Giuseppe Pecorelli (Il Rosario e la Nuova Pompei): “Quanto lavoro fece il Beato Longo per edificare il Santuario…”


PENSIERI E PAROLE PER RIFLETTERE SUL MONDO DI OGGI E LA FEDE

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Di Mariella Lentini

“Il Rosario e la Nuova Pompei” è la rivista del Santuario della Beata Vergine Maria del Santo Rosario di Pompei, il più celebre santuario mariano d’Italia dedicato alla “Pace nel mondo”. Edificato  a partire dal 1876, il Santuario venne fondato dal beato Bartolo Longo (1841-1926), terziario domenicano e apostolo del Santo Rosario. “Il Rosario e la Nuova Pompei” è il periodico attraverso cui il carisma pompeiano si è diffuso in tutto il mondo. La rivista fu fondata proprio dal Beato Bartolo Longo il 7 marzo 1884, ben 137 anni fa. Oggi, oltre all’edizione italiana, è pubblicata anche in lingua inglese e spagnola. Informazione Cattolica ha intervistato il Capo Redattore de “Il Rosario e la Nuova Pompei” Giuseppe Pecorelli.

Dottor Giuseppe Pecorelli, quali sono oggi le priorità maggiori del Santuario di Pompei?

Sono quelle di sempre: testimoniare la fede perché i fratelli e le sorelle del nostro tempo conoscano e amino il Signore Gesù; portare nel mondo la luce della speranza soprattutto dov’è il buio della tristezza; vivere la carità che è l’abito più bello per annunciare al mondo il Vangelo. Ma tutto nasce dalla preghiera. Quando, nell’ottobre 1872, Bartolo Longo si trovò a camminare per la prima volta nelle strade dell’allora Valle di Pompei, sentì un’ispirazione interiore: “Se propaghi il Rosario, sarai salvo!”. Possiamo dire che la prima ragione che portò il Beato a fondare il Santuario sia stata proprio la diffusione di questa meravigliosa preghiera mariana, sintesi mirabile del Vangelo. Quanto più ci avvicineremo alla Madonna e ne cercheremo l’imitazione tanto più sapremo praticare la virtù della fede, della speranza e della carità. Questo vuol dire essere devoti a Maria: non tanto chiederle questa o quest’altra grazia, richieste che pur testimoniano la nostra fiducia nel suo amore materno, ma prima ancora cercarne l’imitazione nel suo ripetere “sì” alla volontà divina in ogni frangente della vita. All’angelo che le diede il grande annuncio così come sotto la croce.

Parlare del Santuario di Pompei significa soprattutto conoscere la storia del suo fondatore, il Beato Bartolo Longo, e della sua conversione. Nato nel 1841 a Latiano (Brindisi), universitario a Napoli si allontana dalla Chiesa. Diventa avvocato e si trasferisce a Pompei per amministrare i terreni della Contessa Marianna De Fusco. E poi che cosa capita?

Bartolo Longo è la testimonianza chiara che Dio ci è accanto e continua a chiamarci anche quando, magari, non sentiamo più la sua voce e viviamo il buio spirituale. Ma il Padre vuole la nostra salvezza e ci cerca, ci ama di un amore così grande da dare la vita stessa per noi. Bartolo Longo vive quell’esperienza radicale che noi definiamo “conversione”. Ognuno di noi ha il suo cammino e Dio usa modi diversi perché, in qualche modo, torniamo da lui, a casa. C’è un elemento però comune a tutti i convertiti: quando sei lontano dal Padre non sei in pace né con te stesso né con gli altri. Ecco anche Longo vive questo senso di oscurità interiore, di insoddisfazione, alla quale non sa dare né un nome né una forma. Non si sente felice e la felicità è la reale aspirazione di ogni uomo, che non solo cerca la gioia, ma la desidera anche in pienezza, per sempre. Dio manda sulla strada di colui che, il 26 ottobre 1980, la Chiesa proclamerà beato in una celebrazione indimenticabile presieduta in piazza San Pietro da San Giovanni Paolo II, alcuni uomini e alcune donne, che con la loro parola e il loro esempio faranno tornare Longo sulla via del bene. E che bene! Il Santuario e le Opere annesse, gli Istituti d’accoglienza per orfanelle e figli di carcerati, trasformati in applicazione della Legge 149 del 28 marzo 2001 in Case Famiglia e Centri oratoriali semiresidenziali, sono sotto gli occhi di tutti. Penso innanzitutto a padre Alberto Radente, religioso domenicano confessore del Beato, vero artefice della conversione, ma anche all’amico professor Vincenzo Pepe, anch’egli un laico, e alla nobildonna Caterina Volpicelli, canonizzata nel 2009 da Papa Benedetto XVI. Quante volte Papa Francesco ci ha detto che «Dio non si dimentica di noi», semmai siamo noi a dimenticarci di lui. La vita del Beato Bartolo Longo ne è una prova evidente.

