Il rettore di Pompei: “alta partecipazione giovanile al Santuario grazie alla presenza percepita di Maria”


MONSIGNOR PASQUALE MOCERINO, RETTORE DEL SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DEL ROSARIO DI POMPEI: “LA FORZA DEL SANTO ROSARIO È LA SUA CAPACITÀ DI PARLARE ALL’UOMO DI OGNI TEMPO. È UNA SORTA DI LENTE CHE CI CONSENTE DI GUARDARE LA NOSTRA VITA ATTRAVERSO LA MEDITAZIONE DELLA VITA DI CRISTO, DELLA QUALE IL ROSARIO PROPONE UNA SINTESI MIRABILE”

Di Mariella Lentini

 

Ottobre si avvicina. Questo, per tradizione, è il mese dedicato al Rosario, preghiera tanto cara alla Mamma Celeste. Quando, dove e come nasce questa devozione mariana? I giovani di oggi recitano il Rosario? Si prega solo per chiedere una grazia o anche per lodare il Signore? Ne abbiamo parlato con Monsignor Pasquale Mocerino, Rettore del Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, fondato nel 1841 dal Beato Bartolo Longo, apostolo del Santo Rosario.

Mons. Mocerino, Ottobre è, per tradizione, il mese dedicato al Rosario. Come, quando e perché nasce il Rosario e dove risiede la forza di questa preghiera?

La preghiera del Rosario ha una storia di quasi mille anni. Difficile capire quali siano le sue origini perché siamo carenti di informazioni specifiche, ma fino a qualche tempo fa la tradizione attribuiva la preghiera a San Domenico. Non ne abbiamo prova documentale. È invece certo che furono proprio i domenicani ad essere i più grandi zelatori e promotori del Rosario. È nel XII secolo che ai monaci più umili e di minore istruzione era suggerito di sostituire la recita dei Salmi con altrettanti Pater o Ave Maria. La preghiera fu poi suddivisa in tre cinquantine e, nel 1300, il certosino Enrico di Kalcar pensò alla ripartizione in quindici decine, intervallate dal Padre Nostro. La forza di questa preghiera è la sua capacità di parlare all’uomo di ogni tempo. È una sorta di lente che ci consente di guardare la nostra vita attraverso la meditazione della vita di Cristo, della quale il Rosario propone una sintesi mirabile. La nostra vita poi è affidata, attraverso la recita di cinquanta Ave Maria, proprio alla Madonna, che Bartolo Longo, Fondatore del Santuario di Pompei, definiva nella Supplica “onnipotente per grazia”. Avvocata nostra, è lei che “convince” Gesù a compiere il primo miracolo alle Nozze di Cana.

Quali sono le ragioni per cui, anche storicamente, il Rosario è strettamente legato al Santuario di Pompei? 

Noi ricordiamo sempre un episodio della vita del nostro Fondatore. Nell’ottobre 1872, quando arrivò per la prima volta nell’allora Valle abbandonata, luogo di gravi pericoli, infestato dalla malaria e reso rischioso dalle scorribande di briganti che immiserivano i pochi contadini del posto, Bartolo Longo sentì un’ispirazione interiore: “Se propaghi il Rosario, sarai salvo”. È per questo che Pompei è sì sinonimo di carità, grazie alle attività continue delle sue preziosissime Opere sociali, ma la corona del Rosario rappresenta le fondamenta della stessa Basilica. Senza Rosario non ci sarebbero né il Santuario né le sue Opere di carità. È il nostro carisma, di cui siamo custodi.

Quali sono gli appuntamenti che caratterizzano questo mese speciale nella Città mariana?

