Nuovo governo “tecnico” in Libano, pronto a consegnarsi alle istituzioni finanziarie internazionali


IL NUOVO PREMIER LIBANESE, LEGATO ALLA SIRIA E RESPONSABILE DELLA GRAVE CRISI DI CUI SOFFRE ATTUALMENTE IL PAESE, È STATO DESIGNATO IL 10 SETTEMBRE E, SUBITO DOPO, SONO ARRIVATI I PRIMI ANNUNCI DI “PIOGGE DI SOLDI” DA PARTE DELL’ONU E DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE. ALTRA CONTRADDIZIONE DEL GOVERNO DI NAJIB MIKATI, MUSULMANO SUNNITA, È QUELLO DI AVER LASCIATO ENTRARE NELL’ESECUTIVO DUE MINISTRI DESIGNATI DAL GRUPPO ISLAMISTA SCIITA HEZBOLLAH, ARMATO E APPOGGIATO DALL’IRAN

Di Giuseppe Brienza

Il Libano è attraversato dal 2019 dalla sua peggiore crisi economica e politica, manifestatasi ben prima della pandemia ma aggravatasi a causa delle conseguenze della diffusione del Covid-19 e della terrificante esplosione di Beirut del 4 agosto 2020 che ha devastato il porto uccidendo 215 persone e causando le dimissioni dell’allora primo ministro.

Finalmente, però, dopo 13 mesi di stallo istituzionale, a 7 settimane dalla sua nomina, il premier incaricato Najib Mikati ha annunciato dal palazzo presidenziale libanese di Baabda di aver ottenuto l’approvazione del presidente della Repubblica Michel Aoun per formare il tanto atteso governo.

Il 10 settembre, il neopremier, che è un musulmano sunnita, e il presidente Aoun, cristiano maronita, hanno firmato il decreto che istituisce ufficialmente il nuovo esecutivo alla presenza del presidente del Parlamento, Nabih Berri, di fede islamica sciita.

Il primo compito dell’esecutivo sarà quello di negoziare con le istituzioni finanziarie internazionali i finanziamenti per evitare il collasso economico.

Il nuovo esecutivo è formato da 24 ministri, ripartiti tra personalità cristiane e musulmane come previsto dalla costituzione del Libano. Tra questi una sola donna, Najla Riachi, alla quale è stato affidato il dicastero delle Riforme amministrative, senza portafoglio.

Come il gabinetto uscente del primo ministro Hassan Diab, il nuovo esecutivo comprende “ministri tecnici” che sono comunque stati nominati dai principali partiti del Paese. Youssef Khalil, un alto funzionario della Banca Centrale e assistente del governatore Riad Salameh, è stato nominato ad esempio ministro delle Finanze. Mikati ha confermato così l’intenzione di dare corso alla cosiddetta “iniziativa francese”, proposta dal capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron all’indomani dell’incidente al porto di Beirut, con la formazione di un governo di “specialisti”, lontani da una stretta soggezione ai partiti politici, in grado di porre in essere le riforme economiche e finanziarie di cui il Libano necessita.

Mikati, 66 anni, miliardario originario di Tripoli nel nord del Paese, è stato già premier negli anni passati: dal 2004 al 2005 e dal 2011 al 2014. È da anni indicato come uno degli uomini più ricchi di tutto il Medio Oriente ed è legato all’entourage del presidente siriano Bashar al Assad.

Negli ultimi due anni è stato accusato di atti di corruzione e clientelismo ed è uno dei leader politici libanesi fortemente contestati dal movimento che ha portato, nell’autunno del 2019, a massicce proteste popolari antigovernative. Insieme al fratello Taha, Nagib ha fondato in effetti una società finanziaria internazionale, l’M1 Group che, nel 2019, ha dovuto far fronte ad accuse di speculazione illecita attraverso mutui edilizi.

Non appena insediato Mikati si è subito impegnato a cercare sostegno dai Paesi arabi, alcuni dei quali hanno evitato finora un coinvolgimento nella situazione del Libano a causa della vasta influenza esercitata a Beirut dal gruppo islamista sciita Hezbollah, che ha nominato 2 dei 24 ministri nonostante sia pesantemente armato e appoggiato dall’Iran.

Primo esito internazionale della costituzione del nuovo governo è stato l’annuncio del finanziamento di 1,135 miliardi di dollari da parte del Fondo monetario internazionale (Fmi). Anche il servizio di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite (Ocha) ha comunicato negli scorsi giorni che l’ONU finanzierà con 6 milioni di dollari la bolletta energetica degli ospedali libanesi per i prossimi tre mesi. Una misura straordinaria che non prevede rifinanziamento, nella speranza che il governo libanese si rimetta nel frattempo in condizione di reperire gli aiuti necessari a superare l’attuale situazione di crisi.

Da tempo in Libano non c’è quasi più combustibile e ogni fonte energetica è a secco. La situazione degli ospedali, insieme alla carenza idrica, è una delle più gravi emergenze e, una chiusura degli ospedali, avrebbe un impatto terribile su una popolazione già allo stremo, costretta a file interminabili anche per i beni di prima necessità.

La scorsa settimana vi era stato già un provvedimento-tampone di quattro milioni di dollari, stanziati sempre dall’Ocha, per alleviare la gravissima crisi idrica nel Paese.

Per il Libano assediato dalla mancanza di tutto da oltre un anno, da quando si ebbe cioè la terrificante esplosione di Beirut, il cammino però è ancora lungo. Un passaggio fondamentale, da questo punto di vista, saranno le prossime elezioni parlamentari, in programma l’8 maggio 2022.


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