 

La nuova Porta di bronzo del Santuario di Pompei, inaugurata lo scorso 5 maggio

 

Bartolo Longo ha avuto, quindi, una locuzione interiore che lo ha spinto a diffondere il Rosario, l’importanza di questa preghiera che dura circa venti minuti con la recita di tante Ave Maria. Scrive il beato nel suo libro “Storia del Santuario di Pompei”: «Tutto era avvolto in quiete profonda. Volsi gli occhi in giro: nessun’ombra di anima viva. Allora mi arrestai di botto. Sentivami scoppiare il cuore… una voce amica pareva mi sussurrasse all’orecchio quelle parole… Se cerchi salvezza, propaga il Rosario… Chi propaga il Rosario è salvo». Si può dire che anche oggi recitare il Rosario significa rimettersi in cammino?

Sì, ci rimette in cammino e ci accompagna lungo il cammino. Penso ai pellegrini che ogni giorno arrivano a Pompei da ogni parte d’Italia, d’Europa e del mondo. Molti giungono a piedi e cosa fanno lungo il tragitto? Pregano con la corona del Santo Rosario tra le mani. Il camminare è un’azione che impariamo a compiere nel primo anno di vita, ma c’è cammino e cammino. Bartolo Longo, nella Supplica, definisce il Rosario Catena «dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio». Con il Rosario, attraverso Maria Santissima, siamo uniti a Dio. Per questo non solo ci rimettiamo in cammino, ma in cammino lungo la strada che conduce a Gesù. Lei ha usato il termine “cammino”. San Giovanni Paolo II lo utilizza ben quattordici volte nella sua Lettera apostolica “Rosarium Virginis Mariae”, pubblicata il 16 ottobre 2002, nella quale tra l’altro aggiunge i cinque misteri della luce ai misteri della gioia, del dolore e della gloria. In quel testo Papa Wojtyla scrive tra l’altro: «Seguendo il cammino di Cristo, nel quale il cammino dell’uomo è “ricapitolato”, svelato e redento, il credente si pone davanti all’immagine dell’uomo vero». E aggiunge: «Contemplando Cristo e sua Madre nella gloria, vede il traguardo a cui ciascuno di noi è chiamato, se si lascia sanare e trasfigurare dallo Spirito Santo. Si può dire così che ciascun mistero del Rosario, ben meditato, getta luce sul mistero dell’uomo».

Il quadro con l’effige della Madonna tanto venerata a Pompei ha una storia particolare. Viene regalata a Bartolo Longo una tela rovinata, trasportata da Napoli a Pompei su un carrettino di letame. Continui Lei il racconto: come viene rappresentata la Madonna in questa immagine? Che cosa l’ha resa così amata?

Quest’icona fu data a Bartolo Longo da Suor Maria Concetta De Litala, del Convento del Rosariello a Porta Medina di Napoli. La religiosa l’aveva avuta in custodia da padre Alberto Radente. Per trasportarlo a Pompei, Longo l’affidò al carrettiere Angelo Tortora che, avvoltala in un lenzuolo, l’appoggiò su di un carro di letame. Era il 13 novembre 1875 e per noi quella è la data di nascita della Nuova Pompei. Quando leggiamo la “Storia del Santuario di Pompei”, il libro nel quale il Beato racconta gli anni che vanno dal suo arrivo nella Valle fino al 1879, scopriamo, non senza sorpresa, che il Fondatore rimase colpito molto negativamente da quella Tela, logora e malconcia. Scrisse: «Il viso della Madonna, meglio che di una Vergine benigna, tutta santità e grazia, pareva piuttosto quello di un donnone ruvido e rozzo. “Chi mai dipinse questo quadro? Misericordia!”, non potei trattenermi dall’esclamare con un’aria tra lo spavento e lo sconforto». Eppure, aggiungerà più tardi, quell’Immagine, già prima dei restauri, gli sembrava ogni giorno più bella. Certo è un quadro prodigioso sin dal suo arrivo a Pompei. Quante grazie chieste e ottenute per intercessione della Vergine Maria ritratta nella Tela, ai tempi del Beato così come in quelli attuali! La fama dell’Icona si estende rapidamente in tutto il mondo, finanche a Hong Kong, dove l’8 maggio 1905, nell’allora piccola città, fu eretta una Chiesa del Rosario dedicata alla Madonna di Pompei. Non è però solo una questione di grazie chieste e ottenute. Quell’Immagine, in cui la Vergine si mostra in tutta la sua semplicità, il suo essere donna e creatura sublime e colma di ogni grazia, ma anche donna della prossimità, ci fa sentire Maria come parte della nostra famiglia. La Madonna è rappresentata con Gesù Bambino sulle sue ginocchia, mentre affida alle mani di Santa Caterina da Siena una corona del Rosario e fa altrettanto con San Domenico. Il Rosario: è quella la via della nostra salvezza.