Gli appuntamenti sono davvero tanti, ma tutti ruotano intorno alla celebrazione dell’Eucarestia, “fonte e culmine della vita cristiana”, come definita dalla “Lumen gentium”, Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II. Le Messe in Santuario sono sempre tante e in ogni orario della giornata, dall’alba fino a sera tardi. A ottobre, così come nel resto dell’anno, per trecentosessantacinque giorni, reciteremo il Rosario completo, meditato, in quattro momenti diversi della giornata, in tutti i suoi misteri: gaudiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi. Ma due sono gli appuntamenti che, in modo speciale, caratterizzano il mese di ottobre in Santuario: il “Buongiorno a Maria”, la preghiera che si svolge all’alba di tutti i giorni, domenica esclusa, per affidare la propria vita alla Madonna. E la Supplica alla Beata Vergine del Santo Rosario, che il Beato compose nel 1883. Si recita l’8 maggio, ma anche nella prima domenica di ottobre.

Lei si trova spesso a guidare la preghiera del “Buongiorno a Maria”. Dal presbiterio può osservare i fedeli che affollano la Basilica all’alba. Cosa legge nei loro occhi? Cosa, o chi, sono venuti a cercare? Cosa chiedono alla Madonna?

La sua domanda mi ricorda lo storico discorso che San Giovanni Paolo II rivolse ai giovani convenuti a Roma per la Giornata mondiale della Gioventù del 2000. Il 15 agosto, durante la cerimonia di accoglienza in Piazza San Pietro, chiese ai ragazzi: “Che cosa siete venuti a cercare? O meglio, chi siete venuti a cercare?”. Una domanda alla quale lo stesso Pontefice dava una risposta, che “non può essere che una sola: siete venuti a cercare Gesù Cristo! Gesù Cristo che però, per primo, viene a cercare voi”. Tutti noi cosa cerchiamo se non la gioia? Noi credenti sappiamo in chi si trova: nel nostro Signore Gesù Cristo. Negli occhi dei pellegrini si legge questo desiderio di felicità, una sete che solo il Signore riesce a soddisfare in pienezza e per sempre. A Maria Santissima si chiedono tante grazie, si chiede la sua vicinanza in ogni momento dell’esistenza, ma il Signore sa guardare oltre le parole, oltre i bisogni terreni. Lui sa di cosa, davvero, abbiamo bisogno.

A volte l’impressione è che molti fedeli siano legati alla richiesta di una grazia. E se quella grazia non fosse concessa? A suo parere s’è perso il senso della preghiera come semplice lode a Dio? 

Il chiedere una grazia è sempre un atto di fede, un modo per dire a Maria, nostra avvocata, “mi fido di te”. Quando siamo nella prova, chiediamo e sappiamo di essere ascoltati. Dio ha i suoi tempi, a volte non li comprendiamo, ma la nostra fede ci fa essere certi: Egli è nostro Padre e sa dove risieda la nostra gioia. D’altra parte è Gesù stesso che ci dice, nel Vangelo di Matteo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 28-30). Su questo tema, è intervenuto anche Papa Francesco nell’Angelus del 1° agosto 2021: “Quali sono – ha detto – le motivazioni della mia fede, della nostra fede? Abbiamo bisogno di discernere questo, perché tra le tante tentazioni, che noi abbiamo nella vita, tra le tante tentazioni ce n’è una che potremmo chiamare tentazione idolatrica. È quella che ci spinge a cercare Dio a nostro uso e consumo, per risolvere i problemi, per avere, grazie a Lui, quello che da soli non riusciamo a ottenere, per interesse. Ma in questo modo la fede rimane superficiale e anche – mi permetto la parola – la fede rimane miracolistica: cerchiamo Dio per sfamarci e poi ci dimentichiamo di Lui quando siamo sazi. Al centro di questa fede immatura non c’è Dio, ci sono i nostri bisogni. Penso ai nostri interessi, tante cose… È giusto presentare al cuore di Dio le nostre necessità, ma il Signore, che agisce ben oltre le nostre attese, desidera vivere con noi anzitutto una relazione d’amore”. È chiaro che non è fede autentica, o quanto meno non è matura, se leghiamo il nostro amore per il Signore alla concessione di una grazia, ma non credo che sia perso il senso della preghiera come semplice lode a Dio, alla Vergine, ai Santi. D’altra parte il Rosario rende lode a Dio così come il Buongiorno a Maria e ogni devozione cara ai devoti di Maria.

