostacoli, Dio lo esorta: «Va! Io ti mando dal Faraone» (Es 3,10), quasi ad indicare che non è tanto l’opera del profeta ad essere determinante nella storia della salvezza del popolo ebraico, quanto piuttosto l’onnipotenza di Dio che sovrasta le debolezze umane. Debolezze o “perplessità” che subito Mosè palesa a Dio per sottrarsi alla missione, senza però riuscirci.

Il racconto della vocazione di Mosè è tracciato nel libro dell’Esodo secondo un preciso schema:

  • descrizione della necessità;
  • missione;
  • obiezione;
  • assistenza divina;
  • segno.

La peculiarità di questo tipo di vocazione è quindi l’obiezione che il chiamato avanza sistematicamente e con insistenza. Ma Dio saprà cancellare l’incertezza ed ogni esitazione affidando all’eletto un segno e, con questo, la certezza della Sua protezione.

La chiamata di Mosè, pur avendo paralleli con altri episodi biblici di vocazione, ha tratti del tutto originali. Infatti, il profeta, oltre a dichiararsi inadeguato alla missione (Es 3,11) e a chiedere segni (Es 4,1-9), riesce a “imporre” a Dio stesso una condizione: l’assistenza del fratello Aronne (Es 4,10-16).

Mosè non si sente in grado di accettare la missione che Dio gli sta affidando adducendo una serie di difficoltà per sottrarsi a quello che invece sarà il suo destino. Anzitutto sostiene di non avere autorità presso il suo popolo (Es 3,11), di non conoscere il nome di Dio (Es 3,13), di non saper attrarre la fiducia altrui (4,1), di non saper parlare (Es 4,10) e che esistevano “testimoni” migliori di lui (Es 4,13).

Anziché compiacerlo, questa apparente umiltà e ritrosia di Mosè, fanno adirare Dio, «l’ira del Signore si accese contro Mosè», leggiamo in Es 4. Effettivamente, le scuse che il profeta accampa per dimostrare la propria incapacità costituiscono proprio il motivo per cui Dio lo ha scelto per il suo mandato.

Alla prima obiezione chi sono io per andare dal Faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?, Dio risponde con le parole che nella storia sempre rivolge a coloro cui affida una missione: «Io sarò con te» (Es 3,12). Mosè, quindi, non deve temere nulla, perché Dio sarà con lui per sostenerlo ed aiutarlo.

Il profeta si lamenta di non conoscere il nome di Dio e, quindi, Egli si rivela con il suo nome personale, Yhwh, «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Questa affermazione corrisponde nella sintassi ebraica a “Io sono colui che è”, “Io sono l’esistente”. Dio, infatti, è il solo veramente esistente e questo sta a significare che solo Lui è trascendente e resta un mistero per l’uomo, nella sua azione nella storia del popolo e della umanità.

Nonostante tutto, Mosè continua ad esternare le proprie preoccupazioni ed è ancora restio ad obbedire a Dio: alle obiezioni descritte ai vv. 1 e 10 del cap. 4 dell’Esodo, Dio risponde affidando a Mosè tre segni: la verga da pastore con la quale compiere segni e prodigi (Es 4,17), la mano prodigiosamente lebbrosa e guarita (Es 4,7) ed il fratello Aronne come sua voce profetica (Es 4,14).

Superate tutte le difficoltà in ordine all’accettazione della missione e investito di autorità, Mosè prende moglie e figli e torna in terra d’Egitto. Nel corso del viaggio avviene però un oscuro episodio: Dio cerca di far morire Mosè (Es 4,24). Al centro della narrazione c’è il rito della circoncisione cui Mosè scampa in virtù di quella compiuta dalla moglie Sipporà al figlio. Questo racconto sta ad indicare un momento di prova e di rafforzamento legato alla missione difficile che Mosè dovrà sostenere.

Giunti in Egitto, il messaggio che Mosè ed Aronne sono chiamati a trasmettere per conto di Dio al Faraone è chiarissimo: «Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto» (Es 5,1). Alla prima intimazione dei due, il Faraone li accusa di distogliere il popolo dal lavoro che, a questo punto, aggrava esigendo che, da quel momento in poi, fabbricasse lo stesso numero di mattoni procurandosi da solo la paglia necessaria. Il Faraone mette così gli Ebrei in una condizione durissima se non impossibile. Gli Israeliti sono costretti perciò a sparpagliarsi per tutto il Paese d’Egitto al fine di provare a raccogliere delle stoppie da usare come paglia. Quando vengono percossi dagli schiavi, i sorveglianti si presentano dal Faraone per protestare, non ricevendo però alcuna considerazione.

La prima prova di Mosè ed Aronne col Faraone si risolve quindi con un fallimento totale.

Gli ispettori degli Israeliti protestano con Mosè, il quale entra in crisi e a sua volta si lamenta con Jahvé mettendo in dubbio la missione che gli ha affidato (Es 5,19-23).

Inizia così la seconda fase della sua vocazione: Jahvé risponde a Mosè con tre discorsi:

  • riafferma il suo piano di salvezza volto a liberare gli Ebrei dall’Egitto (Es 6,1);
  • conferma a Mosè il mandato di salvare il suo popolo in virtù del patto concluso con i Patriarchi (Es 6,2-8);
  • gli comanda di andare dal Faraone a intimargli di lasciare liberi gli Ebrei (Es 6,10-11).

Di nuovo Mosè non riesce a aderire prontamente alla chiamata di Dio e pone tre obiezioni: «gli Israeliti non mi ascolteranno»; «il Faraone non ascolterà»; «ho la lingua incirconcisa» (Es 6,12).

All’inquieto e ostinato discorso di Mosè, Dio risponde con comprensione assicurandogli che il Faraone avrebbe lasciato andare gli Israeliti giacché ne sarebbe stato costretto dalla Sua mano potente (Es 6,13).

Di nuovo quindi Dio risponde a Mosè: alla prima obiezione – che ne rivela la grande insicurezza – indicandogli la genealogia, che prova il suo autorevole lignaggio (Es 6,14-27); alla seconda e terza obiezione rassicurandolo che avrà autorità assoluta davanti al Faraone (Es 7,1) ed Aronne sarà il suo profeta (Es 7,2). Dopo aver ricevuto queste rassicurazioni, Mosè ascolta dunque e obbedisce alla parola divina. Il brano Es 7,1-7 prepara pertanto a ciò che seguirà: si preannunciano infatti le dieci piaghe che colpiranno l’Egitto e le resistenze che opporrà il Faraone.

La soluzione delle obiezioni e perplessità che emergono dalle varie fasi nelle quali si sviluppa la vocazione di Mosè, definiscono chiaramente come ogni percorso di risposta dell’uomo a Dio sia sempre frutto di una graduale scoperta e di un continuo dialogo con Lui. L’intera vita umana, in definitiva, «può essere interpretata come un “itinerario di vocazione”, lungo il quale si possono sperimentare diverse “chiamate”, che aiutano ad accogliere, confermare, perseverare e testimoniare la verità progettuale inscritta nel cuore di ciascun uomo. In questo senso la vocazione è “il compito fondamentale” a cui deve attendere il credente lungo il corso della propria esistenza» [G. DE VIRGILIO, Vocazione, in Temi teologici della Bibbia, a cura di R. PENNA – G. PEREGO – G. RAVASI, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2010, p. 1524].

Dio chiama a grandi missioni spesso delle persone che hanno un passato non facile o di fallimento, dimostrando così che è sempre possibile voltare pagina, ricominciare ed in vera obbedienza e ascolto della parola di Dio, portare luce e “salvezza” nel mondo.


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