Susanna Petruni (Rai): “Non si vive di soli telegiornali… ma di famiglia”


LA GIORNALISTA RAI SUSANNA PETRUNI: “PER ADOTTARE UN BAMBINO CI VUOLE UN CUORE GRANDE

A cura di Angelica La Rosa

«Una volta sentii una persona dire: per adottare un bambino oggi ci vuole fegato. Una mia amica replicò: no, ci vuole cuore. Ha ragione lei: per adottare un bambino ci vuole un cuore grande». Con queste parole Susanna Petruni, giornalista Rai, volto popolare della nostra Tv, racconta la sua esperienza di adozione di una bambina a Famiglia Cristiana, nel numero in edicola da oggi.

Stella (nome di fantasia) è una bambina di 4 anni che vive fra stenti e violenze in un campo rom alla periferia di Roma. Viene trovata in una buca dalla polizia dopo una retata. «Ma i destini di Stella e miei si sarebbero abbracciati solo cinque anni dopo, quando, a me e a Massimo, mio marito, che da un paio d’anni cercavano di adottare un bambino, ci venne segnalata da una giudice minorile la “Casa dell’Arcobaleno”, una casa-famiglia che si prende cura di bambini abbandonati e maltrattati. E mi parlò in particolare di una ragazzina di nove anni, loro ospite, “tanto sfiduciata rispetto al suo futuro”. Quell’incontro casuale con la giudice lungo i corridoi di Saxa Rubra, quel primo cenno a quella piccola selvaggia, fiera come poche, ma con tanta fame di affetto, avrebbe cambiato le nostre vite», racconta Susanna Petruni.

«Dieci anni fa, a 50 anni, all’apice di una carriera brillante, ma che mi stava prosciugando ogni energia vitale, avevo deciso di dare una svolta alla vita e crearmi una famiglia. La nostra professione è totalizzante, sei come immersa in un frullatore, e avere una vita privata diventa pressoché impossibile… Non si vive di soli telegiornali… L’incrocio determinante con il magistrato accadde pochi giorni dopo aver incontrato papa Francesco, al rientro da un viaggio a Medjugorje, e ciò non può essere solo un caso», ricorda.

Fin dal primo incontro in casa-famiglia tra Stella e Susanna scoppia la scintilla. «Voleva una mamma bionda», confessa subito la piccola alla psicologa. «L’unica bionda che aveva visto quel giorno ero io», racconta Susanna. «In realtà è lei che ci adottati».

Eppure non era iniziata bene l’esperienza per Susanna e Massimo: prima di adottare Stella avevano seguito l’iter per un’adozione internazionale, consapevoli delle difficoltà ma pieni di speranza. Dopo due anni di attesa, di pratiche burocratiche infinite, l’esborso di oltre 15mila euro, era arrivata la doccia fredda: l’ente a cui si erano affidati li aveva truffati. Non c’era nessun bimbo abbandonato in Etiopia che li stesse attendendo. Era stato solo un raggiro. «Ma quando pensi che la sconfitta sia già scritta», osserva la giornalista, «ecco che qualcosa, vogliamo chiamarla Provvidenza, si mette sulla tua strada. Ho sperimentato che la possibilità di trasformare in bene vicende che sono segnate dal male è davvero possibile».

Da questa esperienza è nato il libro Volevo una mamma bionda. Storia di un’adozione miracolosa, in uscita per Piemme.


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