Per la sua esperienza, i giovani recitano il Rosario o solo chi ha superato una certa età continua a vivere la pia pratica di questa preghiera così cara alla Vergine? 

In Santuario, tra i banchi, a pregare, vedo anche tanti giovani e giovanissimi. La Prelatura di Pompei ha un Ufficio per la pastorale giovanile molto vivace, capace di fare proposte che trovano ottima accoglienza tra i ragazzi. Certo, in Italia, un po’ ovunque, l’età di chi partecipa alla Messa domenicale, è attivo in parrocchia, recita il Rosario e così via è alta. La presenza percepita di Maria rende il Santuario quasi un’eccezione per la partecipazione giovanile alla recita del Rosario, ma credo che ogni persona abbia i suoi tempi. Dio è paziente, ci aspetta anche quando siamo lontani. E immagini quanto sa essere paziente anche la Madonna, che è Madre.

Cosa dire a chi trova ripetitivo recitare per cinquanta volte l’Ave Maria? Come superare il rischio della meccanicità? 

Più si recita il Rosario e più viene meno l’idea che sia una preghiera meccanica e ripetitiva. È anzi una preghiera assai viva perché aperta alla vita e, come il Vangelo, ci apre orizzonti per il nostro quotidiano. Pregare non deve essere mai meccanico perché sarebbe un gesto freddo e privo di amore e calore umano. La preghiera è un dialogo con Dio Padre e con la Madonna nella certezza che ci amano. Un dialogo, non una serie di formule da ripetere quasi fosse una pratica burocratica. Tutto però nasce dalla fede e dall’amore autentico.

Nel 2002 San Giovanni Paolo II, con la “Rosarium Virginis Mariae”, ha rilanciato la celebre preghiera mariana. Quali sono gli aspetti più importanti della Lettera apostolica di Papa Wojtyla? 

San Giovanni Paolo II aveva un rapporto speciale con Pompei, che aveva voluto visitare due volte: il 21 ottobre 1979 e il 7 ottobre 2003. Il legame fu reso ancora più forte dalla pubblicazione, il 26 ottobre 2002, della lettera apostolica “Rosarium Virginis Mariae”. Sin dalle prime parole di quel testo si comprende la devozione del Santo Padre al Rosario: “In esso – scrive – riecheggia la preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat per l’opera dell’Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all’esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore”. Nella lettera, con cui tra l’altro il Papa aggiunse i cinque misteri della luce e in cui è citato per ben sei volte Bartolo Longo, San Giovanni Paolo II esorta tutti a tornare a pregare con il Rosario: “Guardo a voi tutti, fratelli e sorelle di ogni condizione, a voi, famiglie cristiane, a voi, ammalati e anziani, a voi giovani: riprendete con fiducia tra le mani la corona del Rosario, riscoprendola alla luce della Scrittura, in armonia con la Liturgia, nel contesto della vita quotidiana”.

Il Rosario recitato a Pompei ha una clausola speciale, definita “cristologica”. Di cosa si tratta e qual è il senso di questa specificità? 

Lo spiega, ancora nella “Rosarium Virginis Mariae”, San Giovanni Paolo II. Il senso è, usando le parole di Papa Wojtyla che a sua volta citava San Paolo VI “dar rilievo al nome di Cristo, aggiungendovi una clausola evocatrice del mistero che si sta meditando”. “È un uso lodevole – commentò – specie nella recita pubblica. Esso esprime con forza la fede cristologica, applicata ai diversi momenti della vita del Redentore. È professione di fede e, al tempo stesso, aiuto a tener desta la meditazione, consentendo di vivere la funzione assimilante, insita nella ripetizione dell’Ave Maria, rispetto al mistero di Cristo (RVM 33)”.

Quando si recita il Rosario in Santuario? 

Ogni giorno dell’anno in quattro momenti, nei quali meditiamo i cinque misteri della gioia, della luce, del dolore e della gloria. Attualmente recitiamo il Rosario alle 9 nella Cappella Bartolo Longo, dove sono custodite le spoglie mortali del nostro Fondatore; alle 9.30, 15.30 e 18 all’Altare della Madonna.

 


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