Monumento al Beato in piazza Bartolo Longo – Pompei

 

Quali altre preghiere, oltre al Rosario, consiglia ai fedeli di recitare e perché?

Una buona abitudine è leggere almeno una pagina di Vangelo ogni giorno. Il Signore, attraverso la Buona Novella, ci parla ancora oggi e ci aiuta a districarci tre le cose della vita avendo sempre ben presente la nostra meta: il Paradiso. Alle preghiere abituali, che non dovremmo mai recitare come fosse un obbligo né meccanicamente, ma con la sincerità del cuore, dialogando con Dio come si fa con una persona cara, la più cara, suggerirei di aggiungere la Supplica alla Madonna di Pompei, composta nel 1883 da Bartolo Longo e recitata solennemente l’8 maggio e la prima domenica di ottobre d’ogni anno, e le Novene d’impetrazione e di ringraziamento. Nel luglio 1879, il Beato Bartolo Longo fu colpito da una febbre tifoidea terribile, che quasi gli costò la vita. È in quei giorni di pericolo incombente e di paura, che il Fondatore iniziò a comporre una preghiera che oggi conosciamo come “Novena d’impetrazione” e alla quale aggiungiamo, come ulteriore definizione, “per i casi più disperati”. Il Beato, che suggeriva di recitarla per tre volte di seguito, riacquistò la salute in modo completo e improvviso. Ecco perché decise poi di comporre la Novena di ringraziamento. Anche in questo caso consigliava di recitarla per tre volte. La Supplica e le Novene sono preghiere che esprimono tutta la nostra devozione e la nostra fede.

L’emergenza della pandemia ha fatto vivere la solitudine, il silenzio. Pregare significa anche immergersi nell’isolamento, lontano dal frastuono. Così come leggere un libro. Non bisogna avere paura, quindi, della solitudine e del silenzio?

Ciò che fa la differenza è la causa della solitudine e del silenzio. Quando la solitudine non è cercata, ma è isolamento, il non sentire e vedere altre persone perché nessuno pensa più a te, viviamo una condizione dolorosissima. Intendiamoci: c’è qualcuno che non ci lascia mai e sono il Signore Gesù e la Vergine Maria. Ma può mancare il contatto diretto con gli altri, un abbraccio, il sentire una parola buona, di consolazione. Pensiamo ai tanti anziani che vivono soli e dimenticati nelle proprie case così come agli ammalati e ai loro cari che se ne prendono cura. Sembra, in qualche caso, che il mondo non abbia bisogno di loro e ai nostri occhi si rende palese quella che Papa Francesco, con una definizione efficacissima, ha chiamato “la cultura dello scarto”. La condizione di solitudine è stata vissuta da tanti nel periodo del lockdown del 2020, una sofferenza che ha reso ancora più dolorosa e drammatica la crisi sanitaria. Quanti, poi, sono morti soli, senza l’abbraccio o il conforto di parenti e amici, sentendosi abbandonati in un ospedale. Questa è una solitudine e un silenzio che fa davvero paura, croce pesante da sostenere che fa diventare un Calvario quel tratto della nostra vita. Ma c’è poi un’altra solitudine e un altro silenzio che, invece, sono da cercare nel nostro mondo così rumoroso. È l’esperienza che facciamo, in preghiera, nell’adorazione Eucaristica quando dialoghiamo con il Signore vivo e presente. Così come non dobbiamo temere la solitudine se ci permette, anche nelle nostre case, di rivolgere un pensiero a Dio. Fa molta più paura dimenticare il Signore, presi dalle tante occupazioni quotidiane. Quanto lavoro fece il Beato per edificare il Santuario e aprire le sue Opere di carità, ma mai – mai! – dimenticò di ritagliare, nelle sue giornate, il giusto tempo per la preghiera.

Che cosa vuol dire avere fede?

Le rispondo citando una delle tante pubblicazioni di Bartolo Longo, “Il Triplice Trionfo della Istituzione a pro dei Figli dei carcerati”: «Questa è la forza mia che mi rende ardimentoso in una intrapresa a cui sono venuti meno i grandi americani ed i grandi inglesi, di cui gli scienziati moderni con ragione fanno elogi. Essi riponevano la loro forza in loro stessi, nella loro scienza senza Dio; io ripongo la mia forza non in me, non nella scienza, ma solo in Dio». Ecco la fede: la nostra forza, tutto ciò che ci appartiene e che desideriamo nel più profondo del cuore, è riposto in Dio.

La lotta tra il “Bene” e il “Male” esiste da sempre. Come può una persona riscoprire la fede e iniziare un cammino di conversione come è accaduto al Beato Bartolo Longo? Per credere ci vuole fede, ma la fede è un dono che può non arrivare. Come si fa a tenerla viva? Forse rappresenta anche una conquista, una ricerca?

L’immagine del dono è molto bella. Presuppone l’esistenza di due persone: colui che dona, Dio Padre, e colui che riceve quel dono che arriva sempre, in un modo o nell’altro. Lo Spirito Santo soffia sempre imprevedibile. La questione è un’altra: sappiamo ricevere il dono della fede? E anche quando lo abbiamo ricevuto, sappiamo custodirlo ogni giorno? Ci riusciremo liberandoci del nostro “io”, lasciando che il Signore ci ricolmi della sua grazia che è come acqua in vasi di terracotta. Non a caso, nell’Ave Maria, definiamo la Madonna “piena di grazia”. Un modo per custodire la fede? Farsi piccoli e bisognosi di tutto, come i bambini.

L’Arcivescovo Tommaso Caputo, Delegato Pontificio del Santuario di Pompei

 

Alcuni pensano che per farsi amare bisogna avere, ovvero apparire, e non essere. Come mettere in pratica nella vita quotidiana (in casa, in famiglia, sul lavoro, nel tempo libero) la propria fede? Come trovare un equilibrio tra la corsa al consumismo e la condivisione evangelica, tra il modello di vita fatto solo di piacere e successo facile – scartando l’impegno e la fatica – e il vero senso da dare alla vita?

Non è facile. Le tentazioni sono davvero tante. Non c’è una ricetta pronta, ma dovremmo fermarci e pensare a quello che ci danno il piacere e il successo facile. Cosa ci lasciano? Nulla. La gioia che viene da Dio, invece, resta e non è scalfita da alcun accadimento, anche se la via per il Paradiso è stretta e richiede impegno, fatica, responsabilità. Anche Bartolo Longo, in un periodo della sua gioventù a Napoli, cede alle tentazioni, ma è infelice e insoddisfatto. La caduta gli provoca sofferenza interiore. Abbiamo già detto della sua conversione. Il Beato diventa per noi un modello di riferimento. Nel 1962, in piazza Bartolo Longo, l’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni, inaugurò un monumento dedicato al Fondatore, realizzato dallo scultore Domenico Ponzi. Nell’iscrizione leggiamo: «Pompei, Città mariana, dove operano prodigi Fede e Carità, dove perenne arde la preghiera, onora il suo fondatore Bartolo Longo, Apostolo del Rosario, Padre degli orfani». Come unire lo stare nel mondo e il conservare la fede? Guardando a Bartolo Longo e alla sua esperienza di vita.

 

Da giornali, radio e TV si è passati a Internet, Facebook e Twitter. Cosa pensa dei nuovi mezzi di comunicazione di massa?

I pericoli sono annidati in ogni tempo storico. Gli strumenti della comunicazione amplificano e mostrano, con velocità sorprendente e in modo potente, la realtà umana, almeno quella esteriore, anche nell’errore. Ma sono appunto strumenti e sono neutri. Non possiamo definirli come bene o male: dipende sempre dall’utilizzo che se ne fa. È utilizzando questi strumenti che possiamo ascoltare le parole di Papa Francesco, seguire anche a distanza di centinaia o migliaia di chilometri quel che accade in Santuario, conoscere la vita dei santi. Nei giorni del lockdown il Governo italiano stabilì la sospensione delle celebrazioni religiose con la partecipazione del popolo per impedire il diffondersi del contagio. In quel frangente di emergenza, i social network del Santuario di Pompei hanno trasmesso e proposto la Santa Messa, la recita del Rosario, la Supplica di mezzogiorno per chiedere alla Vergine il suo intervento materno per la fine della pandemia, la catena dell’Ora di Guardia alla Regina del Rosario creatasi spontaneamente tra migliaia di devoti. I mezzi della comunicazione moderna hanno così mostrato a tutti come possano essere, se ben utilizzati, un dono di Dio.

Sant’Agostino diceva che “l’uomo ama ciò che conosce” ovvero quello che gli viene insegnato, ciò che legge, che vede, che ascolta, chi frequenta. La famiglia è in crisi, si assiste a tante separazioni, alla sofferenza dei bambini, all’indifferenza verso la spiritualità. Ma assistiamo anche a conversioni di personaggi famosi come Claudia Koll, a pellegrinaggi oceanici verso Lourdes e Compostela, alla diffusione di Radio Maria. La pandemia ha allontanato dalle Chiese i fedeli, ma milioni di telespettatori hanno seguito la recita del rosario del Cardinale Angelo Comastri su TV2000. Come affronta la Chiesa l’evoluzione della società nella sua fede? 

L’affronta uscendo dalle sagrestie e andando nelle strade, cercando di conoscere gli uomini e le donne del nostro tempo dove vivono le loro esistenze, indirizzando tutti verso il sommo Bene. Il 5 maggio scorso, in occasione dei 120 anni della dedicazione della Facciata del Santuario di Pompei, è stato benedetto il nuovo portone in bronzo del Santuario, realizzato da don Battista Marello, sacerdote e scultore, per rendere la Casa di Maria ancora più bella e accogliente per i pellegrini di tutto il mondo. Fu lo stesso Fondatore, il Beato Bartolo Longo, nel discorso che tenne il 5 maggio 1901, ad affidare il Tempio ai devoti della Vergine, dicendo: “Con quell’amore con cui l’avete edificato, finitelo, custoditelo, accrescetelo”. Il portone ha tanti significati, radicati nel Vangelo. Gesù stesso, nel Vangelo di Giovanni, si definisce «la porta delle pecore» (Gv 10,7). Attraverso quella Porta si entra in Chiesa e si prega, trovando forza nella celebrazione dell’Eucarestia, ma subito dopo si esce nelle strade dell’uomo. Quella nuova opera artistica è il simbolo di un Santuario che ha sempre le braccia aperte agli uomini di oggi come a quelli di ieri. D’altra parte questa è Casa di Maria, che è definita anche “Ianua Coeli” e cioè “Porta del Cielo”. Lei aspetta qui i suoi figli per accompagnarli all’incontro con Gesù.

I suoi personali auguri, Dottor Giuseppe Pecorelli, a chi ci legge, un messaggio di fiducia e di speranza in questo periodo di pandemia che sta vivendo il mondo intero.

Il buon Dio ci ha creati per la gioia e non per la tristezza, per la luce e non per il buio. Viviamo con questa assoluta certezza anche quando l’esistenza ci pone di fronte a prove davvero misteriose, ostacoli che sembrano davvero difficili da superare. In una pandemia, così come in ogni esperienza, sappiamo sempre riconoscere la voce di Dio, spalancandogli le porte, senza avere paura. Lui ci parla anche qui ed ora. E affidiamoci alla Madonna di Pompei. In piazza Bartolo Longo c’è una grande fontana che zampilla. Nel cammino della vita, quando ci sentiamo stanchi e abbiamo bisogno di riposare, chiediamo aiuto a Maria. Lei è l’acqua che dà refrigerio ai pellegrini stanchi perché possano arrivare da Gesù.

 


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Intervista molto interessante, specialmente quando si parla della solitudine portata dalla pandemia nelle nostre case.

Intervista molto bella perché mette in evidenza quanto siano importanti il Santo Rosario e le preghiere a Maria Santissima che ci permettono di aprire la strada per raggiungere Dio e la pace interiore ed avere la consapevolezza con la Fede di non essere mai soli.

Trovo sia un bell’articolo, per le risposte precise e corrispondenti alla realtà, in modo particolare fra la differenza della solitudine per abbandono e quella “ricercata” per stare con Dio. Grazie